Delitto Romanini, punto e a capo: si riparte dall’udienza preliminare

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LUCCA – ( di Letizia Tassinari) – Prima udienza e processo annullato, questa mattina in Corte d’Assise a Lucca per Roberto Romanini, imputato nel processo che, dopo l’udienza davanti al Gup del 13 marzo scorso,  lo vede alla sbarra accusato dal Pubblico Ministero Fabio Origlio, come mandante dell’omicidio del cugino Stefano avvenuto la mattina all’alba del 8 febbraio di quattro anni fa.

Un processo, quello apertosi questa mattina nell’aula collegiale del Tribunale lucchese dinzani alla Corte d’Assise, presieduta dal giudice Valentino Pezzuti, con a latere il magistrato Stefano Billet, e la giuria popolare, che ha visto la difesa dell’imputato, affidata all’avvocato Andrea Tonnarelli del Foro di Genova, sollevare eccezioni di irregolarità tali da richiedere la nullità in virtù del diniego di poter far periziare da un consulente di parte le ogive, ossia i bossoli, ritrovate durante una perquisizione dagli uomini della Squadra Mobile in un terreno a Camaiore di proprietà di Roberto Romanini. Una richiesta, quella della difesa dell’imputato, avanzata due volte, sia durante le indagini che alla udienza preliminare del marzo scorso, e sempre respinta, che ha, come affermato in aula il legale di Roberto Romanini, impedito alla difesa di poter comparare i bossoli con quelli ritrovati sul cadavere del cugino Stefano. Poi un breve cenno sulla presunta irregolarità della deposizione di Pio Moriconi, che ascoltato come persona informata dei fatti si sarebbe autoaccusato riferendo di aver ricevuto una pistola,  diventando una sorta di super teste.

La Corte, ritiratasi in Camera di Consiglio per oltre un’ora per decidere in merito alla eccezione procedurale sollevata, ha riconosciuto la violazione del diritto alla difesa dell’imputato, sancita non solo dal codice ma dalla stessa Costituzione, annullando di conseguenza il processo appena iniziato e rimettendo gli atti al Gup.

Un bel colpo quello messo a segno dalla difesa, sul quale il legale della famiglia di Stefano Romanini, costituitasti parte civile, non ha voluto commentare. Ora, a distanza di oltre 4 anni dal delitto, si riparte da zero, o quasi: nuova udienza preliminare, poi la composizione di un nuovo collegio giudicante, inclusa la giuria popolare, e la data del nuovo processo, ancora sine die. Amarezza nella moglie e nelle due figlie di Stefano Romanini, questa mattina quando il presidente del Collegio giudicante, nonchè presidente del Tribunale di Lucca, Valentino Pezzuti, ha letto il dispositivo che sanciva l’annullamento del processo per vizi insanabili. Lei, Giuliana Pellegrini, la vedova, quella mattina all’alba fu svegliata dagli spari, e afffacciasi alla finestra vide uccidere suo marito.

Fu un agguato in piena regola, una vera e propria esecuzione a sangue freddo con quindici colpi di pistola, un intero caricatore. Il killer, incappucciato e armato, lo aveva aspettato sotto casa e quando l’imprenditore era uscito per dirigersi alla sua auto, una Golf grigia parcheggiata di fronte, iniziò a sparare: per Stefano Romanini, all’epoca 46 anni, non ci fu niente da fare. Colpito dai numerosi proiettili esplosi a distanza ravvicinata dal suo assassino, l’uomo si era accasciato in terra in una pozza di sangue ed era morto poco dopo il suo arrivo all’Ospedale Unico “Versilia”. Alba di sangue quella dell’8 febbraio 2011 nella centralissima via Battisti a Camaiore, di fronte al noto ristorante Il Centro Storico. L’imprenditore, titolare di una ditta di escavazioni, la Serena Scavi, ex Escavazioni di Stefano Romanini, sposato con Giuliana Pellegrini, casalinga, e padre di due ragazze, Serena e Stella, era  uscito per andare a lavorare, come ogni mattina, ignaro che ad aspettarlo sulla strada ci fosse il suo carnefice: alto, magro, vestito di nero, cappuccio in testa e in pugno una pistola calibro 9. Mai trovato.  La prima persona a dare l’allarme fu la moglie di Romanini, che sentendo i colpi di pistola si era affacciata alla finestra e aveva visto il killer fuggire a piedi imboccando via Fonda per poi dileguarsi senza lasciare traccia. La donna, sotto choc, era scesa in strada dal marito che agonizzava a terra: “Mi sento affogare”, furono le uniche e ultime parole dell’uomo colpito a morte dai proiettili. Nonostante il tempestivo intervento di un’ambulanza del 118 che lo aveva trasportato immediatamente al Pronto Soccorso, Stefano Romanini morì poco dopo il suo arrivo al nosocomio versiliese. Sul posto le volanti del Commissariato di Polizia di Viareggio, a cui furono affidate le indagini, e i reparti della Scientifica che avevano eseguito i primi rilievi balistici. L’auto di Romanini, dietro alla quale la vittima aveva cercato di trovare riparo dalla furia omicida del suo assassimo, era stata completamente crivellata dagli spari. Furono esattamente quindici i colpi di pistola, una calibro 9, esplosi dal killer. Una storia agghiacciante, con una indagine lunga oltre 2 anni, approdata, il 9 maggio dello scorso anno, con la richiesta, formulata dal Pubblico Ministero Fabio Origlio, di rinvio a giudizio del cugino della vittima, Roberto Romanini, accusato dalla Procura di omicidio premeditato e porto abusivo di armi, approdata oggi al rinvio a giudizio al termine dell’udienza davanti al Gup lucchese. La svolta sull’omicidio di Stefano Romanini era avvenuta nel febbraio dell’anno successivo al delitto. Si era strinto il cerchio sul giallo. Unica cosa certa, all’epoca, che gli iscritti nel registro degli indagati erano quattro: Roberto Romanini, cugino ed ex socio della vittima, i suoi due figli Simone ed Emanuele, e Ioan Aurel Sociu, ex collaboratore, per ora irreperibile. Ma la richiesta di rinvio a giudizio, rimasta intatta nonostante l’annullamento del processo, riguarda solo quello che per l’accusa sarebbe stato il mandante. Il sicario, infatti, è rimasto ignoto.

 

 

 

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