Da Wikileaks a Monsignor Negri: c’è Obama dietro alle dimissioni di Ratzinger?

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di Chiara Bini – Un’ombra inquietante si getta sulle dimissioni di Papa Benedetto XVI. Da qualche settimana, infatti, sono in molti a sostenere che Joseph Ratzinger abbia abdicato dal proprio ruolo sotto la pressione dell’allora Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. A destare il primo sospetto sono stati alcuni documenti messi in rete da Wikileaks, a cui è seguita una lettera aperta di un gruppo di tradizionalisti statunitensi che richiedono a Trump un’inchiesta ufficiale. Ed è di poche ore fa la dichiarazione di Monsignor Negri, Vescovo uscente di Ferrara e fedelissimo del Papa Emerito, che confermerebbe le forti pressioni politiche ricevute dal Vaticano.

La vicenda parte da John Podesta, consigliere di Hillary Clinton, che nel 2013 inviò una e-mail (adesso pubblicata da Wikileaks) a Sandy Newman, direttore di una rivista progressista. Nell’e-mail Podesta confida di stare cercando di realizzare quella che lui chiama una “primavera cattolica”, sulla scia della primavera araba che aveva portato alla caduta dei regimi del Nord Africa.

Da qui i sospetti e le recriminazioni di molti politici e attivisti statunitensi, a cominciare dal Gruppo Tradizionalista che, nelle persone di David Sonniet (ex Tenente Colonnello dello U.S. Army), Christopher Ferrara (presidente dell’Associazione degli Avvocati Cattolici Americani) e Michael Matt (direttore della rivista The Renmant), ha scritto una lettera aperta, pubblicata dal giornale di Matt, in cui chiede ufficialmente al Presidente Donald Trump di aprire un’inchiesta su Podesta e sull’operato di Obama.

A loro dire, inoltre, il governo degli Stati Uniti avrebbe non solo portato Ratzinger alle dimissioni, ma anche controllato, favorito e gestito addirittura l’elezione di Papa Francesco, sostenendo che il Conclave riunito nella Cappella Sistina sia stato monitorato dalla NSA (ovvero, la National Security Agency), proprio allo scopo di condizionare e influire sulla scelta del nuovo successore di Pietro.

Eppure, queste presunte pressioni ricevute da Ratzinger sarebbero state sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno vi abbia mai dato realmente peso. Sempre secondo il gruppo di The Renmant, infatti, non è un caso che, appena pochi giorni prima dell’abdicazione di Benedetto XVI gli USA avessero interrotto le transazioni monetarie con la Città del Vaticano, portando alla chiusura dei bancomat da parte della Duetsche Banke. Bancomat che poi furono riaperti il giorno successivo all’annuncio di dimissioni del Pontefice. La motivazione data all’epoca alla stampa mondiale fu che gli Stati Uniti volevano chiarita la posizione dello Ior nell’indagine sull’anti-riciclaggio, ma adesso, alla luce delle rivelazioni del sito di Assange, in molti stanno rivalutando tale situazione.

Voci riguardo l’influenza degli USA sulla decisione di Ratzinger erano già in circolo da diverso tempo, ma il Papa Emerito ha sempre negato il coinvolgimento di altri nella propria scelta. Eppure qualche ora fa l’ex vescovo di Ferrara Luigi Negri (sollevato per sopraggiunti limiti d’età) ha espresso forti dubbi sull’intera vicenda, della quale pare molto informato, in qualità di amico fidato proprio di Benedetto XVI. Non si è sbilanciato in maniera netta, ha accennato solo a “motivi gravissimi” che guidarono la scelta, ma esprime la propria vicinanza al gruppo di The Renmant: “Non è un caso che in America, anche sulla base di ciò che è stato pubblicato da Wikileaks, alcuni gruppi di cattolici abbiano chiesto al presidente Trump di aprire una commissione d’inchiesta per indagare se l’amministrazione Obama abbia esercitato pressioni su Benedetto”, ha dichiarato a una rivista del riminese.

Dubbi che insinuano altri dubbi, personalità di rilievo che non confermano né smentiscono, potere politico e spirituale che si intrecciano e condizionano: dalla Casa Bianca al Vaticano, le porte rimangono chiuse.

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