Fuga dalla guerra: nel reportage di Iacopo Giannini storie di vita

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LUCCA – ( di Letizia Tassinari ) –  Profughi, la fuga dall’inferno e la speranza di una Pace. Quella con la P maiuscola, quella sognata durante il lungo viaggio della speranza. E’Iacopo Giannini, il fotografo di Tgregione.it , oltre che freelance per la maggiori agenzie stampa nazionali, a raccontarci il suo “viaggio” al centro profughi di Lucca. Un “viaggio fotografico, il suo, raccontato in immagini in bianco nero. Dove il nero è la morte, dove il bianco è la vita. Una vita migliore.
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Immigrazione, e accoglienza. Argomento di cronaca attuale. In Versilia, come in tutta Italia, alcuni sindaci sono in “guerra” con la Prefettura. E molti cittadini, oltre che politici, temono “l’invasione” e problemi di ordine pubblico, adducendo anche la frase “prima gli italiani”, dispccupati, senza casa e con mille problemi. Chi sono gli immigrati che hai conosciuto? 
Il problema dell’immigrazione, se visto dall’esterno, può risultare un fatto statistico: numeri, percentuali, identità legati a pregiudizi e a luoghi comuni; se vissuto dentro la loro disperazione, la loro paura di uomini carichi di sensibilità che sono legate a due valori cardine della nostra cultura: la carità e la solidarietà, indispensabili per affrontare i drammi della storia, da sempre. Penso alla fuga disperata degli ebrei durante il periodo della persecuzione nazista o degl’esodati italiani dall’Istria e dalla Dalmazia.
Si fa “confusione” tra “clandestini e rifugiati politici? E la paura di legami con l’Isis? 
Certo, il terrorismo è un fatto reale ed è possibile che, per la quota numerica dei profughi, si nascondano “soldati” e militanti dell’ISIS. Ma questo non può spingere a sacrificare migliaia di innocenti per la presenza di criminali che, in definitiva, possano entrare nei nostri paesi in molte maniere. Accoglienza inoltre, non può significare cecità e sospensione della vigilanza che è un problema militare nostro e mondiale.
Un reportage, il tuo al campo profughi di Lucca, dove non solo hai immortalato le immagini di chi fugge da paesi in guerra, ma ascoltato le parole di chi, arrivato in Italia, spera in un mondo migliore. Raccontacene una…
Una delle molte storie  che mi ha colpito all’interno del campo è quella di Christian Odyakose scappato dalla Nigeria 2 anni fa, perchè alcuni ragazzi del suo villaggio volevano che si unisse a loro in una banda armata. Così ha incontrato un amico stilista, gli ha chiesto se poteva lavorare con lui e grazie a lui è arrivato in Libia. Nel Deserto libico è stato catturato ed imprigionato per 3 mesi; lo avrebbero rilasciato solo se la famiglia avesse pagato il riscatto. Gli “Asman Boys”, ovvero la Mafia Libica, gli ha tolto tutto, lo drogavano sciogliendo delle pasticche nel cibo e per 4 giorni lo hanno torturato con l’elettroshock. Ha raccontato che la sorveglianza era stata affidata a ragazzini di undici-dodici anni, strafatti di droga  ed armati di mitra: non puoi addormentarti perchè rischi di non svegliarti più. Hanno organizzato una rivolta e sono riusciti a scappare, lui non si ricordava niente, l’elettroshock gli aveva mangiato la memoria. “Ho capito di essere vivo e di essere tornato in me solo quando sul barcone, stipato con altre 100 persone, ho incontrato un ragazzo ferito, Unity il suo nome, quando ho visto che sanguinava sapevo di avere tutte le risorse per salvarlo, perchè in Nigeria mi sono laureato in medicina e prima di scappare stavo studiando per la specializzazione, mi sono preso cura di lui, non l’ho lasciato un attimo ed anche ora che ci troviamo qua a Lucca è divento i mio “Blood Brother” ovvero fratello di sangue”. Queste le sue parole. E alla domanda, dove vuoi andare in futuro, lui mi ha risposto con le lacrime agli occhi, “Ovunque, l’importante è che ci sia la pace”. O la storia di Tcha-Kolom Mouhaminoli del Togo, soprannominato al campo “Il Gigante Buono”, per il suo metro e novanta di bontà. Padre di due bambine. Farida la più grande e Nadgathe di 3 anni. Un fratello in Germania, dove vorrebbe andare a vivere, gli amici in Svizzera e la famiglia ancora in Libia. Tre lingue parlate alla perfezione (Inglese, Francese ed Arabo) ed altri 5 dialetti africani conosciuti come le proprie tasche, perchè di lavoro faceva il camionista ed ha attraversato paesi e culture diverse per mesi interi. Lui  è un punto di riferimento per tutto il campo, ma quando parla della Libia tira fuori tutta la sua fragilità “Libia no life” le sue parole. In prigione è stato torturato, gli hanno rubato tutto quello che aveva, è stato picchiato. Queste sono solo una piccola parte delle storie che mi hanno raccontato.
Storie di vita, quelle delle tue foto. Cosa, e come, ti hanno lasciato? 
Diciamo più che altro storie di vita reale e non nascoste dall’ignoranza della “malainformazione”. Per me entrare in un posto come il campo profughi delle “Tagliate” a Lucca è stata una grande crescita personale e professionale. Sicuramente molto presto tornerò per cercare di raccogliere altre storie, perchè ogni persona ha una storia personale differente da raccontare. Nelle foto che ho realizzato in questo reportage per i settimanali ho voluto tirare fuori dagli occhi di queste persone tutta la loro sofferenza, disperazione e paura. Sono immagini molto toccanti e forti come toccanti e forti sono le loro storie.

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