Resistenza, una testimonianza inedita che fa male alla storia della Liberazione

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FIVIZZANO – (di Benedetta Del Padrone) –  “Mia figlia chiedeva sempre a mia mamma di raccontarle la favola, ma purtroppo non si trattava di fantasia, ma, mai come in questo caso, della dura realtà”; la realtà di due sorelle, Marta e Maria, che nell’agosto del 1944 avevano rispettivamente 12 e 9 anni.
Figlie di contadini, trascorrevano le loro giornate come tante altre bambine tra animali, campi e i tanto orgogliosi quaderni pieni di lettere dell’alfabeto, ma lo facevano nel paese di San Terenzo, frazione del comune di Fivizzano, luogo verde che durante la seconda guerra mondiale si tinse di color rosso del fuoco e del sangue.
Oggi il paese ricorda ancora quell’eccidio che, forse più ingiustamente e vigliaccamente degli altri paesi della zona, lo convolse per mano delle SS, con le testimonianze raccolte nel museo e il silenzio parlante ancora presente nella famosa valle dove tutti furono uccisi.
San Terenzo nel 1944 fu dichiarata immune da un ufficiale tedesco, come segno di riconoscenza per essere stato guarito in seguito a una ferita dalle donne del posto, ma così non fu perché la regola era chiara: ad ogni tedesco ucciso dieci uomini erano da sacrificare.
I partigiani, chiamati da una signora di Bardine (paese vicino) per difendere le proprie mucche, uccisero 16 soldati tedeschi e ne ferirono uno; la matematica non è un’opinione, la somma da raggiungere era 160 e per farlo si è dovuto rendere San Terenzo un paese fantasma.
Da quell’eccidio sopravvisse una sola bambina, Clara, che si finse morta sotto i corpi dei genitori quando le SS, dopo aver già sparato, passarono a dare il colpo finale ad ogni corpo.
“Io quel giorno”, ricorda Marta, “ero per strada con Maria e una nostra coetanea, la quale, richiamata dai genitori, volle tornare in paese; anche mia sorella voleva andare con lei , ma io la convinsi a tornare anzi a casa, abitavamo leggermente fuori dal paese” da quell’inconsapevole decisone salvò la sua vita e quella della sorella e inconsciamente salutò per l’ultima volta la sua compagna di giochi e la sua vita precedente, dando le spalle metaforicamente e concretamente alla morte.
“Sono tutti morti!” questo gridava un fanciullo tornando dal paese.
Per colpa di chi? ” Per colpa dei tedeschi e dei partigiani” afferma senza dubbio la nostra testimone” non posso più sentire parlare il tedesco e odio i partigiani, spesso osannati come gli eroi della patria, questi dovevano difendere il paese, io non li ho mai visti, sono scappati! I tedeschi dovevano cercarli e uccidere loro, non i bambini”. Un triste sorriso mi sorge di fronte all’ingenuità di tale affermazione carica ancora di fanciullezza, tipica di una ragazzina di 12 anni e forse proprio per questo testimonianza più genuina e reale .
Chi decide in guerra chi è il buono e il cattivo? l’eroe e il nemico? forse la storia o forse proprio gli occhi ingenui di due bambine che, ora ottantenni, mantengono salde quelle immagini e quei suoni ancora dentro di loro.
“Il 4 settembre del 1944 uccisero mio padre, i mie due fratelli gemelli e ferirono il primogenito, perché pensavano fossero partigiani. Io e Maria ci salvammo perché eravamo andate a dormire da una signora alla quale avevano ucciso le figlie in valle ad agosto…dei nostri so solo che qualcuno fece la spia e Paris (il primogenito ferito) ci raccontò che mio padre e Giovanni furono uccisi con una bomba a mano e a Giuseppe le SS legarono le braccia, ma non ha mai voluto raccontare alto…”
Paris, all’epoca aveva 23 anni, fu spesso testimone dei fatti e a volte negli articoli venne definito partigiano, ma Marta e Maria con fermezza ribadiscono più volte ” finanziare, all’epoca quindi disertore, ma mai partigiano”. Il ragazzo rimase ferito a una gamba e fingendosi morto, con le persone che gli camminavano addosso, rimase per 40 giorni nascosto in un fosso, mentre le donne della sua famiglia cercavano sempre posti nuovi dove nascondersi e il “mondo” intorno a lui bruciava.
“Andammo pure per qualche giorno dentro un canale, ma ripensando ora non mi ricordo neppure come in quei giorni avessimo colmato i nostri bisogni vitali, so solo che si pregava tanto e mia madre Oliva vedeva tedeschi ovunque …erano lì ad ogni ora e in ogni luogo”.
Un giorno Oliva, racconta Marta, uscì rassegnata dall’ennesimo nascondiglio e andò a mungere le mucche davanti alle SS e guardano in faccia gli assassini dei suoi compaesani, di suo marito e dei suoi due alti gemelli sedicenni, porgendo il latte disse ” gradite?” e la lasciarono andare.

“Noi cambiammo spesso casa, dormimmo in un lettino fatto di foglie in sei, mangiavamo polentina e castagne, eravamo già fortunate…si andava solo in Chiesa e si piangeva. Il Natale di quell’anno avevamo tutti una cosa in comune: i morti”
L’aprile del 1945 fu segnato dalle bombe ed un giorno un generale tedesco li costrinse tutti ad uscire dal nascondiglio e li mise in fila al muro “anche gli uomini tremavano e pregavano”
Come dice Marta il sottofondo di quegli anni erano le bombe , le urla e i rosari.
“Sembrava finita e poi ad un certo punto il generale rispose ad una telefonata e ci lasciò andare…forse per noi non era ancora giunto il momento di morire, infatti arrivarono gli americani con loro cioccolata” e qui nasce il sorriso solito di una ragazzina che da quel giorno iniziò un nuovo capitolo del libro della sua vita senza mai chiudere definitivamente quello precedente, un libro non di fantasia , ma che oggi si è trasformato in storia, una storia che non dovrebbe mai essere passato, ma presente vivo.
Sapere per non dimenticare…per imparare.

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