Donne scomparse: chiesto l’ergastolo per Remorini. Il pm: “Ha ucciso Velia e Maddalena”

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Letizia Tassinari  – Perizia confermata. Il sangue trovato al campo degli orrori è di due uomini, non compatibile con il DNA dei figli e nipoti di Velia Carmazzi e Maddalena Semeraro, e i frammenti ossei sono di capre e maiali. Berti dei Ris e l’antropologa Pilli non sono stati nemmeno sentiti dalla Corte. Sufficienti gli atti acquisiti.

Vito Cornacchia“Francesco Tureddi era davanti al Comune, lamentava la mancanza di aiuto, mi chiamò una giornalista, andai e lo accompagnai alla Misericordia, perche’ lo ospitassero, anche se voleva una soluzione abitativa, non temporanea, ma definitiva. Poi gli comprai dei farmaci”. Ultimo teste della difesa di Massimo Remorini, il maggiore imputato del processo sulla vicenda delle donne scomparse da Torre del Lago,  questa mattina in udienza, oltre a Dante Bianconi che neanche ha riconosciuto le due donne dalle foto mostrategli, se non quella di Velia da giovane, è stato il dottor Vito Cornacchia, psicologo al carcere San Giorgio di Lucca. “La giornalista mi intervistò – ha aggiunto lo psicologo -, e le dissi di conoscere Tureddi da tempo, viste le sue varie carcerazioni, e che avendo un passato di alcol e droga la sua testimonianza, probabilmente, non era attendibile”. Nessun’altra domanda. Ne’ dalla difesa, nè dall’accusa.

Sara Polino

Finita la fase istruttoria, la lunga giornata processuale è terminata con le richieste del pubblico ministero Sara Polino, che prima ha ripercorso tutta la vicenda, iniziata nell’agosto del 2010, con la scomparsa di madre e figlia, e che ha visto, durante le varie udienze, sfilare in aula i vari testimoni. Velia e Maddalena sono state uccise volontariamente, e l’accusa, secondo il pm, è suffragata, oltre che da prove, anche da quanto confessato da “Cecchino”: ergastolo per Massimo Remorini, 21 anni per Maria Casentini, la badante, accusati di omicidio volontario in concorso, 20 mesi per Francesco Tureddi e 9 mesi per Maurizio Pasquinucci, accusati, questi ultimi due, di favoreggiamento. Come pene accessorie, per Remorini, il pubblico ministero ha chiesto anche 3 anni per la truffa, la circonvenzione di incapace e i reati patrimoniali nei confronti di Velia e Maddalena, oltre a 600 euro di multa, e 2 anni per gli stessi reati commessi verso l’altra parte offesa, Raffaella Villa.  Richieste, quelle dell’accusa, a cui le parti civili si sono associate.

Impassibile in aula, e apparentemente calmo, il maggiore degli imputati, Massimo Remorini,  alla richiesta di ergastolo.

La storia

Furono mesi di ricerche. Fino al colpo di scena del 21 febbraio 2011 quando alle prime luci dell’alba i militari dell’Arma arrestarono Massimo Remorini, lo “zio” e amico di famiglia che seguiva gli interessi delle due donne, e Maria Casentini, che accudiva, come badante, l’anziana Maddalena. I due furono accusati di sequestro di persona, maltrattamenti in famiglia e soppressione e distruzione di cadavere in concorso. Per Remorini, con precedenti penali, e secondo la Procura personaggio chiave della vicenda, l’accusa rigurda anche i reati di circonvenzione di incapace e di appropriazione indebita. Con l’accusa di favoreggiamento per gli stessi reati, ma con una posizione considerata dagli inquirenti marginale rispetto a quella dei due arrestati, era stato denunciato a piede libero anche Francesco Tureddi, amico e “socio” del Remorini, mentre per l’avvocato Giunio Massa, il cui studio legale di via Coppino in Darsena fu sottoposto a perquisizione da parte dei carabinieri, e che ha scelto il rito abbreviato, la Procura aveva ipotizzato la circonvenzione di incapace e l’ appropriazione indebita, in concorso con Massimo Remorini a seguito della compravendita sia delle case delle due scomparse, una in via della Caserma nella frazione pucciniana e l’altra in via Machiavelli a Viareggio, che dell’abitazione di Raffaella Villa, l’altra donna che sarebbe rimasta vittima di un raggiro dopo la vendita della sua abitazione al Marco Polo.

L’indagine, partita a fine settembre del 2010 con la segnalazione del disagio nel quale Claudia Velia Carmazzi e Maddalena Semeraro vivevano – fatta ai Carabinieri di Torre del Lago da un assistente sociale – e con la denuncia di scomparsa presentata dal figlio e nipote David Paolini, si è protratta per quasi 24 mesi. Il ragazzo, che mai ha cambiato la sua versione dei fatti, ha sempre ripetuto di aver visto la propria madre, il 22 agosto , stesa sul letto all’interno della roulotte dove viveva e coperta da un lenzuolo. Come morta. Ma, fidandosi dello “zio”, si era rivolto a lui telefonandogli per chiedergli aiuto. Poi, a metà settembre, era sparita dal campo di via dei Lecci anche la nonna Maddalena. Perchè dopo la vendita delle loro proprietà immobiliari vivevano in quel campo, senza luce e senza gas? Dalla ricostruzione fatta dagli inquirenti dopo la vendita delle abitazioni di Viareggio e Torre del Lago in favore della famiglia Massa, iniziata nel 2006 e terminata, attraverso ben 4 rogiti, nel 2008, le due donne erano state alloggiate da Remorini in un albergo e, poi, di casa in casa. Fino alla sistemazione in una abitazione a Segromigno in Piano, nella primavera del 2010, e poi, nell’estate, nel “terreno degli orrori” dove sono rimaste fino alla loro scomparsa. “Gli spostamenti da un posto all’altro erano dovuti sicuramente al fatto che il Remorini dopo aver ridotto le donne in povertà, avendole indotte a vendere le loro proprietà immobiliari ad un valore inferiore a quello di mercato ed avendone prosciugato le risorse economiche, non era più riuscito a trovare loro un’idonea sistemazione, le case di cui avevano comunque conservato la disponibilità per un certo periodo dovevano infatti essere lasciate libere in favore dei nuovi proprietari”, si legge negli atti. Di qui la sistemazione nel campo a Torre del Lago in quelle fatiscenti roulottes, dove le donne, sempre secondo l’accusa, vivevano segregate. Il degrado del terreno, una vera e propria discarica, portò i militari dell’Arma a far intervenire i colleghi del Nucleo Ecologico e a sequestrare l’area. L’anziana Maddalena viveva nella casetta di legno, a fianco della roulotte occupata dalla figlia, apribile solo dall’esterno, senza luce e acqua corrente, e senza un bagno. E comunque il cancello di accesso al terreno era chiuso a chiave dall’esterno, con un lucchetto, le cui chiavi erano nella disponibilità di Remorini. Anche David le aveva, ma il ragazzo aveva avuto precisi ordini dallo “zio” di non aprire a nessuno, anche se la mamma e la nonna si trovavano all’interno del campo. In tutta la vicenda sono emerse poi anche evidenti responsabilità penali per Maria Casentini, secondo gli inquirenti amante di Remorini, oltre che badante dell’anziana Maddalena: “ la donna, che dovendo accudire la nonna di David aveva libero accesso al campo, ha sempre cercato di fornire dichiarazioni preventivamente pianificate e concordate sia con Remorini che con Tureddi al fine di creare un alibi”, questo un altro passo degli atti. La sua testimonianza che le due donne sarebbero vissute in buone condizioni, e libere di entrare e uscire dal campo, sono state sbugiardate da quanto accertato durante le indagini. Gli indagati, come evidenziato dal Gip nella sua prima ordinanza che portò agli arresti di Remorini e Casentini e all’iscrizione nel registro degli indagati di Tureddi e Massa, avrebbero depredato dei loro averi le due vittime, imposto loro condizioni di vita a dir poco subumane, segregandole e privandole della loro libertà. Solo a fine indagine la Procura iscrisse nel registro degli indagati, per favoreggiamento anche il figlio della badante, Maurizio Pasquinucci.

I corpi, cercati a lungo, scandagliando il padule e il lago di Massaciuccoli, non sono stati mai trovati ma, secondo la procura, che non siano vive  è ormai un dato certo da tempo. Tanto che il pm Sara Polino ha ipotizzato, per Massimo Remorini e Maria Casentini, in alternativa alla morte come conseguenza di altro reato, il capo di imputazione di omicidio volontario. Le poche segnalazioni, tutte verificate, non hanno mai dato esito positivo, e per la Procura sono morte.

I cadaveri bruciati in un bidone e i resti inceneriti chiusi in sacchi di plastica e gettati in diversi cassonetti per i rifiuti, come dichiarato in una confessione choc da Tureddi poche ore dopo l’arresto di Remorini e Casentini: “Non sono un assassino, tutti lo devono sapere. A Viareggio come in tutta Italia. Pagherò il mio debito con la giustizia per la falsa testimonianza rilasciata quando ho dichiarato di aver visto le due donne salire su una Mercedes nera targata Milano, guidata da un uomo scuro di pelle, ma non ho ucciso Velia e Maddalena e nemmeno ne ho occultato i corpi”. Francesco Tureddi, indagato per favoreggiamento, l’anello debole del giallo che per mesi ha tenuto impegnati gli inquirenti, era crollato: “Mi sono liberato la coscienza – aveva affermato, ripetendolo anche davanti al pm -, avevo un peso sullo stomaco che non mi faceva più dormire. Tutte le notti uscivo dalla pensione dove vivo e mi mettevo a camminare come un’anima in pena per le strade di Lido di Camaiore. Una cosa è l’amicizia, conosco Massimo Remorini da una vita, e mi dispiace per la sua famiglia, soprattutto per la figlia che è incinta, ma questo per me è troppo”.

E “Cecchino” aveva riferito di aver messo nero su bianco dai carabinieri la sua dichiarazione. Raccontando tutto quello che aveva visto: “Ad agosto, arrivando al campo, ho trovato Massimo Remorini che stava bruciando non so cosa in un bidone e gli ho chiesto cosa stesse facendo”. Lui, lo “zio”, gli avrebbe risposto che dentro a quel grosso fusto stava dando fuoco al corpo di Velia. Ma Cecchino non gli aveva creduto: “Ho pensato che mi stesse prendendo in giro, e me ne sono andato”. Ma il mese dopo, poco dopo la metà di settembre, entrato nel terreno per prendere degli attrezzi aveva visto quel bidone, e ricordata la frase dell’amico e incuriosito ci aveva guardato dentro: “ ho visto una cosa terribile, mai vista in vita mia, una scena da film macabro”. La nonna, come Tureddi ha sempre chiamato l’anziana madre di Velia Carmazzi, era chiusa dentro, pigiata e ripiegata in due, mezza bruciata. “Sulla parte destra del cranio aveva anche una grossa ferita, si vedeva il cervello – precisò “Cecchino”-, come se le avessero dato una botta in testa con una vanga”. Tureddi spaventato aveva chiamato Remorini, e gli aveva chiesto “cosa hai fatto?”, poi era scappato e aveva taciuto. Non solo, aveva coperto l’amico, creandogli un alibi, affermando di aver visto madre e figlia andarsene con un uomo. “Mi ha minacciato, se avessi raccontato la verità ma a questo punto non potevo più nasconderla”. E la sua voglia di parlare è racchiusa nelle due telefonate al 112 e al 113 fatte il 10 gennaio a distanza di pochi minuti quando, senza trovarli, chiede di parlare con il maggiore Andrea Pasquali e poi con l’allora dirigente del Commissariato di Polizia Leopoldo Laricchia. “Telefono per le due donne scomparse – aveva detto all’operatore – ho una lametta in mano e voglio farla finita”. Cosa avesse voluto raccontare a carabinieri e polizia lo ha detto lunedi, dopo la notifica dell’avviso di garanzia e la perquisizione nella camera della pensione Mirafiori, dove viveva, a al campo di Piano di Mommio dove si trovano accatastati gli infissi delle case delle due donne, e i mobili e l’argenteria di Raffaella Villa. In mano agli inquirenti, come si legge nell’ordinanza del Gip, c’è sia l’intercettazione della telefonata tra lui e Maria Casentini che quella della telefonata tra la badante e lo “zio”. “ Lo sai che il Cecchino le bugie non le sa dire, è sempre sincero. Io non ne ho più voglia, a questo punto. In quel discorso lì io non ho carattere, magari in altre cose sono forte, ma in queste cose qui…”. E Francesco Tureddi non ha avuto più voglia di tacere. “Sono stato un ladro, e un rapinatore, e ho pagato per questo ma non ho mai ucciso nessuno”. L’accusa nei confronti di Remorini è di averle fatte fuori: “so che le due donne lo volevano denunciare, e Maria Casentini le imbottiva di Novalgina”. Avvelenate con i medicinali? Uccise volontariamente? “Non posso aggiungere altro, sanno tutto gli inquirenti – aveva detto -, ho messo a verbale tutto. Anche che le ceneri sono state messe in due sacchi della spazzatura e buttati via”. Quel bidone dove Velia e Maddalena sarebbero state bruciate, a quanto riferito da “Cecchino”, fu avvolto in un coprimaterasso, caricato sul Berlingo e gettato in un cassonetto vicino al Pollino, a Pietrasanta, pochi giorni prima che i carabinieri del Ris iniziassero a scavare nel campo degli orrori. “Ce l’ho portato io – aveva confessato -, ma è l’unica cosa che ho fatto”. I carabinieri hanno poi cercato riscontri alle informazioni dell’indagato, anche sequestrando un cassonetto per la raccolta dei rifiuti vicino all’inceneritore del Pollino. Dove però non fu trovato nulla.

“Dietro la scomparsa della due donne si cela un interesse economico di Remorini – hanno sempre sostenuto gli inquirenti -, che dopo essere entrato nelle loro grazie è riuscito a manipolarne le volontà e le scelte”. Lo “zio” gestiva i conti, con tanto di delega, e usava il loro bancomat, persino per spese personali effettuate anche con la Casentini. Come confermato anche dalla testimonianza, resa in aula, dal maresciallo Marco Onesti della GdF: “Dal 2006 al 2008 Maddalena Semeraro aveva dato delega a Massimo Remorini per operare sul suo conto alla Cassa di Risparmio di Firenze”. E in due anni, come riferito dal finanziere, sarebbero spariti dal conto della donna la bellezza di 138.920 euro, oltre ai 42mila dal conto corrente del figlio e nipote delle due scomparse, David Paolini, e altri 56mila dal conto della Edilmare, la ditta individuale intestata da Remorini a David. Chiuso il rapporto con la Carifi, Maddalena aprì un nuovo conto alla Unicredit, e Remorini, sempre secondo l’accusa, avrebbe dilapidato altre diverse migliaia di euro, pagando cene, pernottamenti e acquisti personali e per la sua famiglia, incluso l’acquisto del chiosco intestato alla figlia Sivlia, e usando sia il bancomat dell’anziana madre di Velia che assegni e contante.

Una storia intricata, quella del giallo delle due donne scomparse, con accuse di omicidio, distruzione e occultamento di cadaveri, sequestro di persona, truffa e circonvenzone di incapace, che tiene banco sulle cronache locali e nazionali ormai da anni, alla cui prossima udienza, fissata per l’11 luglio, sono previste le arringhe dei difensori dei vari imputati, avvocati Massimo Landi, Eriberto Rosso e Aldo Lasagna, e la sentenza.

Giudizio a parte, con rito abbreviato, per l’avvocato Giunio Massa, 69 anni, accusato di truffa e circonvenzione d’incapace: assieme a Remorini secondo la Procura, avrebbe raggirato le due donne per comprare due case di loro proprietà, a cifre svantaggiose.

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