Mattarella a Palazzo Vecchio: “Firenze è maestra. Ha dato molto all’idea di Italia”

0

FIRENZE – Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Firenze, alla commemorazione dell’insediamento a Palazzo Vecchio del Parlamento della IX legislatura del Regno d’Italia, che si tiene oggi. Questo il suo discorso:

Signor Sindaco di Firenze,
signor Presidente della Regione Toscana,
signore e signori,
Intendo anzitutto ringraziarvi per l’invito e complimentarmi per questa importante iniziativa, che ci consente di riflettere sulle nostre radici nazionali e su alcuni degli snodi che hanno segnato il percorso dell’unità d’Italia.
Permettetemi, prima di richiamare il contributo di Firenze capitale, di sottolineare il valore che in quei frangenti storici – fra la terza guerra d’indipendenza, conclusa con l’adesione di Venezia e del Veneto all’Italia, e la breccia di Porta Pia – assunse il Parlamento del Regno, riunito in questa sala di straordinaria bellezza, espressione di un’arte e di una cultura ancora più antiche, che sono simbolo e tratto identitario della città, del suo umanesimo, della sua vocazione universale.
In questo salone de’ Cinquecento, in cui vennero chiamati a cimentarsi Leonardo e Michelangelo, e che fu poi maestosamente decorato da Giorgio Vasari, dopo l’insediamento congiunto con il Senato del Regno, si riunì per oltre cinque anni la Camera dei Deputati.
Anche la storia che parlava dalle pareti alle spalle di quegli uomini – insieme alle vicende che incalzavano – ebbe un grande peso, e una sua fecondità.
I cronisti dell’epoca scrissero che queste imponenti figure incutevano un particolare rispetto nei parlamentari.
In realtà, la storia non consente mai di essere analizzata per compartimenti stagni, o di essere tutta ricompresa in pochi grandi eventi. La storia getta semi, forma progressivamente i popoli. I momenti di svolta sono il prodotto di lunghe maturazioni.
Non ci sarebbe stato il Risorgimento senza il nostro Rinascimento, non ci sarebbe stata l’idea d’Italia senza la Firenze del XV e del XVI secolo, non ci sarebbe oggi la qualità italiana – quella che tanto è apprezzata nel mondo – senza i valori, i gusti, i caratteri sedimentati nel succedersi delle generazioni.
Conoscere la storia, studiarla, cercare le radici più robuste, puntare sui saperi e la formazione è esercizio di chi intende affrontare con coraggio la sfida della contemporaneità.
Nel dna italiano ed europeo è iscritto, del resto, uno straordinario impasto di cultura, di umanità, di idee di libertà e di relazioni sociali.
E’ parte della vita che viviamo, ed è ragione del nostro desiderio di migliorarci. Dobbiamo tenerlo presente nel momento in cui il terrorismo sferra il suo attacco contro la nostra Europa e porta morte e barbarie in una delle sue città.
E’ un tentativo di guerra globale dalle modalità inedite quello che sta deturpando l’inizio del nuovo millennio. Dobbiamo essere uniti, essere determinati e insieme affermare i principi del nostro umanesimo. Non può mancare il senso di giustizia, né la disponibilità a cooperare per uno sviluppo sostenibile e per ridurre le aree dove prevale la violenza e lo sfruttamento. Dobbiamo garantire sicurezza ai nostri concittadini senza rinunciare alle libertà conquistate, affrontare il fanatismo e l’estremismo con assoluta fermezza, e promuovere il dialogo fra le culture e la tolleranza.
Non sradicheremo l’odio facendolo entrare nelle nostre vite e nella nostra civiltà. Il terrore vuole snaturarci. Noi non ci piegheremo. Non ci faremo rubare il nostro modello di vita e il nostro futuro.
Difenderemo la qualità delle nostra civiltà e la offriremo al mondo, rimanendo fedeli ai valori che la hanno ispirata e affinata nel tempo.
Firenze è una città di pace. Il sindaco Giorgio La Pira, in questo salone, cent’anni dopo la Camera dei Deputati del Regno d’Italia, ha dato vita agli Incontri mediterranei, frutto della sua intuizione sulla centralità del Mare Nostro e sulla necessità storica del dialogo interreligioso, a cominciare proprio dalle fedi monoteiste, dalla fede dei “figli di Abramo”, come lui ripeteva.
Oggi la pace ci chiama a nuove responsabilità. Non saranno prove facili: non bisogna mai rinunciare a grandi visioni, alla prospettiva di un umanesimo condiviso. Lo dobbiamo ai nostri figli, anche a quelli che sono stati così barbaramente uccisi e che resteranno sempre nel nostro ricordo.
Firenze è maestra. Ha dato molto all’idea di Italia. Lo stesso trasferimento della capitale tra il 1865 e il 1871 – quando venne completato il passaggio ministeriale a Roma – occupò uno spazio temporale breve ma cruciale per il processo di unificazione del Paese.
E non soltanto perché, negli anni della “transizione” fiorentina, l’Italia riuscì a ricomprendere prima Venezia e poi Roma, la cui assenza rendeva– insieme ad altre – la nostra una nazione incompiuta.
A Firenze avvenne una maturazione, che rafforzò agli occhi degli italiani la dimensione dello Stato unitario. Torino aveva dato, e continuava a dare, tantissimo. Era stata il motore dell’unità. Il sentimento patriottico e la vocazione italiana si erano coniugati con una politica, con una capacità militare e diplomatica, con una organizzazione statuale capace di estendersi nel Paese.
Tuttavia, al di là dei meriti storici dei piemontesi e del contributo materiale che fornirono alle altre regioni, permanevano nelle élite e nel popolo diffidenze e opposizioni, talvolta latenti, altre volte più esplicite. Resisteva la percezione delle due Italie, a cui era legato un pregiudizio – peraltro ingiustificato – sui “conquistatori” subalpini, come scrisse Giovanni Spadolini.
Il trasferimento della capitale a Firenze, a seguito della Convenzione di Parigi, contribuì invece ad attenuare inquietudini e risentimenti interni. Avvicinò il Sud del Paese, avvicinò Roma, rese visibile come l’Italia poggiasse su basi più ampie e radici più antiche, diede allo Stato una maggiore prospettiva nazionale.
A Torino costò molto la rinuncia. I tumulti del 1864 provocarono gravissimi lutti e lasciarono ferite profonde. Grande merito delle classi dirigenti piemontesi fu quello di non rinunciare alla priorità della costruzione della nazione.
E Firenze raccolse il testimone della missione risorgimentale, portando ad essa la propria cultura. A cominciare dalla lingua. La lingua italiana del “ben parlante fiorentino”, che Alessandro Manzoni, anche lui deputato, raccomandò al ministro della Pubblica Istruzione dell’epoca affinché fosse insegnata in tutte le scuole del Regno d’Italia.
Non poteva consolidarsi lo Stato nazionale senza una lingua pienamente comune. Firenze fornì la propria, riuscendo nel salone de’ Cinquecento, come negli altri uffici pubblici trasferiti da Torino, a mescolare i dialetti, ad attenuare le spinte separatiste, a comporre progressivamente una coscienza italiana. Contributo formidabile all’unità del Paese.
Rivestì una grande forza simbolica la Festa nazionale per il sesto centenario di Dante Alighieri, che ebbe il culmine proprio qui, nel maggio del 1865, quando ancora i ministeri stavano completando il loro trasferimento.
Anche Firenze dovette compiere sacrifici, oltre che ricevere onori. Famosa è diventata la battuta del barone Ricasoli sulla “tazza di veleno” che Firenze sarebbe stata costretta a bere, divenendo capitale d’Italia. Gli oneri urbanistici, il trasferimento delle burocrazie statali e, soprattutto, la relativa rapidità di questi movimenti ebbero un impatto sulle finanze e sulla vita cittadina.
Tuttavia Firenze assunse la sua responsabilità e si pose con impegno alla guida in quel tratto di strada.
Probabilmente nessuno pensava, neppure il re, che il tratto fosse così breve. Gli eventi del 1870 non erano, certo, preventivabili cinque anni prima. Il successivo trasferimento della capitale a Roma venne accolto dai fiorentini come un successo storico, e salutato con entusiasmo.
Questo dimostra la crescita del sentimento nazionale, la consapevolezza dell’unità come processo di inveramento di un ideale a lungo coltivato e divenuto popolare, benché le divisioni politiche e territoriali avessero fin lì impedito all’Italia di essere un unico Stato.
Il contributo della legislatura, iniziata a Firenze con il discorso di Vittorio Emanuele il 18 novembre del 1865, fu peraltro molto consistente anche sul piano dell’attività legislativa e del rafforzamento dei profili ordinamentali dello Stato.
Con Firenze capitale furono approvate le disposizioni per l’unificazione amministrativa del Paese, norme decisive anche per dare una dimensione concreta al processo di unità. Entrò in vigore il nuovo codice civile, valido in tutto il Paese. Le severe misure per fronteggiare il disavanzo pubblico, divenuto insostenibile dopo la terza guerra d’indipendenza, ebbero conseguenze pesanti nelle fasce sociali più deboli ma, a loro modo, concorsero a delineare il carattere nazionale delle politiche di bilancio. La legge per la soppressione delle corporazioni religiose precedette quella, approvata pure a Firenze, delle Guarentigie che divenne condizione internazionale per il successivo trasferimento della capitale a Roma.
In quel Parlamento non mancarono slanci, che andavano oltre le contingenze e che non potrebbero essere spiegati senza un robusto sedimento di cultura e di valori. Si istituì per legge il censimento della popolazione italiana, condizione per conoscere la realtà sociale, anche quella più scomoda per le classi dirigenti politiche. Tra le leggi approvate, vorrei sottolineare quella che aboliva la pena di morte.
Lo Stato liberale non aveva certo le caratteristiche democratiche che oggi noi consideriamo indispensabili. Era uno Stato elitario e la stessa Camera del 1865 era stata eletta con il voto di poco più di duecentosettantamila cittadini, tutti maschi. Tuttavia, nel codice penale della Toscana la condanna a morte era già stata abolita e, al termine di un confronto parlamentare, qui nel salone de’Cinquecento, si scelse di estendere a tutta Italia la norma vigente a Firenze.
Sarebbe stata una straordinaria anticipazione di un principio giuridico di grande valore, ancora oggi bandiera di un umanesimo che non si è pienamente affermato nel mondo. Il Senato del Regno però non convalidò la scelta della Camera e la pena di morte restò in vigore in Italia tranne che in Toscana, fino a quando la Costituzione repubblicana non la soppresse definitivamente.
I Parlamenti registrano le temperie della storia e quando sono organi vitali, pur nei limiti segnati dalle condizioni storiche, sono capaci di divenire protagonisti dei cambiamenti.
Nella ricorrenza di oggi, oltre che Firenze, celebriamo l’importanza del Parlamento e il suo autonomo valore nel lungo cammino delle democrazie, mai definitivamente concluso.
Viviamo un tempo di globalizzazione, in cui i poteri tendono a concentrarsi, spesso fuori dalle istituzioni nazionali.
La sfida per i Parlamenti è di tenere insieme rappresentanza e capacità di decisione, partecipazione popolare e scelte politiche lungimiranti, non ipotecate dai soli vantaggi contingenti.
La sfida per noi europei è quella di allargare ulteriormente la democrazia a livello continentale, dando una base parlamentare solida anche all’Unione economica e monetaria, e un crescente contrappeso comunitario al potere intergovernativo.
L’unità europea, ideale del Risorgimento, è l’ideale del nostro avvenire, oltre che nostro interesse concreto, è la chiave indispensabile per affrontare queste novità epocali.
Troppi egoismi, troppe visioni anguste, ancora ci frenano.
Ma come Firenze seppe guardare all’unità d’Italia così, oggi, forti della nostra storia e della cultura migliore, dobbiamo saper individuare un orizzonte più alto.

No comments

*