Noi non siamo Charlie Hebdo, purtroppo

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VIAREGGIO –  ( di Stefano Piccolomini ) – “Noi siamo Charlie Hebdo” o forse, meglio dircelo, vorremmo essere Charlie Hebdo.

Il settimanale nato nel 1970, nella Parigi del maggio, e falcidiato nelle sue menti migliori dall’attacco dei fratelli Kouachi, non è, per molti di noi, un nome famoso. Alcuni ne avevano sentito parlare quando un europarlamentare, tanto ignorante ( nel senso greco del termine, “gnor-izein”, conoscenza) quanto populista, aveva brandito una vignetta anti islamica per una polemica politica di basso rango. Avremmo voluto che lo stesso europarlamentare, cattolicissimo, avesse visto la miriade di vignette che sbeffeggiavano la cristianità prodotte dai nostri colleghi francesi.

Forse Charlie Hebdo è famoso per chi, della libertà di stampa ne ha sempre fatto una battaglia e non la bandiera dell’ultima ora. Voltaire ricordava che: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”. Charlie Hebdo rappresenta questo: la libertà di pensiero.

Permetteteci di dirlo: chi oggi si fa difensore tout court della critica, anche radicale, profonda, dura, alla politica, alla cultura, alla società e alla religioni, è, spesso, chi nel Bel Paese brandiva la censura come un’ascia su tutto quella che si muoveva. Non a caso il nostro paese, che di cultura vive, o dovrebbe vivere, si colloca al 49 posto ( dati del 2014 ) per quanto riguarda la libertà di stampa, proprio sotto al Niger ed Haiti.

Perciò ci ha fatto un po’ ridere, nel mare di malinconia che queste giornate hanno fatto piombare non solo la Francia ma tutti quelli che hanno in cuore il motto rivoluzionario del 1789 “Libertè egalitè e fraternitè”, sentire, quella che è una tragedia tanto figlia del nostro tempo, tempestato da paure e ancestrali ritorni alle origini dell’uomo, di atteggiamenti medievali e di rincorsa ad un progresso senza progresso, sperticarsi in alambicchi filosofici chi ha cancellato, eclissato, anestetizzato il lavoro di molti nostri colleghi. In Italia, in anni più bui di questi, nacque un ministero apposito per la censura, il famigerato Minculpop, il ministero della cultura popolare di fascista memoria.

In tempi più recenti, sotto altre forme, abbiamo visto sparire dalla tv e dai giornali fior fior di giornalisti e comici: Enzo Biagi, Indro Montanelli, Daniele Luttazzi, Sabina Guzzanti, solo per citare i più famosi. Colpiti alle spalle da una politica che, ama la satira solo quando colpisce l’avversario, meglio se l’avversario è lontano, meglio se all’estero.

A dimostrazione della pochezza dell’italica situazione è la totale ignoranza di quello che Charlie Hebdo ha rappresentato per la cultura francese. Un progetto dissacrante, spesso sotto la lente d’ingrandimento di poteri più o meno forti, sempre duro con ogni religione. Con tutte le religioni nelle loro pulsioni più integraliste. Per questo è stato al centro di polemiche, anche molto dure. Stephan Charbonnier, che del settimanale è stato direttore fino all’attentato della scorsa settimana che lo ha portato via assieme ad undici suoi colleghi ,ha sempre detto che preferiva “morire in piedi che vivere in ginocchio”.

Ecco, forse, più che ricordarci per dieci minuti cosa è la libertà di pensiero, scrivere uno status sui social network e poi ricadere nell’oblio del pensiero, dobbiamo allenare la nostra capacità di mettere, sempre e comunque, a critica quello che ci circonda. Perché oltre ad essere il sale della democrazia è il modo migliore per ricordare chi, per la democrazia, e non per l’ennesima caccia alle streghe, è caduto. Per chi è morto, per ricordare a tutti noi che il diritto ad esprimere la propria idea non è negoziabile. Con nessuno.

1 comment

  1. Marco 17 gennaio, 2015 at 09:16 Rispondi

    Non capisco perché si porti avanti un falso storico. Voltaire non ha mai detto – e non poteva dire -: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”. Egli era un uomo molto intollerante, per esempio verso i Gesuiti. La frase è di uno spettacolo teatrale del 1906. Basta guardare su Wikiquote.

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