Mina Vagante, debutto in prima nazionale il 7 e l’8 febbraio al Politeama pratese

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PRATO- ( di Giulia Ballerini ) –  Con Mina Vagante li avevamo lasciati quattro anni fa sul palco del Teatro Dante a Campi Bisenzio, i Querci, dove davvero in quel caso giocavano in casa, e sul territorio toscano sono tornati, dopo aver condotto spettacoli in giro per tutta Italia, approdando a Prato. Al Teatro Politeama è stato subito sold out e un grande, meritato successo per questa prima nazionale, firmata Walters Produzioni, in collaborazione con M.D.C, sotto l’egida dell’avvocato Barbara Gualtieri.
Ed eccola, l’abbiamo davvero vista sul palco, la “Mina Vagante”: Silvia Querci, con la sua straordinaria voce e la sua potente interpretazione della signora indiscussa della canzone italiana, nonché suo mito: la grande Mina. “Vagando” su e giù dal palcoscenico, Silvia ha regalato al pubblico momenti di forte emozione, suscitando un vero e proprio “effetto bomba” per la sua carica esplosiva, grazie alla sua bravura e ad un timbro caldo, dotato di grande estensione e soprattutto in grado, non diciamo di competere, ma di reincarnare la tigre di Cremona – cosa che richiede una tecnica salda. Silvia Querci infatti è una delle più apprezzate interpreti e perfomer della musica leggera italiana del momento.
Non solo le canzoni di Mina hanno fatto vibrare le corde degli animi in sala, ma anche quelle di Lucio Battisti e Mogol, Formula 3, Don Lurio e Lola Falana, e di altri protagonisti della canzone italiana; sarebbe assai riduttivo parlare di cover dei cantautori italiani: questo show è un interpretazione personale e rivisitata del clima che si respirava un tempo a “Canzonissima” piuttosto che a “Milleluci”, dei monologhi di Walter Chiari, Aldo Fabrizi, Paolo Panelli e dei duetti con Totò, Manfredi, Sordi. In una calibrata miscela di suoni, canzoni, parole e risate la regia di Sandro Querci ha condotto un raffinato omaggio al mitico mondo degli anni Sessanta, ricreandone il sapore e l’atmosfera e facendo rivivere il microcosmo della tv in bianco e nero, dove non si conoscevano eccessi, ma si ottenevano prodotti di grande qualità e bravura tecnica. A restituire tutto ciò ha contribuito l’ironia e la versatilità del bravo Piero Di Blasio, performer dei più famosi musical italiani, coprotagonista nel ruolo del presentatore, nonché cantante, attore e ballerino, che ha interpretato le canzoni di Luttazzi.
Tutto è stato presentato in tema, per rivivere “quell’epoca”: la scenografia, sobria ed essenziale, in bande bianche e nere a ricordare quella tv, i costumi e le coreografie di Ilaria Suss, che ha regalato squisiti momenti di tip tap, affiancata da Anna Colli Franzone e Pierluigi Lima, oltre ad un emergente corpo di ballo composto da Sara Angelini, Elena Barani, Sara Bosco, Gioia Formica e Giorgia Pennini.
Un vero e proprio tuffo nel passato, “dove l’acqua è più blu” – verrebbe da dire – dove non esistevano solo Parole, Parole, Parole, ma anche La voce del silenzio, dove si stava Insieme, divertendosi, ma senza clamori, volgarità e strombazzamenti eclatanti; questo è l’effetto che è riuscito a trasmettere Sandro Querci, il quale non solo ha ideato lo show, ma ha accompagnato sua sorella Silvia, dirigendo l’Orchestra dal vivo: Ronny Aglietti, Daniele Cerofolini, Roberto Magnanensi, Massimo Marchi, Antonio Sammauro. Altro momento emozionante è stato il tributo al maestro Ritz Ortolani con l’interpretazione da parte di Silvia della celeberrima More, la canzone dei titoli di testa del film di Gualtiero Jacopetti, Paolo Cavara e Franco Prosperi Mondo cane, 1961, canzone che vinse un Grammy e fu candidata all’Oscar come canzone originale, riscotendo un enorme successo internazionale tanto che venne incisa in più di trecento versioni.
Nel finale a sorpresa la famiglia d’artisti Querci si è riunita al completo, quando è salito sul palco Marileno Querci, che ha intonato Che sarà, nella versione di José Feliciano.
In un teatro pratese pieno come nei tempi migliori, quando non si sentiva parlare di crisi, ma di boom economico, si è respirata l’aria dei favolosi anni Sessanta, in cui davvero la canzone italiana era celebrata con rispetto e faceva scuola al mondo. E proprio in questi giorni consacrati al tempio della canzone italiana, non si può fare a meno di pensare a Sanremo; il paragone viene naturale, ma stride parecchio: impoverimento dei nostri giorni, rispetto ai sacri mostri del passato.

( foto di Ugo Buonamici )

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