Condannato a sette anni per violenza sessuale, l’avvocato Massimo Landi ricorre in appello: “Smonteremo l’accusa”

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VIAREGGIO – Letizia Tassinari – Sette anni di reclusione, 100mila euro di risarcimento danni e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, oltre al pagamento di circa 6mila euro di spese processuali. Unica assoluzione quella per il reato di stalking. Era stata questa la sentenza pronunciata nel giugno del 2012 dal tribunale collegiale di Lucca alla fine di un lungo processo per violenza sessuale. E che fosse stata una sentenza che “non rende giustizia”, l’avvocato Massimo Landi, difensore dell’accusato, un viareggino, lo aveva detto appena uscito dall’aula: “Il mio cliente è innocente – ribadisce oggi,  a distanza di pochi mesi dall’appello a Firenze, fissato per ottobre -, ci sono prove, e testi, come la deposizione dello psichiatra, che a nostro giudizio non sono stati presi nella giusta considerazione”.

“Occorre vedere se nel racconto della presunta vittima, come ricostruito dai verbali del processo e tenendo a mente le specifiche condotte contestate nei capi d’imputazione – spiega l’avvocato Massimo Landi – si ritrova quella intrinseca verosimiglianza e coerenza logica, se vi sono riscontri esterni – con particolare riguardo ai testimoni indicati proprio dalla parte civile – che confermano il narrato, se quindi esiste riprova esterna delle accuse formulate al mio assistito, se esiste un’alternativa ricostruzione dei fatti favorevole all’imputato nella direzione del dubbio ragionevole e se, infine, la sentenza abbia considerato ogni aspetto della vicenda ed abbia dato esauriente risposta alle istanze dell’imputato.Da tale punto di vista, questo si puntualizza sin da subito, l’estrema superficialità del percorso motivazionale è disarmante. Manca una generale analisi critica della vicenda ed una specifica considerazione di alcuni momenti processuali assolutamente decisivi in punto di valutazione dell’attendibilità delle persona offesa”. Per la difesa, tra i motivi dell’impugnanzione in Appello, basilare è l’errata, incompleta e insufficiente valutazione della resultanze istruttorie, e un’errata applicazione dei criteri della valutazione della prova.

La storia, di ordinaria follia, aveva visto come vittima una donna di Viareggio, all’epoca della vicenda nemmeno 40enne, separata e con un figlio minorenne. Lui, l’imputato, era il suo compagno. Difronte ai giudici Pezzuti, Di Grazia e Nerucci e al Pm Giannino titolare dell’indagine, la parte offesa, assistita in primo grado dall’avvocatessa Cristiana Francesconi, aveva ripercorso quell’incubo passato, ma ancora presente con tutta la sua angoscia. Tutto aveva avuto inizio a gennaio del 2008, quando i due, che si erano conosciuti durante l’estate del 2007, secondo quanto affermato dalla donna, erano andati a convivere. Da subito, aveva raccontato la vittima, erano iniziati i primi atteggiamenti possessivi e ossessivi. Accecato dalla gelosia il compagno, secondo il racconto, non la faceva uscire di casa da sola, nemmeno per andare a lavorare. Poi le offese – “sei una zoccola” -, anche davanti al figlio appena adolescente, l’alcol, e le botte. “Ad aprile 2008 mi ha violentata per due volte – questo il racconto in aula in primo grado, tra le lacrime, – e ci siamo lasciati, ma quando a maggio ho scoperto di essere incinta sono andata a casa sua e lui non credendoci nonostante l’ecografia fatta all’ospedale “Versilia” mi ha urlato che lo volevo solo incastrare, costringendomi a fare il test di gravidanza, poi mi ha preso per i capelli, mi ha trascinata fuori casa e afferrandomi per la cintura dei pantaloni mi ha sbattuta a terra lasciandomi tramortita”. La decisione, presa a giugno, racconto’ allora la presunta vittima, fu quella di abortire. Un mese di silenzio, poi l’uomo si sarebbe rifatto avanti chiedendo perdono e la storia era ricominciata, come l’incubo. Con nuove offese, nuove violenze – “mi costringeva anche a rapporti orali” – e nuove percosse. Anche in pubblico, sulla strada. Con la donna letteralmente pestata, l’ambulanza che l’aveva trasporta al Pronto Soccorso, un tentativo di suicidio, e finalmente la denuncia, presentata poco prima di Natale 2008 alla caserma dei Carabinieri di Viareggio. “Durante la convivenza, e sempre in preda ai fumi dell’alcol – aveva aggiunto –  senza nemmeno curarsi della presenza di mio figlio in casa il mio compagno non si è mai fatto il minimo scrupolo di insultarmi e di schiaffeggiarmi”. “Alle cinque di mattina si presentò a casa mia completamente ubriaco – aveva riferito ai giudici, con le stesse parole messe a verbale nella denuncia – e non feci nemmeno in tempo ad aprire la porta che mi afferrò per i capelli, tappandomi la bocca con una mano, trascinandomi in camera e costringendomi a fare sesso”. Il figlio, terrorizzato, dalla sua camera aveva sentito le grida e capito tutto. E, forse, proprio la sua testimonianza, ad una delle udienze a porte chiuse, aveva convinto i giudici della colpevolezza dell’uomo.

Ma secondo la difesa, che nel ricorso per appello ha minuziosamente cercato di smontare ogni accusa, tutta la versione, che ha portato alla condanna, è falsa.  “Uno degli episodi di violenza specificamente contestati – si legge nell’atto a firma dell’avvocato Landi,  che si sofferma su un particolare -, quello a cui avrebbe assistito anche il figlio, sarebbe avvenuto il 12 Aprile 2008, alle 5 del mattino. In denuncia, però, risulterebbero un’altra data e differenti modalità. Durante l’esame condotto dalla Pubblica Accusa alla parte offesa fu chiesto chiesto se oltre alla violenza dell’Aprile del 2008 (cioè quella appena descritta) ce ne fossero state altre: e la risposta merita attenzione poiché la donna affermò di non sapere cosa s’intende esattamente con quel termine (cioè abuso o violenza sessuale) ma che comunque il mio assistito, di notte, l’avrebbe costretta sempre ad avere rapporti sessuali contro il suo volere, spesso ed in maniera violenta”. “Ma a domanda rispondi – spiega il legale – la presunta vittima affermò di non sapere neppure cosa significhino i termini violenza sessuale o abuso sessuale e anche in relazione all’altro episodio di presunta violenza (quello delle banane) rispose che non sapeva neppure che quella fosse violenza sessuale. Quali considerazioni trarne? E’ divenuto violenza perché così da altri qualificato in sede di denuncia? Quella volta era allora d’accordo? E la sera del 12? E le volte successive?”.

Violenza sessuale, o rapporto consenziente? Le prove per smontare le accuse sono tante altre, assicura la difesa, ma per ora, Landi, se le tiene come asso nella manica.  La parola  passa ai giudici fiorentini.

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