Donne scomparse in Appello. Il Pg: “Condanne da confermare”. La difesa: “Assoluzione”

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FIRENZE – ( di Letizia Tassinari ) – Donne scomparse: si è aperto questa mattina innanzi alla Corte d’Assise d’Appello di Firenze il processo in secondo grado per Massimo Remorini e Maria Casentini, difesi dagli avvocati Massimo Landi e Eriberto Rosso, accusati di maltrattamenti, circonvezione di incapaci, sequestro di persona, omicidio, distruzione e occultamento di cadavere, condannati in primo grado a Lucca rispettivamente a 38 e 16 anni . Il giudice a latere ha illustrato le impugnazioni delle parti, poi la parola è passata al Procuratore Generale Giancarlo Ferrucci che ha chiesto la conferma della sentenza di condanna in primo grado per i due imputati, con Cecchino Tureddi, assolto in primo grado, emerso nuovamente il “teste chiave” di tutto il quadro accusatorio della vicenda. “Tureddi è un soggetto senza fissa dimora, non raccomandabile, ma in questo processo ha detto la verità, dopo aver detto il falso ha avuto coraggio. Prima ha seguito le indicazione di Remorini, che lo pagava per dei lavoretti, dando una versione diversa, poi a un certo punto, ha raccontato di aver visto il cranio dell’anziana”, queste le parole del Pg. “La condanna per omicidio – ha poi proseguito – nel nostro ordinamento è a prescidere dal ritrovamento di un cadavere”. Presenti in aula, per le parti civili, gli avvocati Alberto Consani, Giorgio Nicoletti e Fabrizio Miracolo e parole dure, da parte di quest’ultimo, sul ruolo avuto nella vicenda dall’avvocato Giunio Massa, se pur assolto, la cui famiglia comprò le case di Velia Carmazzi e Maddalena Semeraro. La difesa di Remorini e Casentini, invece, parlerà alla prossima udienza, fissata per il 21 gennaio 2016.

“La questione è quella della corretta interpretazione del dato istruttorio o meglio del dato indiziario poiché le accuse rivolte a Massimo Remorini  – si legge nell’atto di appello predisposto dall’avvocato Massimo Landi -, sono veicolate da un impianto accusatorio rappresentato esclusivamente da elementi indiziari in merito ai quali la Corte di Assise ha operato una valutazione censurabile sotto molteplici profili senza nulla concedere alle precise e puntuali osservazioni proposte dalla difesa. Resulterà chiaro dalla lettura dei verbali del processo come le dichiarazioni dei testimoni siano intrise di forti ed evidenti suggestioni derivanti, se non per altro, anche dal fatto che fra loro intercorrono legami di varia natura, certamente di conoscenza e di una reciproca frequentazione che è proseguita durante la fase dibattimentale ed è iniziata ancor prima in occasione delle numerose interviste rilasciate ai giornali ed alle note trasmissioni televisive che si sono occupate della vicenda. Non è questione di poco conto perché evidentemente le informazioni probatorie hanno circolato ben prima della loro assunzione nel processo inficiando così i ricordi, certamente influenzandoli e comunque, in qualche misura più o meno rilevante, distogliendoli dal loro alveo di verità. La regola di valutazione esige che “un fatto non possa essere provato da indizi a meno che questi non siano gravi, precisi e concordanti”. Argomentazioni, secondo il legale, suggestive ma il processo in primo grado non avrebbe offerto riscontri: “Quasi romanzesca ed indubbiamente suggestiva è la ricostruzione operata dalla sentenza che enfatizza oltre misura particolari e circostanze che, invece, devono essere più precisamente contestualizzati ed interpretati alla luce di tutto quanto emerso nel corso dell’istruttoria dibattimentale”. Il campo di Via Dei Lecci, secondo l’avvocato Landi,  non era affatto brullo, spoglio ed occupato da rifiuti di ogni genere. Così effettivamente appare nelle fotografie, ma, sempre secondo la difesa, “vi sono anche immagini che ritraggono i protagonisti della vicenda in momenti di serena convivialità descrivendo contesti affatto normali”: “E’ di assoluta importanza fare chiarezza su questo punto perché la Corte da tale stato di cose, cioè dalle presunta fatiscenza del luogo, prende le mosse per argomentare la sussistenza del delitto di maltrattamenti tacciando di falsità le affermazioni degli imputati”. Uno stato di cose, come la “sudditanza” delle due donne a Remorini,  che l’avvocato Landi si chiede: “può trovare spiegazione nel potere ipnotico che Remorini avrebbe esercitato su tutti i componenti del nucleo familiare? E a quale pro rinchiudere Maddalena Semeraro nella casetta di legno? Ha una logica costruire il reato di maltrattamenti sulla presunta segregazione per poi prendere atto che Remorini pensava personalmente alla spesa necessaria all’intero nucleo familiare e nulla faceva mai mancare oppure che si era preoccupato del trasferimento nell’abitazione di Segromigno in vista dell’arrivo del freddo? Non sarebbe stato allora più semplice attendere la prima notte di gelo piuttosto che prolungare l’agonia?” Ma veniamo alla contestazione di sequestro di persona: “E’ questa un’imputazione di assoluta rilevanza nel costrutto accusatorio perché essa vi si colloca quale punto nodale del disegno criminoso di Remorini che avrebbe operato al fine di ridurre Semeraro prima e Carmazzi dopo (costei a partire dalla sistemazione presso il campo) in uno stato di assoluta impotenza. Le fondamenta di tale imputazione poggiano sulle dichiarazioni di vari testi. Ma sulle dichiarazioni dei testi poggia invero tutto l’impianto di accuse mosse a Remorini ragion per cui, prima di svolgere le opportune considerazioni in punto di diritto, s’impone in termini di assoluta necessità ripercorrere il contenuto di quelle dichiarazioni che, ad un attento vaglio in punto di verosimiglianza ed attendibilità, non paiono condurre univocamente verso l’affermazione di responsabilità”. L’omicidio, l’averle fatte a pezzi e bruciate in un bidone, con i resti dispersi in cassonetti dei rifiuti, è stato largamente descritto dal teste Tureddi, ma secondo la difesa non c’è alcuna prova: “La mancanza di un corpo non rende possibile alcun tipo di accertamento volto a dimostrare la causa della (presunta) morte e quindi a provare la sussistenza di un nesso di causalità fra (presunte) condotte di maltrattamento e l’evento”. La richiesta di assoluzione, da parte dell’avvocato Eriberto Rosso, ha riguardato anche la badante Maria Casentini.

La vicenda è nota. Velia e Maddalena scomparvero dal campo ribatezzato “degli orrori”, in via dei Lecci a Torre del Lago, a fine estate 2010. Lo “zio”, Massimo Remorini, fu condannato a luglio 2014. La Corte d’Assise di Lucca aveva scritto la parole fine al processo di primo grado sulla vicenda delle donne scomparse.

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Massimo Remorini, secondo la Corte, avrebbe ucciso Maddalena Semeraro. Omicidio volontario. Assolto, invece, dall’accusa di aver “eliminato” Velia Carmazzi: riconosciuto colpevole, nei suoi confronti, di morte come conseguenza di altri reati, di sequestro di persona, maltrattamenti, distruzione e occultamento di cadavere. Fu questo il verdetto della Corte d’Assise, presieduta dal giudice Stefano Billet. La richiesta  del pubblico ministero Sara Polino al processo per la misteriosa scomparsa di madre e figlia avvenuta nell’estate di cinque anni fa era stata dell’ergastolo. Una vittoria, se cosi si puo’ dire, per la difesa, affidata all’avvocato Massimo Landi che temeva il carcere a vita e che oggi ne chiede l’assoluzione

images Sedici anni di reclusione, invece, erano stati la condanna per la badante Maria Casentini, difesa dall’avvocato Eriberto Rosso. Per la Corte, oltre che l’amante di Remorini, nella vicenda è stata la sua complice. Escluse le aggravanti.

indexAssolto Francesco Tureddi, difeso dall’avvocato Aldo Lasagna, accusato di favoreggiamento nei confronti della ‘coppia diabolica’, in base all’articolo 376 codice penale che recita “il  colpevole non è punibile se nel corso del procedimento penale ritratta il falso e manifesta il vero non oltre la chiusura del dibattimento”. Per gli altri reati, assolto per non aver commesso il fatto.

Assolto anche Maurizio Pasquinucci, figlio della Casentini, per il quale il pm aveva chiesto 9 mesi, perche’ il fatto non costituisce reato.

Per la truffa e la circonvenzione di incapace  Remorini era invece stato condannato a 8 anni, molto di piu’ della richiesta dell’accusa, che aveva chiesto 5 anni, con una provvisionale, in concorso con la Casentini, decisa dalla Corte, di 200mila euro a favore di David Paolini, e di 50mila per tutte le parti civili, Sabrina Paolini  e Raffaella Villa, l’altra donna, difesa dall’avvocato Fabrizio Miracolo, che affidandosi a Remorini, per vendere la sua casa alla famiglia dell’avvocato Massa, aveva perso tutto.

12 Questo il dispositivo della sentenza, letto dal presidente della Corte Stefano Billet.

Una Camera di Consiglio, quella che aveva portato al verdetto di primo grado, preceduta dalle repliche del pubblico ministero alla arringhe difensive della scorsa udienza (Donne scomparse, la Corte prende tempo: slitta la sentenza e Donne scomparse, si avvicina il verdetto. Ergastolo per lo “zio”? Landi: “Manca il movente”  )

Sara Polino ” I testi dell’accusa sono attendibili. Primo tra tutti Francesco Tureddi, quando dice di aver visto Maddalena semi bruciata, con la testa fracassata, riconoscendola dai denti – aveva affermato la Polino, e oggi il Pg di Firenze -: “E’ lo stesso patalogo forense Ronchi, nel suo testo scientifico edito dalla Giuffrè, a confermare che in caso di combustione i denti diventano visibili per la retrazione labiale, così come le fratture craniche da scoppio per espansione dei gas all’interno della scatola cranica. Il sub strato del compro, baratto e vendo è proprio del Remorini non certamente della famiglia Semeraro-Carmazzi la quale era proprietaria di una bella e grande casa a pochi passi dal viale a mare in pieno centro di Viareggio e di un appartamento a Torre del Lago – aveva esordito la pm Sara Polino in primo grado-, si rifletta sul fatto che la famiglia Carmazzi-Semeraro su pressioni del Remorini decide di vendere le due case non per fare “cassa” ma per comprarne una più grande. Certo non vivevano nell’oro ma non avevano alcun bisogno economico fintanto che non ha bussato alla porta il Remorini. Quanto al sequestro, questo si è attuato certamente con modalità diverse dal sequestro a scopo estorsivo. E’ stato un sequestro volto a permettere al Remorini di vivere alle spalle della Velia e della Maddalena senza che queste se ne accorgessero e senza che queste potessero impedire tale disegno criminoso. Quanto ai soldi, la delega che il Remorini aveva sul conto di Maddalena aveva un periodo temporale limitato, vale a dire dal 31.3.2006 al 8.11.2007,  pertanto non regge la tesi difensiva che l’imputato avesse l’interesse ad tenere in vita la Semeraro posto che la delega è stata revocata nel 2007 e sul conto corrente aperto dalla Semeraro su Unicredit non aveva delega ad operare, come confermato dal maresciallo Onesti della GdF. Remorini inoltre aveva le deleghe anche sul conto di David, il figlio e nipote delle due scomparse”. E proprio dopo la scomparsa delle donne, secondo l’accusa, finirono i prelievi e i versamenti su conti della figlia e della moglie dello “zio”. Conti questi, che sempre secondo la tesi accusatoria, sarebbero stati usati da Remorini, presumibilmente, per il deposito dei denari provenienti dal prosiugamento dei conti della famiglia Carmazzi / Semeraro / Paolini. ” E non si dica che non vi sia corrispondenza con i denari e l’acquisto del chiosco: il 15.6.2010 risulta che Massa abbia consegnato a Remorini 11.900 euro con tre assegni circolari  che poi Remorini versa nel conto corrente Ugf della figlia Silvia che ci paga le rate del chiosco”. Repliche del pm alle quali erano seguite le controrepliche dei difensori degli imputati, avvocati Massimo Landi, Eriberto Rosso e Aldo Lasagna che avevano chiesto l’assoluzione.

David Paolini

Fondamentale la testimonianza di David, il figlio e nipote delle due povere donne, parte offesa nel processo con la sorella Sabrina, tutelati dagli avvocati Consani e Nicoletti: lui, il “bimbo, aveva ricordato quanto già detto piu’ volte, ripercorrendo dall’inzio tutta la vicenda, iniziata nel lontano agosto 2010 quando a fine agosto, era il 22, il ragazzo, poco più ventenne, trovò la mamma Velia, come morta, coperta da un lenzuolo, sul letto della roulotte nel campo di via dei Lecci dove da tempo viveva con la madre Maddalena Semeraro dopo la vendita delle due case di proprietà. Il ragazzo aveva risposto alle domande del pubblico ministero confermando in toto quanto già messo a verbale all’incidente probatorio avvenuto il 13 maggio del 2011, e detto piu’ volte sia alla stampa che alle telecamere delle varie tv.  Particolari non solo del giallo che da ormai da quasi quattro anni ha interessato la Versilia e tutta Italia, ma anche il suo passato: il suo rapporto con la madre e la nonna, le caratteristiche della vita familiare nel periodo in cui lo stesso abitava con le due donne al campo, quelle del luogo dove l’accusa ha sempre ipotizzato fossero stati commessi i reati di sequestro, maltrattamenti, omicidio e distruzione dei cadaveri, e dei rapporti intrattenuti con lo “zio”, la badante Maria Casentini e Francesco Tureddi.

Ma era stato proprio “Cecchino”, il “pentito”, difeso dall’avvocato Aldo Lasagna,  il teste chiave del processo di primo grado “Non so dove sono le donne. Non l’ho mai saputo dove hanno gettato i sacchi dell’immondizia con i loro resti. Io ho solo buttato via il bidone dove Massimo Remorini e Maria Casentini le hanno bruciate. Perché le hanno uccise? Perché Velia e Maddalena volevano denunciare Massimo”. Iniziò cosi la sua deposizione fiume, confermando tutto quanto messo a verbale nel febbraio 2011 in caserma dai militari dell’Arma e durante l’incidente probatorio. Ricordi ancora vivi, di quello che era il campo degli orrori dove Velia Carmazzi e Maddalena Semeraro vivevano, come segregate, dopo la vendita delle loro due case alla famiglia dell’avvocato Giunio Massa, anche lui sotto processo con il rito abbreviato. Il luogo, con le roulotte e la casina di legno, la carriola, i bidoni, “Cecchino” li ha descritti nei minimi particolari. Cosi come ha ricordato della sedia a rotelle, dove l’anziana madre di David Paolini, il figlio e nipote delle scomparse, sedeva, avendo problemi di deambulazione, delle punture di novalgina fatte dalla Casentini, per sedarla, e di aver venduto, dopo la scomparsa, in un Compro Oro di Viareggio, incaricato da Remorini, i gioielli delle due donne, ricavandone poco più di 800 euro. Consapevole di dover pagare il suo debito con la giustizia per aver falsamente dichiarato in precedenza di aver visto Claudia Velia Carmazzi e Maddalena Semeraro allontanarsi volontariamente dal campo di via dei Lecci a Torre del Lago a bordo di una vecchia Mercedes nera targata Milano, guidata da un uomo dalla pelle olivastra, “Cecchino”, in aula aveva ribadito di non aver ucciso le due donne e di non aver nemmeno contribuito ad occultarne i cadaveri: come aveva già detto pubblicamente, Tureddi si è tolto un peso dalla coscienza, e ha confermato di aver solo gettato in un cassonetto al Pollino il bidone. Ad uccidere Velia e Maddalena, e a gettarne via i resti, sarebbero stati Massimo Remorini e Maria Casentini. Ad agosto, arrivando al campo, “Cecchino”, come raccontato anche ai media illo tempore, avrebbe trovato lo “zio” intento a bruciare qualcosa in un bidone, e Remorini gli avrebbe risposto che dentro a quel grosso fusto stava dando fuoco al corpo di Velia. “Il fuoco era alto, non ho visto il corpo”, aveva affermato rispondendo alle domande della pm. Poi aveva riferito, confermando quanto già verbalizzato negli anni addietro, di essere entrato, nel mese di settembre 2010, nel terreno per prendere degli attrezzi e vedendo quel bidone, rosso, usato in genere per bruciare i rifiuti, e ricordando la frase dell’amico, alla quale ad agosto non aveva creduto, ci aveva guardato dentro scoprendo il corpo fatto a pezzi e semibruciato dell’anziana Maddalena, con il cranio fracassato forse da una badilata. “Non sono un assassino – aveva ripetuto – , non le ho uccise io, mi sono spaventato, e pur chiamando Remorini sul cellulare per chiedergli cosa avesse fatto, poi sono scappato”. Morte e bruciate. Sarebbe questo il tragico epilogo della scomparsa da Torre del Lago di Claudia Velia Carmazzi e Maddalena Semeraro. E il bidone dove i corpi sono stati ridotti in cenere, schiacciato con una ruspa.  Francesco Tureddi, imputato nel processo per favoreggiamento, l’anello debole del giallo che per mesi ha tenuto impegnati gli inquirenti, nel febbraio 2011 era crollato e da allora non ha più cambiato la sua versione e lo ripete come una litania: “Mi sono liberato la coscienza – aveva affermato, e lo ha confermato in Corte d’Assise -, avevo un peso sullo stomaco che non mi faceva più dormire. Tutte le notti uscivo dalla pensione dove vivo e mi mettevo a camminare come un’anima in pena per le strade di Lido di Camaiore. Una cosa è l’amicizia, conosco Massimo Remorini da una vita, e mi dispiace per la sua famiglia, ma questo per me è troppo”. “Ad agosto, arrivando al campo, Cecchino aveva trovato Massimo Remorini che stava bruciando non so cosa in un bidone – ripete, ad abudantiam -, e gli ho chiesto cosa stesse facendo”. Lui, lo “zio”, gli avrebbe risposto che dentro a quel grosso fusto stava dando fuoco al corpo di Velia. Ma Cecchino non gli crede: “Ho pensato che mi stesse prendendo in giro, e me ne sono andato”. Ma il mese dopo, poco dopo la metà di settembre, entrato nel terreno per prendere degli attrezzi rivede quel bidone, ricorda la frase dell’amico e incuriosito ci guarda dentro: “ ho visto una cosa terribile, mai vista in vita mia, una scena da film macabro”. La nonna, come Tureddi ha sempre chiamato l’anziana madre di Velia Carmazzi, era chiusa dentro, pigiata e ripiegata in due, mezza bruciata. Una scena terrificante, da film dell’orrore, quella descritta nell’aula del tribunale di Lucca, dove gli spettatori sono il presidente della Corte Billè, il giudice a latere e i giudici popolari.  “Sulla parte destra del cranio aveva anche una grossa ferita, si vedeva il cervello – precisa “Cecchino”-, come se le avessero dato una botta in testa con una vanga”. Tureddi spaventato chiama Remorini, e gli chiede “cosa hai fatto?”, poi fugge e tace. Non solo, inizialmente copre l’amico, creandogli un alibi, affermando di aver visto madre e figlia andarsene con un uomo: “Mi ha minacciato, se avessi raccontato la verità, e anche offerto 10mila euro per il mio silenzio, e una casa dove poter vivere, ma a questo punto non potevo più nasconderla”. E la sua voglia di parlare è racchiusa nelle due telefonate al 112 e al 113 fatte il 10 gennaio a distanza di pochi minuti quando, senza trovarli, chiede di parlare con il maggiore Andrea Pasquali e poi con l’allora dirigente del Commissariato di Polizia Leopoldo Laricchia. “Telefono per le due donne scomparse – aveva detto all’operatore – ho una lametta in mano e voglio farla finita”. Cosa avesse voluto raccontare a carabinieri e polizia lo ha detto poi, dopo la notifica dell’avviso di garanzia e la perquisizione nella camera della pensione Mirafiori, dove viveva, e al campo di Piano di Mommio dove si trovavano accatastati gli infissi delle case delle due donne, e i mobili e l’argenteria di Raffaella Villa. In mano agli inquirenti, come si leggeva nell’ordinanza del Gip, c’è sia l’intercettazione della telefonata tra lui e Maria Casentini che quella della telefonata tra la badante e lo “zio”. “ Lo sai che il Cecchino le bugie non le sa dire, è sempre sincero. Io non ne ho più voglia, a questo punto. In quel discorso lì io non ho carattere, magari in altre cose sono forte, ma in queste cose qui…”. E Francesco Tureddi non aveva avuto più voglia di tacere. “Sono stato un ladro, e un rapinatore, e ho pagato per questo – aggiunse -, ma non ho mai ucciso nessuno”. L’accusa nei confronti di Remorini è di averle fatte fuori: “so che le due donne lo volevano denunciare, e Maria Casentini le imbottiva di Novalgina”. Avvelenate con i medicinali? Uccise volontariamente? I corpi non sono mai stati ritrovati.  Quel bidone dove le due donne  sarebbero state bruciate, a quanto riferito da “Cecchino”, era stato avvolto in un coprimaterasso, caricato su un Berlingo e gettato in un cassonetto vicino al Pollino, a Pietrasanta, pochi giorni prima che i carabinieri del Ris iniziassero a scavare nel campo degli orrori. “Ce l’ho portato io – aveva confessato -, ma è l’unica cosa che ho fatto”.

“Remorini l’ho conosciuto pochi mesi prima che Velia e Maddalena scomparissero, poco dopo che mi misi con il mio compagno, Emanuele Gatti, con il quale c’è un legame di parantela – era stata Donatella Raffaelli, testimone dell’accusa, a riferirlo -: “Frequentavamo il chiosco di sua figlia sul viale dei Tigli, e visti i problemi finanziari del mio compagno, che si era appena separato e voleva vendere la sua casa, Remorini si offrì di aiutarlo”. La coppia, come testimoniato anche dai carabinieri a fine settembre del 2010, a poche ore della denuncia di scomparsa fatta da David Paolini, figlio e nipote di Velia e Maddalena, viveva in affitto dal marzo del 2010 nell’appartamento in via della Caserma a Torre del Lago, venduto dalle due scomparse alla famiglia dell’avvocato Giunio Massa: “Abbiamo conosciuto David, sua mamma e sua nonna – avevano confermato entrambi –  al campo annesso a quello dove gli stessi vivevano, sempre in uso a Massimo Remorini, perchè li custodivamo i nostri due cani”. E sono la Raffaelli e il Gatti ad aver raccontato, a suo tempo, anche alle telecamere di “Chi l’ha visto?,  di aver trovato Maddalena il 16 di settembre sofferente, come se stesse tirando l’ultimo sospiro. Perchè non hanno chiamato il 118?.  “La mia compagna – aveva messo a verbale Emanuele Gatti il 13 gennaio 2011 – a settembre ha subito due danneggiamenti alla sua Peugeot, le hanno tagliato le gomme, prima quelle posteriori poi quelle anteriori”. Pur non avendo elementi certi sull’autore del reato la coppia aveva raccontato agli inquirenti di aver collegato i fatti a una precedente discussione avuta con Remorini: “Durante l’estate, credo nel mese di agosto 2010, io e la mia compagna siamo intervenuti in soccorso dell’anziana Maddalena che invocava aiuto perchè segregata, chiusa a chiave nella baracca di legno fatiscente”. Donatella Raffaelli, si legge nella sua testimonianza, la sera stessa avrebbe telefonato a Maria Casentini, la badante, riferendole l’accaduto, e dopo qualche giorno Emanuele Gatti avrebbe ripetuto la telefonata a Remorini. La situazione di disagio sarebbe stata, a loro dire, fatta presente più volte allo “zio” e alla badante. “Ho saputo solo nell’ultimo periodo che l’appartamento in via della Caserma dove ho vissuto dai primi di marzo 2010 al 30 ottobre dello stesso anno fosse di proprietà della famiglia Massa, in quanto io vi vivevo con il mio compagno Emanuele Gatti e con Maria Casentini, amante di Remorini, alla quale corrispondevo un affitto mensile di 500 euro – aveva ribadito Donatella Raffaelli -: “Massimo mi aveva sempre detto che la casa era sua. Sia io che il mio compagno abbiamo denunciato a Maria Casentini di aver visto Maddalena Semeraro segregata nella casina di legno al campo che chiedeva aiuto. Il mio compagno telefonò anche a Massimo Remorini, che gli riferì che parlavo troppo. La Casentini, in ogni caso, mi rassicurò immediatamente dicendomi di non preoccuparmi perchè di li a pochi giorni insieme a Remorini l’avrebbe portata in un istituto. Per giunta, dopo pochi giorni, vidi Maddalena a casa mia in via della Caserma dove la Casentini l’aveva portata per fare il bagno. Quando nei giorni successivi a questo fatto mi sono recata al campo per accudire i miei cani entrando dal cancello di servizio ho trovato che la vista verso la parte del campo occupata dalle roulottes dove vivevano Velia e Maddalena era impedita da un telo nero alto. Poi seguirono i fatti denunciati relativi al taglio delle gomme, e mi spaventai. Il campo era diviso al suo interno in due parti con una rete di recinzione che mi impediva l’accesso alla porzione di terreno dove vivevano Velia e Maddalena. Io potevo entrare solo dalla parte dei cani e non avevo accesso all’altra parte che era chiusa con un cancello dotato di spranga di ferro che si poteva aprire solo dall’altra parte. Tanto è vero che quando sentii Maddalena urlare il mio compagno dovette scavalcare con fatica la rete. E tale circostanza è stata riferita ai Carabinieri”.

Poi, prima Velia Carmazzi e in un secondo momento Maddalena Semeraro, spariscono nel nulla. E del fatto che non fossero più vive,  come che i cadaveri fossero stati fatti sparire, la Procura di Lucca ne è sempre stata certa. Morte, forse di stenti, viste le varie testimonianze del degrago totale, e segregate, nel campo degli orrori dove Remorini le aveva rinchiuse. “Non vedendole più, e a mia domanda – aveva ricordato in aula durante la sua testimonianza Donatella Raffaelli -, Remorini e la Casentini mi avevano detto che erano state ricoverate”.  Ma all’epoca ogni ricerca aveva dato esito negativo, non risultando infatti che le due donne fossero state ospitate presso alcuna struttura sanitaria italiana. Anche le testimonianze, solo quattro, di chi riferì ai carabinieri che indagavano di averle avvistate, risultarono infondate. Come tutte le testimonianze della difesa durante il processo, che hanno avuto poco rilievo. Morte quindi, e non vive in chissà quale posto. E una delle prove schiaccianti sarebbe proprio la sedia a rotelle, di cui la coppia Raffaelli / Gatti quella mattina aveva fatto cenno in aula, usata per muoversi dall’anziana Maddalena, “dimenticata” nel terreno accanto alle roulotte, dopo che le due donne erano sparite. Alla Procura è sempre apparso  improbabile che se davvero Velia fossero andate via volontariamente per poi tornare a riprendere la madre non si sia ricordata di prenderla: “più facile – queste le parole ancora impresse nell’ordinanza di custodia cautelare che porto’ in carcere Remorini il 21 febbraio 2011 – che l’abbia dimenticata chi non doveva aiutarla a camminare”.

E’ questa una delle ultime immagini di Velia, magra e irriconoscibile.

“Il campo – aggiunse in udienza a Lucca Donatella Raffaelli, detta “Veleno”, dal banco dei testimoni – dopo che le donne erano sparite fu ripulito a fondo”. E c’è anche chi si ricorda ancora il puzzo di bruciato.

Donne scomparse: Massimo Remorini

Le ruspe avevano scavato a fondo, in quel campo piu’ simile a una discarica. Senza trovare niente. Ma Remorini, nel febbraio 2011, fini’ in carcere, colpito da un’ordinanza di custodia cautelare.

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“Ho sempre detto la verità e mi hanno creduto – queste le parole di “Cecchino” Tureddi, commosso e in lacrime alla lettura del dispositivo di primo grado che lo aveva assolto da ogni accusa. Lui, il “pentito”, è stato ritenuto attendibile. Nononstante tutto. L’accusa aveva chiesto 20 mesi, ma grazie alla difesa del suo avvocato, ne era uscito pulito. “Per me – aveva aggiunto Tureddi – è stata una vittoria anche morale. Io, con un passato che tutti conoscono, questa volta sono innocente. Nella mia vita non ho mai ucciso nessuno, e posso guardare a testa alta i miei figli, e i miei nipoti”.

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