“Non siamo noi la causa dell’overtourism a Firenze”. E ancora: “Lo studio diffuso dal professor Filippo Celata presenta dati fuorvianti”. Airbnb, pur manifestando la volontà di collaborare con il Comune, risponde alle critiche e contesta le motivazioni che hanno portato Firenze ad approvare il primo regolamento in Italia per il blocco delle locazioni turistiche brevi nell’area Unesco e in alcune zone esterne al centro storico.
La piattaforma ha illustrato una serie di dati per sostenere la propria posizione, sottolineando che a Firenze sono attivi oltre 6.200 host. Di questi, il 75% affitta un solo appartamento e per il 64% questa attività non rappresenta la principale fonte di reddito. Secondo Airbnb, questi numeri smentirebbero l’idea che il mercato sia ormai controllato prevalentemente da grandi società immobiliari.
L’azienda evidenzia inoltre che il 12,9% degli immobili residenziali della città è attualmente sfitto, pari a oltre 26.000 abitazioni che non vengono immesse né nel mercato degli affitti brevi né in quello delle locazioni a lungo termine. Sempre secondo i dati diffusi dalla piattaforma, nel 2025 Airbnb ha raccolto e riversato al Comune di Firenze circa 17 milioni di euro di imposta di soggiorno, per un totale di 76 milioni di euro dal 2018.
Un altro dato messo in evidenza riguarda il reddito degli host: il guadagno mediano si attesterebbe intorno ai 14.000 euro annui, una cifra che, secondo Airbnb, dimostrerebbe come nella maggior parte dei casi si tratti di un’integrazione al reddito familiare e non di un’attività di speculazione immobiliare. L’azienda aggiunge che i grandi operatori multiproprietà esistono, ma rappresentano una minoranza e che anche tra questi la clientela è composta in prevalenza da proprietari fiorentini con un solo immobile.
“Gli interi appartamenti su Airbnb rappresentano appena il 5% dello stock residenziale totale”, osserva ancora la società, secondo cui l’emergenza abitativa avrebbe cause strutturali che vanno oltre il fenomeno degli affitti brevi. Tra queste vengono indicate la carenza di offerta, la presenza di immobili non adeguati, l’insufficienza di edilizia popolare e il ricorso agli affitti transitori per studenti.
Per quanto riguarda gli annunci presenti sulla piattaforma, Airbnb precisa che l’84% riguarda interi appartamenti, pari a 10.645 annunci, mentre il restante 15% è costituito da circa 2.000 stanze private.
Nel corso dell’incontro con la stampa, Valentina Reino, responsabile delle relazioni istituzionali di Airbnb Italia, ha criticato lo studio del professor Filippo Celata, sostenendo che “c’è bisogno di fonti diverse”. “Noi conosciamo da tempo la posizione di Celata, è polarizzato nella sua posizione. Noi diciamo di prendere i dati ufficiali della banca dati nazionale del Cin del Ministero del Turismo e ragionare su quelli. Se non vengono utilizzati dati ufficiali, si possono avere risultati fuorvianti”, ha dichiarato.
Sulla regolamentazione degli affitti turistici è intervenuto anche Matteo Sarzana, country manager di Airbnb Italia e Sud Est Europa, ribadendo che la piattaforma non è contraria a nuove regole. “Airbnb non è contro la regolamentazione. Quando è stata introdotta la regola del Cin ci siamo adoperati per modificare la piattaforma e l’abbiamo accolta con favore. Siamo però contro la regolamentazione quando i dati su cui si basa non sono aggiornati. La regolamentazione viene fatta senza tener conto della realtà delle città, mentre la città si evolve”, ha spiegato.



