Primo Maggio, consegnate le “Stelle al Merito del Lavoro”: tra i premiati della Versilia il sindaco Mungai

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FIRENZE – In Palazzo Vecchio la cerimonia per la consegna delle “Stelle al Merito del Lavoro” ai toscani che si sono distinti nelle proprie attività professionali. Il prefetto Giuffrida: “Un giorno di festa e di riflessione. Ogni cittadino privo di un posto di lavoro deve essere in cima ai nostri pensieri”.

Sono 74 i lavoratori toscani che hanno ricevuto stamani la “Stella al Merito del Lavoro” nel corso di una cerimonia organizzata dalla Prefettura nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. L’onorificenza viene conferita tradizionalmente il Primo Maggio dal Presidente della Repubblica a coloro che si sono distinti nella propria esperienza lavorativa per laboriosità, perizia e condotta morale. Prestigiosi riconoscimenti per chi, in oltre vent’anni di carriera, si è distinto per qualità professionale, per i miglioramenti che ha apportato all’attività quotidiana della propria azienda o per gli insegnamenti che ha saputo trasmettere ai colleghi più giovani. “Oggi è una ricorrenza parte integrante delle nostre tradizioni e della nostra cultura, ha affermato il prefetto Alessio Giuffrida nell’inaugurare la manifestazione, una ricorrenza radicata nella nostra Carta costituzionale che ha posto il lavoro alla base dell’edificazione civile dell’Italia”. Il tema dell’occupazione è stato al centro dell’intervento del prefetto che ha sottolineato con forza come oggi debba essere “un momento di festa e anche di riflessione”. “Il lavoro, la sua mancanza, le condizioni in cui si trovano ad operare tanti lavoratori rappresentano una preoccupazione che turba i nostri giorni, una nube  che ci impedisce di guardare al futuro con ottimismo”. ”Senza lavoro, ha aggiunto Giuffrida, “non può esserci sviluppo della persona umana”. La disoccupazione non pone solo problemi di sostentamento, ha sottolineato,  ma priva l’individuo della propria dignità e dei propri progetti di vita, lo condanna a non poter essere libero, ma esposto al ricatto del bisogno e della disperazione. E qui Giuffrida ha lanciato il suo messaggio per il Primo Maggio. “Ogni cittadino privo di un posto di lavoro – ha detto – deve essere in cima ai nostri pensieri. Chiunque rappresenti un’istituzione, di qualunque natura, politica, amministrativa, sindacale, datoriale, scolastica, deve fare con determinazione tutto quello che serve. Una sfida impegnativa e collettiva.”

Anche coloro che non sono impegnati nella cosa pubblica devono sentire la responsabilità “di improntare il proprio lavoro quotidiano ai valori dell’impegno, della serietà e dell’onestà, come hanno fatto per anni i nostri concittadini a cui oggi consegniamo le Stelle al Merito del Lavoro”. Sono riconoscimenti che testimoniano successi professionali che “hanno consentito alle diverse realtà produttive, ha concluso Giuffrida, di crescere, rafforzarsi, rimanere competitive e resistere nei momenti più difficili”.

Il prefetto ha rivolto un pensiero anche ai caduti sul lavoro e ha ricordato Fabio Rossini, l’operaio di appena ventuno anni che venerdì scorso ha perso la vita a causa di un incidente mentre svolgeva il suo turno di lavoro in un’azienda di Signa.

Dopo il prefetto, hanno preso la parola l’assessore Federico Gianassi, il direttore territoriale del Lavoro Antonio Zoina e il console regionale della Federazione Maestri del Lavoro della Toscana Alberto Taiti.

In sala, i prefetti della Toscana, che hanno consegnato l’onorificenza ai propri cittadini, insieme ai sindaci dei comuni di residenza degli insigniti.

Elenco dei 74 toscani insigniti “Maestri del Lavoro” (suddivisi per provincia di residenza):

 Firenze (28): Vanni Ammannati, Luigi Baldini, Valter Ballini, Luigi Bandini, Massimo Bartolini, Cristina Bassi, Lucia Berti, Enrico Berto, Franco Borgi, Graziano Calzolai, Marco Caracciolo, Alessandro Casini, Luana Conti, Gertraud Egger, Serena Fontanelli, Giovanni Franco, Andrea Giachi, Giorgio Guidalotti, Mauro Labanti, Patrizia Maestri, Andrea Mattesini, Lucia Mengoni, Luca Minghi, Riccardo Pistolesi, Antonella Prestigiacomo, Dolores Sforza, Enza Tozzi, Rita Zancan Del Gallo.

Arezzo (8):  Carla Bacconi, Mario Cerboni, Luca Lorenzini, Roberto Lorenzini, Marcello Mazzetti, Marco Scarini, Roberto Schinco, Massimo Vichi

Grosseto (5): Giorgio Bellaveglia, Maria Gabriella Grechi, Gianni Pratesi, Enrico Ricci, Massimiliano Signori.

Livorno (3): Mauro Gentili, Mirio Giannellini, Enrico Signorini.

Lucca (6): Luca Franceschini, Mauro Lucchesi, Franco Mungai, Rossella Scarpellini, Luigi Stefani, Roberto Taddeucci.

Massa Carrara (5): Angelo Alberti, Giovanni Davide Ceresa, Ermanna Pucci, Riccardo Rossetti, Ferdinando Vannucci.

Pisa (4): Gianfranco Benedetti, Alessandro Bettini, Roberta Bianchi, Fausto Tanzini.

Pistoia (10): Claudio Barbera, Fabiano Gaggini, Marco Giannoni, Osvaldo Giuntoli, Pierluigi Lottini, Nicola Luongo, Damiano Maffucci, Pierluigi Petri, Federico Tosi, Anna Vannucci.

Prato (3): Marco Biondi, Giovanni Guantini, Stefano Guidi.

Siena (2): Fabrizio Dei, Aurelio Testi.

Questo il discorso del prefetto Giuffrida:

“Autorità, insigniti, cittadini, è un piacere ed un privilegio trovarmi qui insieme a tutti voi, in una cornice unica e che non può che essere motivo di orgoglio per tutti gli italiani, a celebrare la ricorrenza del 1° maggio e dunque la festa del Lavoro, valore fondante la nostra comunità nazionale.

Come ho già avuto modo di sottolineare in altre occasioni, la sfida più importante che le ricorrenze ci pongono è quella di riuscire al contempo a celebrare la portata storica di certi avvenimenti e valori ed a far emergere la perdurante attualità dei messaggi che vi sono connessi; tutto ciò per evitare che il trascorrere degli anni le privi, almeno agli occhi meno attenti, dei loro contenuti più preziosi.

Quello di oggi è invece un momento di festa e riflessione che fa parte integrante delle nostre tradizioni civili e della nostra cultura; come tale, è radicato non solo nel nostro immaginario ma prima ancora nella nostra Carta costituzionale, che ha posto il lavoro alla base dell’edificazione civile dell’Italia.

Democrazia, libertà, uguaglianza, solidarietà, lavoro; sono questi i pilastri fondamentali su cui si poggia la nostra comunità nazionale e che quindi ne caratterizzano l’essenza culturale e sociale.

Valori e principi individuati con chiarezza dai padri costituenti fin dall’inizio, dai primissimi articoli, della Costituzione, che riservano in particolare un’attenzione assoluta al tema del lavoro.

L’art. 1, lo pone a fondamento della Repubblica; l’art. 4 ne evidenzia la duplice natura: diritto, che la Repubblica deve riconoscere, e dovere, che il cittadino deve adempiere.

Diritti e doveri, oggi come in passato i due poli che tengono in equilibrio le costruzioni democratiche, talmente legati da non poter esistere gli uni senza gli altri.

Quando parliamo di diritti e doveri siamo spesso portati ad immaginarli come riferiti principalmente ai singoli cittadini; troppo spesso ci dimentichiamo però che esistono anche in relazione ai soggetti collettivi, alle istituzioni, ai poteri dello Stato.

Tali doveri “pubblici” sono anch’essi, direi anzi soprattutto questi, fondamentali per la costruzione, la difesa e la valorizzazione di una comunità nazionale prospera e giusta.

Sulle spalle della Repubblica, da intendersi qui come Paese, prima di tutto, e poi come complesso di organi costituzionali ed istituzioni, grava quindi il peso di riuscire a garantire ad ogni cittadino l’accesso al lavoro.

La Repubblica “promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto”, ci indica infatti il primo comma dell’art. 4 della Costituzione, in una concatenazione logica che lega alla promozione delle condizioni l’obbligo di garantire l’effettività di quel diritto.

Non si tratta di una scelta casuale da parte dei costituenti. L’effettività dei diritti, la misura concreta della loro fruizione, è il parametro sul quale valutare oggi la salute delle democrazie ed al quale affidare le speranze delle nuove generazioni.

Non può essere sufficiente accontentarsi delle dichiarazioni di principio o delle asserzioni – pur nobilissime – che fanno parte delle nostre tradizioni culturali e giuridiche; dobbiamo essere in grado, oggi ancor più che in passato, di trasformare le intenzioni in risultati, i desideri in realtà.

Il tema del lavoro, della mancanza di lavoro e delle condizioni in cui versano alcuni lavoratori, è purtroppo ancora oggi la preoccupazione forse più grande che turba i nostri giorni; la nube che ci impedisce talvolta di guardare al futuro con ottimismo.

E’ quindi allo stesso tempo la responsabilità più grande – insieme alla garanzia della sicurezza del nostro Paese – con la quale deve confrontarsi chiunque abbia responsabilità pubbliche, di qualunque natura: politica, amministrativa, sindacale, datoriale, scolastica.

Deve essere un impegno concreto, di ogni giorno, che fugga dalle contrapposizioni e persegua quell’unità di intenti che è il presupposto imprescindibile per restituire la speranza in un futuro radioso a chi teme di non potersela più concedere.

Ricordiamoci infatti che la disoccupazione non pone semplicemente problemi di sostentamento materiale per un individuo o una famiglia; ci sbatte in faccia il dramma di persone che si sentono private, senza colpa, della propria dignità e dei propri progetti di vita, condannate a non poter essere libere, perché esposte al subdolo e tragico ricatto quotidiano del bisogno e della disperazione.

Perché senza lavoro non può esserci sviluppo della persona umana.

In questi momenti, deve essere allora ancora più forte l’ispirazione da trarre dagli insegnamenti costituzionali e ci deve animare l’assoluta determinazione a fare tutto quello che serve.

Ogni cittadino privo di un posto di lavoro deve essere in cima ai nostri pensieri; lo dobbiamo a quell’italiano, ai nostri padri costituenti, alla nostra tradizione sociale e culturale ed anche al futuro del nostro Paese.

Una sfida impegnativa, che non potrà essere vinta senza la collaborazione di tutti, senza un’applicazione concreta di quanto indicato dal secondo comma dell’art. 4 della Costituzione: “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

E quindi in primo luogo chi, per lavoro e vocazione, si occupa della cosa pubblica, ha il dovere di farlo con impegno, serietà ed onestà e facendosi carico di rendere effettive le disposizioni costituzionali.

Ma anche chi svolge ruoli apparentemente meno collegati alle responsabilità pubbliche, ha comunque il dovere di improntare il proprio lavoro quotidiano ai medesimi valori: impegno, serietà ed onestà.

Come fanno ogni giorno milioni di italiani, ai quali vanno il nostro pensiero, la nostra stima e la nostra gratitudine.

Come hanno fatto per anni le 74 persone alle quali consegneremo fra poco le Stelle al Merito del Lavoro; prestigiosi riconoscimenti per chi, in oltre 20 anni di carriera, si è saputo distinguere per la qualità e serietà del proprio impegno, per i miglioramenti che ha saputo apportare all’attività quotidiana della propria azienda oppure per gli insegnamenti che ha saputo trasmettere ai colleghi più giovani.

Si tratta, apparentemente, di un riconoscimento individuale. In realtà, tali successi sono stati possibili grazie anche all’apporto altrui: delle aziende che hanno offerto un posto di lavoro, dei colleghi che hanno collaborato alle innovazioni e di tutti coloro che hanno consentito alle diverse realtà produttive di crescere, rafforzarsi, rimanere competitive e resistere nei momenti più difficili; solo così gli insigniti di oggi hanno avuto l’opportunità di dimostrare il proprio valore e di meritarsi quest’onorificenza.

A loro va il grazie di tutti noi, con l’auspicio che sempre più italiani, soprattutto quanti hanno responsabilità pubbliche, sappiano dimostrare di essere degni di una stella al merito.

Buon 1° maggio, buona festa del Lavoro”.

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