Il sogno americano nella vittoria di Trump, la faccia crudele della democrazia

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NEW YORK – ( di Eleonora Pieroni ) – Il sogno americano nella vittoria di Trump, la faccia crudele della democrazia

Donald Trump è il 45esimo presidente degli Stati Uniti, eppure non è il primo aprile.

Quella dell’otto novembre stata una notte travolgente, vivendo a metà strada tra i quartieri generali dei due candidati mi sono sentita come se mi trovassi al centro di un ring ed al mattino sono rimasta frastornata dalla violenza di una notizia del tutto inattesa.

Sono passati dei giorni prima che riuscissi a metabolizzare la notizia, giorni passati divorando articoli di giornalisti che avevano regolarmente sbagliato ogni previsione, seguendo televisioni e radio per captare quale potesse essere il reale sentimento dell’America, ho ascoltato le persone per strada e nei caffè, ma New York non è esattamente l’America dove Trump ha trionfato, il risveglio di New York nell’era Trump è stato ed è piuttosto complicato. Dimostrazione di ciò sono le proteste che partono dalla Trump Tower fino a seguire tutta Manhattan guidate ogni giorno da centinaia di persone che protestano con altoparlanti e cartelli davvero intimidatori.

Piano, piano ho realizzato come quella vinta da Trump non è stata la sfida contro Hillary Clinton ma quella contro l’intero establishment, a cominciare proprio dal partito che lo ha candidato alla Casa Bianca. Nelle ultime settimane della campagna elettorale i big del partito repubblicani si sono defilati lasciando il Tycoon in completa solitudine, così facendo hanno finito per rafforzarne agli occhi dell’elettorato la sua alterità dal sistema politico. Dall’altra parte Hillary è stata tradita soprattutto dall’elettorato delle minoranze, appena il 12% degli afroamericani ha espresso il proprio voto. Trump al contrario presentandosi come espressione dell’antipolitica è riuscito a portare alle urne le masse rurali solite all’astensione, il capolavoro di Trump si è realizzato contea dopo contea, strappando alcuni feudi di comprovata fede democratica.

Il nuovo gioco della politica sembra ormai essere questo. Hillary è stata percepita come parte dell’establishment, cioè di quell’insieme di persone e strutture a cui si attribuisce il potere politico, economico, culturale dominante, sempre più spesso esercitato a spese di chi di quel sistema non fa parte. Trump al contrario è riuscito ad accreditarsi come paladino dei diritti degli esclusi dal potere, conquistando così la simpatia delle masse, inoltre ha sempre usato lo stesso linguaggio diretto e populista dell’antipolitica. Così facendo si è anche conquistato l’attenzione dei media che, magari per dileggiarlo, gli hanno offerto una ribalta costante e gratuita, rafforzando costantemente il suo appeal presso l’elettorato di base.

Strano animale la democrazia, di certo l’uomo dopo il miserabile fallimento delle monarchie illuminate, non è riuscito ad inventarsi un sistema migliore per governare i propri destini, ma tant’è questo abbiamo e questo dobbiamo cercar di far funzionare al meglio. E se in realtà la democrazia non fosse realizzabile? E se il governo del popolo da parte del popolo e per il popolo fosse solo una favoletta? Un’utopia spacciata da bugiardi e ciarlatani?

All’inizio dell’anno i professori di scienze sociali Christopher Achen (università di Princeton) e Larry Bartels (università di Berkeley) hanno pubblicato “Democrazia per Realisti”, testo nel quale sostengono che l’idea secondo la quale i cittadini prendono insieme decisioni politiche coerenti e intelligenti, sulla base delle quali i governi poi agiscono, non ha alcuna relazione con il funzionamento reale della democrazia.

Secondo i due autori gli elettori sono troppo occupati con il lavoro, la famiglia e altri problemi quotidiani, pochissimi sono quelli che scelgono di dedicare il proprio tempo ad approfondire tematiche socio-economiche legati all’allentamento monetario.

La nostra idea astratta di democrazia popolare si fonda sulla nozione Illuminista della scelta razionale, secondo la quale prenderemmo le decisioni politiche sulla base delle informazioni raccolte, valutando le prove e utilizzandole per identificare le scelte più giuste, tentando di eleggere un governo che sposi queste politiche. Una sorta di competizione tra elettori razionali che cercano di raggiungere quelli ‘incerti’ attraverso un dibattito ragionato.

In verità la realtà è assai più misera, agiamo politicamente non come esseri individuali e razionali, ma come membri di gruppi sociali che esprimono collettivamente un’identità sociale o, come purtroppo è sempre più attuale, semplicemente un’identità sociale.

Ora però, al di là di tutte le possibili teorie, Trump si è guadagnato la sua chance, che la sfrutti nel migliore dei modi non è tanto un suo interesse, ma la prerogativa di tutto il mondo libero.

Ora è interesse degli Stati Uniti e del mondo, che Donald Trump ci sorprenda tutti. Non c’è assolutamente nessuno che voglia avere la prova di aver avuto ragione su che tipo di presidente potrà essere, ognuno di noi vuol essere piacevolmente sorpreso.

E perdonatemi amici cari con cui avevo scommesso questa “partita”, non è che sia una veggente, ma avanti coloro che debbono offrire una pizza e un caffè alla fine della scommessa persa

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