Ruba due sacconi di carta igienica: licenziato

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ALTOPASCIO  – Lo scorso 11 Giugno 2014 la ditta Gambini spa ha licenziato un suo dipendente, padre di una famiglia monoreditto con un figlio di appena 5 anni e con un’anzianità di servizio di 20 anni raggiunta nello scorso mese di maggio. Il licenziamento è avvenuto per “giusta causa”.
La ditta Gambini accusa infatti il lavoratore di avere sottratto in modo fraudolento addirittura due “sacconi” di carta igienica.

L’atto del lavoratore ha talmente scioccato il titolare della Gambini da fagli considerare la possibilità di “esporre i fatti (..) alla valutazione dell’Autorità giudiziaria penale”.

“Di seguito – scrive in una nota la Fiom Cgil –  si dimostrerà come, sebbene la colpa del lavoratore sia evidente e da lui stesso ammessa, la decisione aziendale sia quantomeno eccessiva e tale da far pensare che sia guidata dalla volontà di liberarsi di un lavoratore ritenuto non confacente alla “filosofia” aziendale, attraverso lo strumento economicamente migliore per l’azienda stessa. Innanzitutto si contesta al lavoratore la sua presenza in azienda “alle ore 8 circa”, quando l’orario di lavoro iniziava alle 8.30. Tale circostanza viene usata come una prova della condotta fraudolenta e soprattutto premeditata dello stesso. Tuttavia la direzione aziendale ha indirettamente confermato che, per i dipendenti il cui orario di lavoro inizia alle 8.30, è ammessa la presenza e la timbratura a partire già dalle ore 8.01. Inoltre nella lettera di licenziamento non viene riportato in nessun punto un orario preciso ma viene scritto appunto “alle ore 8 circa”. Infine è facilmente dimostrabile che era abitudine del lavoratore stesso iniziare la propria giornata lavorativa molto prima del limite temporale stabilito. Per questi motivi è del tutto verosimile supporre che il lavoratore fosse arrivato alle 8.01 e pertanto la sua presenza in azienda fosse del tutto lecita: in definitiva l’ora in cui è accaduto il fatto è da considerarsi meramente un dato temporale e non una prova, come il tono della lettera di licenziamento fa invece supporre. In secondo luogo nella lettera di licenziamento l’azienda cerca di dimostrare che la gestione e l’eventuale distribuzione dei prodotti realizzati durante i collaudi delle varie linee, siano soggetti ad un preciso protocollo interno. Tra l’altro, nel riportare l’episodio di un precedente richiamo verbale che il lavoratore licenziato ha avuto in data 19 Giugno 2013, si indica la presenza in uno degli stabilimenti della Gambini (presumibilmente quello di via XXV Aprile) di una fantomatica area di stoccaggio del prodotto. Nulla di più falso!! In Gambini non esiste alcuna zona recintata od al limite opportunamente indicata in cui i prodotti dei vari collaudi vengono stoccati. Questi ultimi, come sanno tutti i colleghi del lavoratore e come è facilmente verificabile da varie immagini fotografiche, sono semplicemente accatastati in prossimità delle linee in collaudo ed in alcuni casi anche in prossimità degli accessi agli stabilimenti che tra l’altro, soprattutto nei mesi primaverili ed estivi sono lasciati aperti anche in assenza dei lavoratori. Inoltre nei casi in cui il prodotto realizzato durante i collaudi non siano soggetti a vincoli di segretezza aziendale a livello contrattuale e quindi può essere distribuita ai lavoratori, anche qualora venga data autorizzazione da parte del direttore di Produzione al prelievo di un numero di sacchi ben determinato non è messo in opera alcun controllo sulle operazioni di prelievo dei vari dipendenti, non viene nemmeno preparata una semplice lista dei nominativi dei dipendenti alla data del prelievo da far loro firmare o da far vidimare ad un responsabile delle operazioni. In definitiva le operazioni di prelievo vengono “demandate” dall’azienda alla responsabilità ed alla correttezza di ciascun lavoratore. Purtroppo ciò ha comportato nel corso degli anni ad assistere a quelle situazioni che il lavoratore ha cercato, purtroppo maldestramente per lui, di identificare come l’effettiva realtà aziendale. Tra l’altro, in riferimento al prodotto oggetto del “furto”, alla data dell’accaduto nelle bacheche aziendali non vi erano comunicazioni scritte sulla mancata autorizzazione al suo prelievo. Tra l’altro non si capisce nemmeno quando l’azienda abbia effettuato la sua “accurata” verifica in merito, visto che alcun lavoratore sia stato interrogato in merito. Un altro punto su cui l’azienda pone l’accento è il maldestro tentativo che il lavoratore ha effettuato per nascondersi una volta resosi conto della presenza del Direttore Tecnico e che egli ha comunque ammesso nelle giustificazioni scritte che ha presentato. Per l’azienda tale comportamento è quello che lo ha equiparato ad un ladro. Forse l’azienda dimentica il complesso rapporto che si è venuto a creare tra il lavoratore ed il direttore Tecnico, e forse ha dimenticato il demansionamento che lo stesso ha subito in un recente periodo, che è venuto meno solo per il riassetto aziendale che ha portato alla nascita dell’Ufficio “Ask Gambini” ed al conseguente spostamento di forza lavora dall’Ufficio di cui fa parte il lavoratore. Infine, anche volendo rigettare in toto i vari punti qui evidenziati, va ricordato che anche la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n°17739 del 29 Agosto 2011, ha dichiarato illegittimo il licenziamento di un lavoratore qualora, come nel caso in oggetto, il valore o l’entità della merce rubata sia di piccola entità. La Cassazione, pur riconoscendo la “scorrettezza del comportamento del prestatore di lavoro”, ha giudicato lo stesso meritevole di una più lieve sanzione, quale ad esempio una conservativa del posto di lavoro, anche sospensiva di minore entità, rispetto al licenziamento in tronco da essa giudicata incongrua anche alla luce dell’anzianità di servizio. L’irrogazione di una sanzione disciplinare massima, per la Cassazione può essere giustificata solamente quando ci si trovi in presenza di un notevole e gravissimo inadempimento contrattuale tale da non consentire, nemmeno in via provvisoria, la prosecuzione del rapporto di lavoro”.

La carta igienica contenuta nei due sacchi prelevati dal lavoratore licenziato, era materiale di scarto utile solo al funzionamento delle macchine, fanno sapere dal sindacato: “Più correttamente si dovrebbe dire che il lavoratore “ha preso” i due sacchi e non che li abbia rubati”.

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