Fermato Vannoni, fondatore di Stamina: stava lasciando il Paese. Storia di un caso lungo 7 anni

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Roma (di Alba Modugno) – Davide Vannoni, fondatore di Stamina, è stato fermato mentre tentava di lasciare l’Italia: l’operazione dei carabinieri del Nas ha avuto luogo il 26 Aprile, in seguito ad alcune intercettazioni telefoniche, e questo non è che un ulteriore anello da aggiungere alla catena di un caso che va avanti ormai da 7 anni.
Vannoni stava cercando un nuovo Paese in cui curare i pazienti col metodo Stamina (in Italia illegale), forse in Ucraina, in Bielorussia o a Santo Domingo: questo è quanto è emerso dalle intercettazioni, ma secondo ulteriori rivelazioni degli inquirenti, avrebbe già agito all’estero, precisamente in Georgia, su circa cinquanta pazienti reclutati in Italia, e questo sarebbe avvenuto fino a novembre 2016.
Per questo motivo le accuse, che vanno ad aggiungersi a quelle già confluite nel processo di Torino per le cure staminali “ad uso compassionevole” operate agli Spedali Civili di Brescia, parlano di associazione a delinquere aggravata da transnazionalità, truffa (Vannoni non è un vero medico), nonché trattamento di gravi patologie neurodegenerative per mezzo di somministrazione di farmaci non conformi.
In più, sembrerebbe che in Georgia i pazienti abbiano pagato fino a 27mila euro in cambio delle cure Stamina.
Dunque, la situazione per Vannoni, che con la sentenza torinese del 2015 aveva già patteggiato per una pena di 22 mesi, non sembra mettersi benissimo.
Il suo metodo, tanto controverso, ha sin da subito sollevato polemiche e discussioni: queste si sono estese fra tribunali, media e opinione pubblica, e negli anni sono entrate nelle case degli italiani, anche per mezzo di trasmissioni come Le Iene.
In più occasioni il blocco della terapia imposto dall’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) nel 2012, è venuto meno in seguito ad appelli e ricorsi di famiglie con figli affetti da gravi patologie; tuttavia la Stamina Foundation Onlus è stata dichiarata illegale, il trattamento terapeutico ideato da Vannoni tacciato di non avere alcuna validità scientifica e Vannoni stesso accusato con l’ipotesi di diversi reati, fra cui l’indebito guadagno di 30.000-50.000 per famiglia, versati alla Onlus.
Insieme a lui, secondo la nuova inchiesta del pm Vincenzo Pacileo, ci sarebbero altri sette indagati, oltre a Rosalina La Barbera, presidente dell’associazione Prostamina Life, e alla biologa Erica Molino, già coinvolta nel precedente processo torinese.
La vicenda pare non concludersi mai per davvero: è iniziata nel 2010 con la prima inchiesta sulle attività della neonata onlus torinese (è stata fondata nel 2009), ma a distanza di 7 anni ci sono ancora novità.
Una lunga storia che racconta un susseguirsi di indagini, ispezioni, sospensioni, ricorsi, riattivazioni, udienze, rinvii a giudizio, servizi in TV, appelli, decreti e proteste, come quelle sul decreto Balduzzi del 2013, con cui il Ministero della Salute davva avvio alla sperimentazione del metodo per 18 mesi con uno stanziamento di 3 milioni di euro.
Tuttavia, ad oggi, la questione Stamina non accenna ancora ad avere risposte concordi ed assolute dal punto di vista scientifico, né veri finali.
In prospettiva giuridica, però, è ormai piuttosto chiaro che le condizioni di Vannoni non siano delle migliori, beccato ora nel tentativo di portare ancora una volta il suo metodo altrove.
“L’esperienza di Vannoni in Italia è terminata, ma non è detto che non possa continuare all’estero, in paesi dove le leggi lo permettono” avevano dichiarato i suoi avvocati al termine del processo di Torino nel 2015.
All’epoca, però, si era ottenuto il patteggiamento della pena proprio con l’impegno a non proseguire con il metodo Stamina, e ad una sospensione della stessa si era giunti a patto che non vi fosse una nuova condanna.

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