Bentornata Canapa. Seconda puntata: storia della Chemiurgia, Henry Ford e la nascita del proibizionismo.

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STORIA DELLA CHEMIURGIA, L’INDUSTRIA SUBORDINATA ALL’AGRICOLTURA.
La storia di oggi ci porta negli Stati Uniti d’America dove la canapa stava godendo un enorme sviluppo industriale. Chemiurgia (Chemurgy in inglese) è un termine nato in America negli anni trenta del Novecento per definire quella branca dell’industria e della chimica applicata che si occupa della preparazione di prodotti industriali ottenuti esclusivamente da materie prime vegetali, agricole e naturali; un’industria che fa uso solamente di risorse rinnovabili, che ottiene prodotti 100% organici e che non reca danno all’ambiente.

Negli anni trenta, di fronte all’avanzare della rivoluzione industriale, il movimento della Chemurgia si proponeva di trasformare ed integrare la produzione agricola con quella industriale. La Chemiurgia puntava dunque ad usare prodotti vegetali, ed in particolare canapa, soia, bambù, patate ed arachidi, che erano in grado di fornire all’industria grandissima parte delle materie prime di cui necessitava; prodotti che oggi si ricavano in gran parte dalla lavorazione del petrolio.

Il termine chemurgia fu coniato da William J. Hale (un chimico della Dow Chemical Co) dal greco chemeia (chimica) ed ergon (lavoro), per indicare l’ottenimento di sostanze chimiche industriali dai prodotti agricoli. Il movimento attrasse l’attenzione e l’interesse di molti uomini importanti, a livello politico come Henry Wallace (ministro dell’agricoltura nella prima amministrazione Roosevelt, 1933), a livello industriale come Henry Ford e, a livello intellettuale come George Washington Carver (1865-1943), che si impegnarono a fondo in questa operazione. Molte idee nuove furono realizzate e molti studi furono condotti, nei settori più vari.

Henry Ford e George Washington Carver

George Washington Carver e Henry Ford

Negli anni Trenta del Novecento, presso il Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti, furono istituiti quattro laboratori “chemurgici” regionali che divennero i maggiori centri di ricerca e di applicazione dei prodotti e sottoprodotti agricoli, soprattutto di quelli più ampiamente disponibili o dei quali si registravano regolarmente o stagionalmente delle eccedenze.

Henry Ford, oltre a finanziare i primi Convegni del National Farm Chemurgic Council, istituì insieme all’amico Edison, a Dearbon, vicino a Detroit, un centro di ricerca sui prodotti agricoli, chiamato “Edison Institute of Technology”: uno dei primi e più importanti programmi di studio fu quello riguardante soia e canapa. Il potenziale di quest’ultima è stato più volte citato dal dipartimento statunitense dell’agricoltura (U.S. Department of Agriculture). Nei documenti si citava il fatto che, una volta ottenuta la tecnologia per i raccolti, grazie al nuovo processo di estrazione della fibra dalla polpa, l’industria della canapa sarebbe tornata ad essere il raccolto numero uno in America. La predizione si reiterò nella stampa popolare quando la celebre rivista scientifica Popular Mechanics pubblicò nel Febbraio del 1938 il suo articolo “Billion dollar crop” (La piantagione da miliardi di dollari).

BILLION DOLLAR CROP

Popular Mechanics

Lo scoppio della II guerra mondiale, unito all’avvento dell’industria petrolchimica e all’affermazione sul mercato di altri materiali, segnò la fine delle ricerche e dello sviluppo chemiurgico. Le materie prime industriali vegetali caddero nel dimenticatoio, e l’agricoltura assunse un ruolo circoscritto solo al campo alimentare. Così, mentre le conoscenze nel campo petrolchimico e dei nuovi materiali si sono ampliate e approfondite, quelle riguardanti i prodotti vegetali sono tutt’oggi lacunose.

LA FORD HEMP BODY CAR, L’AUTOMOBILE REALIZZATA E ALIMENTATA CON LA CANAPA.

«Perché consumare foreste che hanno impiegato secoli per crescere e miniere che hanno avuto bisogno di intere ere geologiche per stabilirsi, se possiamo ottenere l’equivalente delle foreste e dei prodotti minerari dall’annuale crescita dei campi di canapa?» (Henry Ford)

Correva l’anno 1925 quando Henry Ford, fondatore dell’omonima celebre casa automobilistica, rilasciò al New York Times le seguenti dichiarazioni: “Il carburante del futuro sta per venire dal frutto, dalla strada o dalle mele, dalle erbacce, dalla segatura, insomma, da quasi tutto. C’è combustibile in ogni materia vegetale che può essere fermentata e garantire alimentazione. C’è abbastanza alcool nel rendimento di un anno di un campo di patate utile per guidare le macchine necessarie per coltivare i campi per un centinaio di anni”. Queste parole fecero supporre che l’idea dell’imprenditore era quella di mettere in gioco le proprie competenze per la creazione di una vettura capace di utilizzare carburanti alternativi ai derivati del petrolio. Unendo la passione per la natura ed un indubbio fiuto per gli affari, l’imprenditore americano volle ad ogni costo che venisse realizzata una vettura che “uscisse” dalla terra. Per realizzare questo miracoloso progetto impegnò nella ricerca molti ingegneri che nel 1941, dopo 12 anni di studi, diedero forma concreta all’autovettura più ecologica di sempre. Hemp car Ford

La Hemp Body Car era realtà: interamente composta da plastica in fibre di canapa, biodegradabile e dieci volte più leggera delle auto con carrozzeria d’acciaio. Inoltre per dimostrare quanto fosse valido tale progetto si realizzò persino uno spot in cui la vettura veniva colpita ripetutamente con un martello da incudine senza che si scalfisse o graffiasse minimamente.

Ma la grande novità, come detto, era rappresentata dal carburante: la Hemp Body Car era difatti alimentata dalla canapa distillata, il cui impatto inquinante era pari ad un clamoroso “valore zero”. Il telaio di questa automobile, in acciaio tubolare, teneva insieme quattordici pannelli di plastica che sono detti essere «spessi un quarto di pollice (6 mm)». Sugli esatti ingredienti dei pannelli in plastica non si ha però, ad oggi, nessuna testimonianza certa. Si dice che furono prodotti con una formula chimica che, tra molti altri ingredienti, comprendeva semi di soia, grano, canapa, lino e ramia. I finestrini erano fatti con fogli acrilici. Tutto questo fece sì che il peso dell’auto fosse di 2000 libbre, contro le 3000 di una comune auto dell’epoca.

Una volta morto Henry Ford, nel 1955, le lobby del petrolio screditarono e fecero pressoché scomparire ogni forma di sviluppo, o semplice notizia, su questa straordinaria invenzione.

IL PROIBIZIONISMO DELLA CANAPA, STORIA DI UNO DEI PIU’ CATASTROFICI CONFLITTI D’INTERESSE.

slogan Anslinger

“Marijuana: assassina della giovinezza”. Uno degli slogan di punta del proibizionismo.

La nostra storia prosegue negli Stati Uniti d’America sempre negli anni ’30 del Novecento. In quell’epoca il magnate del giornalismo rosa William R. Hearst aveva acquistato migliaia di ettari di foresta da legname per destinarli alla produzione dei suoi sempre più popolari giornali. Con il possibile ritorno della carta da canapa, il suo impero sarebbe crollato in tempi molto stretti. Un altro importante personaggio dell’industria che si sentiva minacciato dal ritorno della canapa, era Lammot Dupont, proprietario dell’omonima industria chimica. All’epoca aveva ottenuto una serie di brevetti per produrre nylon e altre fibre di natura sintetica. Oltre al rischio della loro perdita milionaria, un altro importante fatto era rappresentato dal finanziamento di ambedue da parte dell’importante banchiere dell’epoca Andrew Mellon, proprietario anche della Gulf Oil, una delle cosiddette “sette sorelle”. Oltre al rischio economico per le più importanti compagnie petrolifere americane, un ruolo determinante è stato ricoperto dalla nascente industria farmaceutica, finanziata da J.D. Rockefeller (proprietario anche della celebre Standard Oil) e Andrew Carnegie. Ambedue i personaggi si batterono per soppiantare nella farmacopea tutte le cure naturali a base di erbe, soprattutto la cannabis, per sostituirli con prodotti di sintesi. Tutti questi attori fino ad ora riportati avevano il comune obiettivo di sbarazzarsi di questa pianta nel più breve tempo. La loro fortuna era dettata da Andrew Mellon, che ricopriva anche l’incarico di Segretario al tesoro degli Stati Uniti (sotto la presidenza di Warren G. Harding) e poté nominare responsabile dell’ufficio narcotici il suo futuro genero Harry J. Anslinger, già agente federale durante il proibizionismo dell’alcool. Il compito di Anslinger consisteva nel muovere una feroce campagna mediatica per demonizzare la canapa.
In questo contesto, grazie alla complicità dei giornali di Hearst, venne partorito il nomignolo “marijuana”, che portò ad una distrazione dell’opinione pubblica verso il loro vero obiettivo, concentrandosi sulle minoranze etniche negli USA, cavalcando gli aspetti razzisti e xenofobi del tempo. Dopo questa lunga campagna mediatica, venne partorito nel 1937 il “Marihuana Tax Act”. La maggior parte di senatori e deputati americani che lo votarono non erano a conoscenza che canapa e marijuana fossero esattamente la stessa cosa. Gli effetti del proibizionismo furono devastanti, con moltissimi consumatori arrestati e pesantemente condannati in tutto il paese. Negli anni ’60 e ’70 l’iniziativa di Anslinger fu portata direttamente alle Nazioni Unite dove fu firmata e promulgata la “Convenzione unica sulle sostanze stupefacenti”, portando di fatto, in pochi anni, alla proibizione in quasi tutto il globo. L’industria petrolchimica aveva vinto la propria battaglia, mentre il mondo ha potuto iniziare ad assistere al disastro ecologico tutt’ora in atto: inquinamento atmosferico, inquinamento delle falde acquifere e dei corsi d’acqua, deforestazione, estinzione di specie animali e vegetali, riscaldamento globale. Per non parlare della dipendenza dal petrolio, dalla quale potremmo liberarcene se tornassimo rapidamente ad un’industria basata sulla cannabis e altri materiali vegetali.

Credits: Toscanapa: www.toscanapa.com
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