“Urlavo ma nessuno mi sentiva perchè avevo la gola bruciata”, in aula il dramma di Piagentini

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LUCCA – ( di Letizia Tassinari ) – “Urlavo ma nessuno mi sentiva perchè avevo la gola bruciata”. E’ stato questo il acconto, lucido e pieno di emozioni, di Marco Piagentini, superstite nella strage di Viareggio della notte del 29 giugno, che questa mattina ha testimoniato al processo per il disastro ferroviario, In un aula Piagentini, rimasto in fin di vita per diversi mesi e salvo solo dopo aver subito oltre 40 operazioni in anestesia totale, ha riferito di come solo, dopo diversi mesi, a novembre 2009 seppe della morte della moglie e due dei suoi figli e di quando per la prima volta potè rivedere il figlio Leonardo. Il bimbo quasi non lo riconobbe a causa delle ferite. Il suo piccolo, unico superstite della sua famiglia, il suo angelo, il suo “dio”, laa cui voglia di stringerlo a sè lo ha sicuramente aiutato a rimanere vivo. Mesi di inferno, quelli ricordati in aula e trascorsi in ospedale a Padova. Tra i dolori lancinanti, provocati dalle ustioni, gravissime, che lo hanno sfigurato ma che lo hanno reso ancora più forte, anche se durante l’udienza Piagentini è stato sopraffatto dalla commozione, nel ricordo di quando gli fu detto della morte della moglie Stefania e dei due bimbi, Luca e Lorenzo. “Sono stato operato nuovamente due settimane fa. Non so se ne sopporterei un’altra…”, ha detto guardando fisso negli occhi il giudice Gerardo Boragine. E nell’aula il silenzio soffocava le lacrime. Ma la vita va avanti, per Leonardo, oggi 14enne. Senza dimenticare l’orrore di quella notte, quando le fiamme avvolsero il piccolo Lorenzo in auto e anche Marco Piagentini fu investito dal fuoco assassino, e le macerie della sua casa lo seppellirono, vivo, fino all’arrivo dei Vigili del Fuoco. Poi il calvario, e il lutto. Ma nonostante tutto lui, questo eroe senza tempo, ce l’ha fatta e oggi, nonostante, come gli altri parenti delle vittime, si senta abbandonato dalle Istituzioni, come se questo processo non interessi più a nessuno, è qui, presente, per ottenere Giustizia.
Una testimonianza, quella di Piagentini, che ha impegnato oltre metà dell’udienza, poi la parola è passata all’ingegner Maurizio Orsini, consulente della parte civile, con gli avvocati Riccardo Carloni, Enrico Marzaduri e Gabriele Dalle Luche, che ha spiegato che il il calcolo del rischio di incidente, e di deragliamento, andava calcolato, come il rischio del “rilascio” del materiale pericoloso trasportato dal merci. Tre i dispositivi che potevano, e dovevano, essere messi in atto per evitare i rischi: potenziare lo spessore delle cisterne, installare un dispositivo antisvio e ridurre la velocità. “Se il treno fosse andato a 50 o 60 chilometri orari – ha spiegato in aula – il convoglio si sarebbe fermato prima di raggiungere la zampa di lepre o il picchetto”. I due “responsabili” di aver squarciato la cisterna, dalla quale è poi fuoriuscito il Gpl provocando la tragedia. In America, ha riferito in aula, c’è stato un incidente analogo, e entro il 2025 lo spessore delle cisterne sarà raddoppiato: intanto la velocità massima imposta è di 50 miglia, e 40 nei centri urbani.

 

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