“Presidente, ho ucciso un uomo”. Lettera aperta di Marco Crociati al Capo dello Stato

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“Presidente, ho ucciso un uomo”. Lettera aperta di Marco Crociati al Capo dello Stato
 
“Chi Le scrive, lo scorso 20 dicembre ha ucciso un uomo lavorando: aveva poggiato il collo
sulla rotaia in attesa che io passassi guidando un treno nella stazione di Roma Nomentana.
 
Per me è stata la seconda volta e credo che l’80% dei macchinisti abbia avuto almeno un episodio
di questo tipo. Si passano alcune ore di intenso stress che tolgono anni di vita, condizionano
il tuo modo di lavorare, per anni, rendendolo sicuramente più “faticoso”.
 
A questo si aggiunga lo stress di venire indagati con quel che ne consegue: atti giudiziari che arrivano a
casa, contatti con avvocati, tutte cose che coinvolgono anche la famiglia condizionandone l’armonia.
 
Signor Presidente,
 
chi Le scrive, lo ha già fatto lo scorso 9 febbraio 2015, per chiedere un Suo intervento atto a correggere
una palese ingiustizia: l’errore contenuto nell’art. 24 comma 18, della Legge Fornero (erroneo utilizzo della
parola “articolo” anziché “comma”) a causa del quale l’età pensionabile del personale mobile
delle ferrovie è stato aumentato di ben nove anni, unico caso al mondo.
 
Prima di allora, questa categoria di ferrovieri andava in pensione all’età di 58 anni e, si badi bene, non
per un privilegio di casta, ma per il riconoscimento al disagio e all’usura che la salute e
la vita sociale di questi lavoratori ha sempre subìto e ancora subisce durante l’intera loro vita.
 
Probabilmente anche per una tutela nei confronti dell’utenza, tenuto conto di quale possa essere la garanzia
che, in materia di sicurezza pubblica, dei lavoratori anziani possano offrire all’utenza ferroviaria soprattutto in caso di emergenza.
 
Forse Lei non è a conoscenza che l’aspettativa di vita dei macchinisti sia di 64,5 anni e siamo certi che Lei sia
d’accordo col fatto che pretendere che chi è stato spremuto notte e giorno, ha mangiato quando e dove ha potuto,
ha sacrificato amici, famiglia e salute, vada in pensione a 67 anni, sia indegno di un Paese europeo, di un Paese
civile, di un Paese la cui Costituzione definisca il diritto alla salute come l’unico “fondamentale”,
essendo il presupposto del godimento di tutti gli altri.
 
Signor Presidente,
 
in occasione del recente scambio di auguri con i rappresentanti delle istituzioni, Lei ha giustamente
voluto ricordare che “Sono di importanza primaria la trasparenza, la correttezza e l’etica”.
 
Tali requisiti sono infatti le basi irrinunciabili ed insostituibili di un Governo ed
un Parlamento che intendano garantire una credibilità all’interno di un Paese.
 
Oggi, a causa di un banale errore contenuto nella legge Fornero, che lo stesso Parlamento ha
formalmente riconosciuto nei propri atti, ma anche volontariamente ignorato coi governi
Letta e Renzi, noi lavoratori e le nostre famiglie subiamo questa grave ingiustizia.
 
Siamo dunque a rivolgerci a Lei come garante di tutti i cittadini e della correttezza delle nostre Istituzioni
affinché intervenga sul nostro caso per restituirci ciò che dovrebbe semplicemente essere già nostro, non elemosinato,
avendolo sudato col garantire la mobilità altrui senza mai obiettare nulla davanti alla pioggia,
al freddo, al sonno, alla fame, all’impossibilità di essere presenti alle feste coi propri cari.
 
Solo Lei può restituirci quanto ci è stato finora ingiustamente negato senza una spiegazione.
 
Con l’occasione Le auguriamo un felice anno nuovo”.

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