Grazie ad ‘AmatAfrica’ il cuore del Ruanda batte più forte

SERAVEZZA – (di Stefania Bernacchia) Sono rientrati in Italia con il sorriso sul volto e le mani sporche di fango e hanno lasciato, come accade ogni volta, un pezzetto del loro cuore in Africa. Stiamo parlando degli angeli di Amatafrica, una onlus internazionale nata ufficialmente il 24 maggio 2004 nella Valle del Serchio, ma che opera sul campo già dalla metà degli anni ’90. I volontari di questa organizzazione, che provengono principalmente dalla Versilia, dalla Lunigiana e dalla Garfagnana, si preparano per mesi per quella che è la loro annuale missione in uno dei più piccoli e poveri paesi africani: il Ruanda.

Abbiamo incontrato il Presidente dell’associazione AmatAfrica, il Maestro Mario Badiali e il volontario Vitaliano Vagli, che da anni si recano in Ruanda per dare un contributo pratico e diretto a questa popolazione.

Maestro Mario, siete rientrati in Italia da neanche un mese, com’è andata questa vostra ultima missione? Abbiamo lavorato sodo per portare a termine il progetto che avevamo messo in cantiere lo scorso anno, ovvero la messa a punto dell’acquedotto di Mbare che avrebbe procurato acqua a circa diecimila persone. Con grandissima soddisfazione ci siamo riusciti, grazie anche al prezioso aiuto del Movimento Lotta alla fame nel mondo di Lodi, che opera da molti anni nelle zone più povere del mondo. Rimane solo un’ultima cosa affinchè l’acquedotto possa entrare in funzione, ovvero l’allaccio da parte di quella che potremmo definire l’enel ruandese, dopodiché nessuno dovrà più scendere a valle per potersi procurare l’acqua. Siamo davvero felici del completamento di uno dei più grandi cantieri intrapresi in quelle zone, c’è voluto un anno intero di lavoro ma i risultati sono sorprendenti. Di questo dobbiamo ringraziare Omar Fiordalisio, un bergamasco che da anni vive in Ruanda, dove ha sposato una ragazza del posto con la quale ha avuto la bellezza di sei figli, il quale segue e dirige, durante i mesi di nostra assenza, tutti i nostri cantieri e in un certo senso fa da tramite con l’Italia.

Avete avuto aiuti economici per la realizzazione di questi importanti progetti? Ogni anno lavoriamo undici mesi al fine di raccogliere fondi per il progetto da mettere in cantiere l’anno successivo: cene, pesche di beneficenza, spettacoli (ricordiamo quello dello scorso anno con Cristiano Militello, che ha ottenuto un grande successo), feste e concerti; insomma tutto quello che riusciamo ad incamerare è destinato alla messa a punto dei progetti per l’anno successivo. Quest’anno, oltre a terminare l’acquedotto, volevamo realizzare la Scuola dei mestieri, per far crescere i ragazzi con in mano una professione concreta. In questo caso gli aiuti sono arrivati da un mio cugino australiano, Carlo Travaglini, che si è innamorato del progetto al punto da venire personalmente in Ruanda a vedere con i propri occhi la realtà del luogo. Ci eravamo dati tre anni di tempo per portare a termine i lavori, invece con nostra grande sorpresa in poco più di un anno la Scuola era pronta, non solo: invece che avere otto aule ne ha ben dodici. L’attività scolastica è partita fin da subito, anche attraverso uno dei nostri più importanti sostenitori, ‘Il frutto del Garda’, un’azienda di Limone del Garda che produce solo frutta biologica, con la quale abbiamo avuto l’idea di provare a produrre frutta essiccata, da utilizzare poi sia come cibo che come merce di scambio/vendita.

Il nostro scopo è quello di rendere autonomi e indipendenti gli abitanti del posto, giovani che con un mestiere in mano e una, seppur piccola, responsabilità professionale alle spalle, diano il via ad un ciclo che li porti pian piano a non aver più bisogno di noi, spiega Vitaliano Vagli. Il nostro obiettivo più grande, conclude, al di là delle costruzioni, dei finanziamenti, delle cure, è proprio quello di riuscire a gettare le basi per far camminare da sola questa stupenda popolazione, per poterci poi dedicare ad altre zone, ricominciando il percorso daccapo.

Quanti siete nella missione? Come siete accolti dalla popolazione locale?  Le persone ormai ci aspettano di anno in anno, spiega Vagli, ci conoscono per nome e fin da subito ci hanno accolto con entusiasmo e massima fiducia. Mi ha molto colpito la loro felicità quotidiana, quel sorridere nella massima povertà, la generosità del donare senza avere niente. Nessuno, credo, riuscirebbe a rimanere indifferente di fronte ad una simile accoglienza.

Il nostro gruppo di missionari è formato da uno zoccolo duro, che programma il viaggio di anno in anno, e da persone sempre nuove. Quest’anno abbiamo avuto la fortuna di essere accompagnati da tre nuovi ragazzi, Giulia, Nicola e Marco, che definirei eccezionali: disponibili, volenterosi, attivi su più fronti e capaci di parlare due-tre lingue. Sono stati per noi un importante aiuto su più fronti, uno fra tutti il rapporto con il Vescovo del posto. Grazie alla loro sensibilità, sono riusciti ad entrare nelle maglie strette della comunità, captando i punti deboli e attivandosi per rafforzarli. E’ stato davvero un valore aggiunto in questa nostra ultima spedizione.

Possiamo dire con un certo orgoglio che quest’anno siamo riusciti a passare dalla semplice manovalanza alla creazione di professioni, interviene Badiali, e questo sarà il progetto per l’anno nuovo: avvicinare le suore novizie ai giovani creativi e agli studenti, creare cioè una sinergia che possa formare le basi su cui costruire la società del domani in Ruanda. Grazie alle donazioni di imprenditori italiani che hanno creduto nella nostra missione, i giovani più dotati e meritevoli si sono potuti iscrivere all’Università di Kigali e stiamo avendo già i primi laureati, che per prima cosa hanno voluto portare il loro aiuto e la loro conoscenza al loro villaggio di origine: un’infermiera, un ingegnere, una maestra, uno psicologo e un dottore. E’ stata una soddisfazione enorme, quando li abbiamo visti tornare da Kigali con la laurea in tasca abbiamo potuto dire ‘ce l’abbiamo fatta’. Per questo, credo stia arrivando il momento per la nostra collina Cyeza di camminare da sola.

Cosa bolle in pentola per i mesi futuri? A giugno, un nostro caro amico, il prete ruandese Don Teodosio, dopo essere stato diversi anni in Italia, tornerà in Ruanda e ha in mente di iniziare lo stesso percorso della scuola dei mestieri nel suo villaggio. Lo abbiamo già incontrato durante la nostra ultima missione e grazie a lui siamo andati a Kibeho ed abbiamo assistito ad una suggestiva Messa  all’interno della cappella costruita nel luogo dove nel 1982 apparve la Madonna. Inoltre, conclude Badiali, un altro importante progetto che vorremmo portare a termine riguarda l’ampliamento del centro di primo soccorso di Cyeza, poiché altrimenti le persone sono costrette ad andare a Mura, sede del più vicino ospedale.

Insomma, i moschettieri della solidarietà, come amano farsi chiamare i missionari, sono pronti per una nuova missione, che sia ancora a Ceyza o un’altra zona non importa, quello che conta è che grazie a persone come loro si può scrivere la parola futuro per il Ruanda.