Treno killer, la notte di inferno nei ricordi di un volontario del 118

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LUCCA – ( di Letizia Tassinari ) – Ancora emozioni forti in aula al processo per la strage di Viareggio. E ricordi terribili, che fanno male. Come quello del volontario di un’ambulanza, Giorgio Bosco, che quella notte d’ inferno accompagnò a Cisanello, nel reparto grandi ustionati, Manuela Menichetti. “Era lucida – ha detto dal banco dei testimoni – e mi chiedeva cosa ci facesse li, raccontandomi che al momento dell’esplosione era a casa di un’amica a giocare a carte e che uscendo per strada, per fuggire, furono entrambe investite dal fuoco”. “Mi dette il suo cellulare – ha aggiunto il teste – perchè le chiamassi la mamma”. Forse per tranqullizzarla. Ma la ragazza mori,  dopo atroci sofferenze, e dopo quella notte, cosi ha riferito in aula, Bosco non è più riuscito a salire su un’ambulanza. Riccardo Domenici, lo psicologo che tra i tanti ha avuto in cura due bambini di 9 e 4 anni che hanno visto bruciare vivi alcuni vicini, ha poi spiegato in aula i gravi traumi subiti da chi in quelle ore di apocalisse ha dovuto subire lo choc di quanto vissuto.
Dai brividi dei ricordi, in aula si è poi passati alla fase tecnica con alcuni “retroscena”, precisati dall’ingegner Giancarlo Laguzzi, teste di parte civile, chiamato a deporre dall’avvocato Filippo Antonini, che nell’anno della strage, il 2009, era alle dipendenze di Vincenzo Soprano, uno degli imputati, che ha riferito di come venivano firmati i contratti tra Trenitalia e le singole regioni, e alla questione sicurezza, riferita da Armando Romeo, segretario, all’epoca, del sindacato Orsa, che ha ricordato delle tante missive, sul treno deragliato, inviate a Fs e Ansf sul tema dei controlli, lettere queste rimaste senza risposta, per finire con Filippo Cufari che, da consulente di parte durante l’incidente probatorio ha poi dovuto smettere a seguito di una lettera di diffida da parte dell’azienda.

 

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