Bitcoin: fallita la società dopo un buco di 160milioni

Arriva al capitolo finale la storia di Bitgrail, la piattaforma italiana di scambio di criptovalute salita agli onori della cronaca nel febbraio dello scorso anno, quando denunciò il furto di 17 milioni di nano, una valuta digitale nata negli Usa, per un valore complessivo di circa 160 milioni di euro. Il tribunale di Firenze ne ha dichiarato il fallimento, come richiesto dalla Procura della Repubblica.

Bitgrail era una società a responsabilità limitata con sede proprio nel capoluogo toscano, specializzata in webcoin solution e operante attraverso l’omonima piattaforma di exchange. Un fallimento impossibile da evitare, dopo che la piattaforma, insieme al suo amministratore Francesco Firano, non era stata in grado di restituire ai suoi clienti il denaro scomparso col furto della moneta digitale. Sulla misteriosa scomparsa dei nano la Procura di Firenze ha aperto un’inchiesta penale che è ancora in corso, coordinata dal pm Sandro Cutrignelli e condotta dalla polizia postale, per chiarire se sia trattato di un vero furto o invece di una truffa.

Nel febbraio del 2018, al momento della notizia della scomparsa della criptovaluta, un nano valeva circa 11,50 dollari. Dopo la diffusione della notizia scese rapidamente a quota 8,25. Bitgrail interruppe subito ogni operazione di cambio. Sul sito web apparve questo messaggio: «Bitgrail srl comunica ai propri utenti che da controlli di verifica interna di congruità delle operazioni di prelievo sono emerse delle transazioni non autorizzate che hanno portato a un ammanco di 17 milioni di nano circa. Per l’attività fraudolenza di cui sopra – proseguiva l’avviso – è stata presentata oggi regolare denuncia querela presso le autorità di polizia competente e le indagini sono in corso». Poi la frase che annunciava lo stop alle operazioni: «Per effettuare ulteriori accertamenti su quanto avvenuto, in via cautelativa ed a tutela degli utenti verranno temporaneamente sospese tutte le attività del sito, ivi compresi i prelievi e i depositi».

Come emerge dalla sentenza di fallimento della webcoin solutions, società di Firano che gestiva la piattaforma bitgrail.com – successivamente sostituita dalla Bitgrail srl con Firano socio di maggioranza – Firano si è difeso sostenendo che il furto da 160 milioni di euro sarebbe avvenuto a causa di vizi del software dei nano, non riconducibili alla piattaforma bitgrail. Le indadigini della polizia postale, che sono ancora in corso, avrebbero fatto emergere però dei sospetti sulla correttezza della condotta dell’imprenditore fiorentino: dal 2 al 5 febbraio ossia sue giorni prima della comunicazione del furto, rileva una perizia degli investigatori, Firano, attraverso nove operazioni sequenziali, ha depositato nel suo portafogli sulla piattaforma The rock 230 bitcoin, pari a circa un milione e 700.000 euro.

Secondo quanto accertato dagli investigatori, i versamenti in bitcoin sul wallet di Firano provenivano da indirizzi riconducibili a quelli utilizzati dai clienti della Bitgrail per effettuare i depositi sulla piattaforma. Inoltre, sempre in base alle indagini, l’ammanco di 17 milioni di nano denunciato da Firano non si sarebbe verificato a febbraio 2018, pochi giorni prima della denuncia del furto, ma diversi mesi prima. Per la precisione tra maggio e dicembre 2017, con alcune fuoriuscite anche a gennaio 2018. Quando si diffuse la notizia del furto l’account twitter dell’imprenditore fiorentino fu preso d’assalto da utenti di mezzo mondo, anche con minacce di morte.