L’Italia è inefficace a tutelare la violenza contro le donne

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VIAREGGIO – ( di Fabrizio Bartolini ) – Quando si presenta in Studio una donna vittima di violenza ci si trova spesso a cercare un modo che sia davvero efficace per fermare gli abusi che la stessa sta subendo.

Il nostro legislatore ha affrontato sotto diversi aspetti il problema della violenza al femminile ma ci si scontra sempre con i tempi dei Tribunali sempre lunghi anche se sono brevi giuridicamente parlando, con la ricerca di uno strumento immediato perché non si può attendere oltre in quanto ogni attesa potrebbe portare al peggio.

Le donne che subiscono violenza sono da qualificare come vittime particolarmente vulnerabili e per non incorrere nella violazione dell’art. 2 della Convenzione Europea che garantisce il diritto alla vita e dell’art. 3 che vieta trattamenti disumani e degradanti, le autorità nazionali devono adottare e applicare misure preventive e punitive adeguate a tutela delle donne. L’inerzia o l’adozione di misure non effettive procura in modo certo una violazione della Convenzione anche perché la ripetizione di atti di violenza senza strumenti di intervento effettivi determina una situazione di grave impunità e una violazione della Convenzione. Costituisce una violazione automatica del divieto di discriminazione in base al genere la ripetizione di atti di violenza senza interventi di protezione effettiva. Questo è quello che la CEDU ( Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) con la sentenza 2 marzo 2017 ricorso n. 41237/14 ha graniticamente affermato.

Nel caso di specie le autorità nazionali non avevano fornito un adeguato supporto alla vittima di violenza domestica, costringendo una donna a vivere in una situazione di grande insicurezza e vulnerabilità fisica e psichica. L’inerzia delle autorità nazionali ha determinato una situazione di impunità che ha consentito la ripetizione di gravi atti di violenza in violazione dell’art. 2 della Convenzione che assicura il diritto alla vita.

L’Italia è stata pertanto condannata per negligenza relativa a un grave caso di violenza domestica che è costato appunto al nostro Bel Paese una condanna per violazione dell’articolo 3 che vieta i trattamenti disumani e degradanti e dell’art. 14 che vieta ogni forma di discriminazione.

Ma il caso portato all’attenzione della CEDU non è un caso isolato ma è comune – purtroppo – a molte storie di violenza che si consumano quotidianamente dentro le mura domestiche e spesso rimaste chiuse proprio all’interno di quelle mura.

Si apre la porta a tutte le donne vittime di violenza che non ricevono supporto e risposte adeguate dalle autorità nazionali. Se a livello nazionale non si riesce ancora a garantire effettività ai diritto ci prova la Corte Europea con una sentenza che mette in luce le lacune e la solitudine di chi subisce casi di violenza all’interno del nucleo familiare. Non basta l’adozione di leggi sul piano formale per garantire l’attuazione dei diritti convenzionali ma ci vogliono i fatti.

Il caso portato dinanzi alla corte di Strasburgo è molto interessante sotto diversi aspetti e merita di essere raccontato.

Una cittadina era stata in diverse occasioni e nel corso di alcuni anni vittima di violenza.

A settembre 2012 la donna aveva presentato una denuncia per violenza e chiesto un intervento delle autorità per proteggere lei e i suoi figli. Dopo qualche mese la stessa era stata sentita dalla polizia. Un anno dopo veniva sporta nuova denuncia a seguito di una ulteriore lite tra l’uomo e la donna che purtroppo aveva avuto risvolti drammatici essendo deceduto , in quel frangente, il figlio che aveva cercato di difendere la madre. Il marito era stato condannato all’ergastolo dal giudice del Tribunale di Udine. Al centro del ricorso alla Cedu stanno le ripetute violenze del marito e il comportamento delle autorità italiane che non hanno adottato le misure necessarie per proteggere la donna e i suoi figli da tale situazione.

L’Italia spesso resta una Repubblica ove in teoria vige il tutto ma in pratica spesso si è inefficienti.

Mancano strumenti concreti ed immediati che il legislatore dovrebbe dare in mano ai giudici.

Poi vi è anche una difficoltà concreta di provare certe situazioni che si nascondono dietro le mura domestiche e spesso per vergogna e paura dei giudizi altrui non emergono.

Questo ritengo sia il vero scoglio da superare in giudizi di questo genere che vanno affrontati immediatamente e non lasciare e nemmeno credere che le cose con il tempo cambino e che la sfuriata e la violenza subita sia una cosa di un momento. Un uomo che fa violenza ad una donna anche fosse per una volta sola ed anche minimamente non merita di essere chiamato tale e non va tutelato con l’omertà o con quell’amore che questi ha dimostrato ormai non esserci più.

Per approfondimenti visitate il sito www.bartolinistudiolegale.com

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