Giovani e abuso di alcolici in Toscana, in Italia e nel mondo

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Tra i maggiori fattori di rischio per i giovani in Italia si colloca l’abuso di sostanze alcoliche. È quanto emerge dalla quarta rilevazione dell’Agenzia Regionale di Sanità (Ars) del luglio 2014, che pone il consumo smodato della sostanza inebriante al nono posto della shock-graduatoria sulle principali cause di perdita della salute, con al vertice una triplette formata da cattiva alimentazione, fumo di tabacco e inattività fisica.

La fascia di età dai 15 ai 49 anni sarebbe quella più colpita dal fenomeno e, anche se i consumi di alcolici aumentano progressivamente con l’età (20,5% dei 14enni; 68,6% per coloro che hanno più di 19 anni), è rilevato come la pratica del “bringe drinking” (ovvero assunzione smodata di alcol, finalizzata ad un rapido raggiungimento dell’ubricachezza, praticata generalmente durante il fine settimana) tenda ad essere meno diffuso dai 18-24 anni.

Secondo i dati Istat, inoltre, la percentuale di adolescenti tra i 14 e i 17 anni che ha dichiarato di avere avuto almeno un episodio di ubriacatura nell’ultimo anno è aumentata dal 40,1% (2005) al 42,9 % (2011), senza significative differenze di genere, riscontrando, comunque, una successiva riduzione del trend nazionale, al quale si allineano pure i dati della Toscana. È, infatti, il rapporto Edit 2015 ad evidenziare una positiva diminuzione del consumo di almeno una bevanda alcolica alla settimana da parte dei giovani dal 2005 (95%) al 2015 (70%) rilevando, inoltre, come la Regione si ponga al di sotto della media italiana per la diffusione del bringe drinking tra gli adolescenti (30% circa con una prevalenza di maschi nella fascia 18-19 anni)

Dall’analisi del contesto Toscano è possibile rilevare, quindi, un importante calo dagli anni ’60 (20 litri procapite di alcol puro) al 2013 ( 6 litri procapite) con la delineazione, dagli anni ’90 in poi, di due grandi modelli di utilizzo di tali sostanze; ovvero uno standard giovanile omologato a quello dell’Europa del nord (meno vino e più superalcolici) e uno che coinvolge prevalentemente l’età adulta, eleggendo “Bacco” a perno centrale di ogni pasto.

Sebbene l’inversione di tendenza riscontrata negli ultimi anni faccia ben sperare, non bisogna, però, dimenticare che nettare degli dei, birra e superalcolici rappresentano ancora il principale fattore di mortalità per i giovani tra i 15 e i 19 anni e che la pratica del bringe drinking tra gli studenti 15enni tocca tuttora le drammatiche percentuali del 35% in Italia (Toscana compresa) e del 39% nel resto d’Europa.

Di conseguenza risultano di estrema importanza le direttive della Community Guide, attualmente in atto negli USA, tra le quali spiccano un aumento delle tasse sulle accise dell’alcol, la limitazione della densità di locali dove è possibile acquistare tale bevanda, nonché la dram shop liability (ossia la responsabilità civile delle rivendite di alcolici). Secondo la Task Force queste misure si sono, ad oggi, dimostrate gli strumenti più efficaci per la prevenzione dei danni da alcol.

Di notevole interesse anche il programma Life skills training, finalizzato a ridurre il rischio di abuso di alcol, tabacco e droghe tra gli adolescenti. Sviluppato negli Stati Uniti, il progetto è stato, in seguito, adattato al contesto italiano dal Dipartimento Dipendenze Asl di Milano con una sperimentazione triennale (2011-2013) presso un campione di 100 scuole secondarie e di primo grado in Lombardia.

Si rammenta, in conclusione, il programma Unplugged (piano di prevenzione dell’uso di sostanze fra i ragazzi dai 12 ai 14 anni condotto dagli insegnanti) sorto dalla collaborazione di sette paesi, tra i quali figura l’Italia.

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