Donne scomparse, si avvicina il verdetto. Ergastolo per lo “zio”? Landi: “Manca il movente”

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Letizia Tassinari – Donne scomparse ultimo atto. Il caso di Velia Carmazzi e Maddalena Semeraro, svanite nel nulla a fine agosto di quattro anni fa dal campo degli orrori in via dei Lecci a Torre del Lago, dove vivevano segregate dopo la vendita delle loro case alla famiglia dell’avvocato Massa, avvenuta per tramite del maggiore imputato, Massimo Remorini, accusato dal pubblico ministero Sara Polino di averle uccise e averne occultato i loro resti, torna in aula martedi. Per il pomeriggio è prevista la sentenza. La Corte d’Assise, presieduta dal giudice Stefano Billet, con a latere il dottor Mengoni, e i giudici popolari, dopo le repliche alla arringhe della difesa di venerdi scorso, si ritirerà in Camera di Consiglio per il verdetto.

Ergastolo, questa la pena chiesta dall’accusa, tre anni per la truffa, la circonvenzione di incapace e i reati patrimoniali nei confronti di Velia e Maddalena, oltre a 600 euro di multa, e due anni per gli stessi reati commessi verso l’altra parte offesa, Raffaella Villa.
“Le dichiarazioni dei testimoni che abbiamo ascoltato sono intrise di una forte ed evidente suggestione che deriva dal fatto che tutti fra loro si conoscono, in qualche modo si frequentano, vanno a vedere il processo assieme, fanno commenti ed evocano ricordi, appaiono in televisione e rilasciano interviste, si raccontano i fatti oggetto della testimonianza, si fanno fotografare a mò di ricordo dai giornalisti presenti in aula e via dicendo”. La difesa dello zio, maggiore imputato, l’unico per il quale è stata chiesta la massima pena, affidata all’avvocato Massimo Landi, ha cercato di smontare, punto per punto, le dichiarazioni rese dai testi dell’accusa: “Credetemi, non è questione di poco conto perché evidentemente le informazioni probatorie hanno circolato ben prima che esse venissero assunte nel processo inficiando il ricordo, certamente influenzandolo e comunque, in qualche misura più o meno rilevante, distogliendolo dal suo alveo. Come stabilisce l’articolo 192 del codice di procedura penale, un fatto non può essere provato da indizi a meno che questi non siano gravi, precisi e concordanti, ed è proprio la concordanza l’aspetto di maggior rilievo, poichè gli elementi acquisiti al processo non conducono verso un’unica ipotesi ricostruttiva della videnda”. E la difesa punta proprio sulla mancanza di prove certe, per arrivare all’assoluzione, in un processo prettamente indiziario.
Ma il movente? “Le donne volevano denunciare Remorini, per questo le ha fatte fuori”, disse il teste chiave dell’accusa, imputato di favoreggiamento, Francesco Tureddi, ndr – ma non significa che lo abbia fatto – precisa il legale dello “zio” -: “Il Pm parte da un fatto obiettivo e cioè il fatto che le signore Carmazzi e Semeraro non danno più notizie di sé, dal che si può desumere che siano quantomeno scomparse. Attorno a questa circostanza costruisce una serie d’imputazioni che vedono il Remorini, principalmente, ideatore e autore di un disegno criminoso che muove da un’ipotesi truffaldina e di circonvenzione d’incapace, passa attraverso una condotta di sequestro e di maltrattamenti e arriva addirittura all’omicidio come ipotesi alternativa e alla distruzione di cadavere. Nel senso cioè che siccome non si è capito nulla di questa vicenda ma io ho fondati motivi per concludere che le due signore non possono essersi allontanate come dice l’imputato, allora concludo che esse sono morte e che egli le ha uccise o volontariamente oppure sottoponendole ai maltrattamenti accettando il rischio della loro morte che pertanto diviene evento che deve essere alla  condotta da un nesso di causalita oggetto di specifica prova. O l’una o l’altra. L’imputato da qualche parte deve cascare per cui quegli elementi che ho acquisito li posso piegare a piacimento per dimostrare le mie tesi; non formulo un’ipotesi; ne formulo molte e poi vedremo a quale la Corte crederà. Già, direi, il fatto di contestare ipotesi alternative la dice lunga sulla gravità dell’indizio ma tant’è”.
“Di assoluta rilevanza nel costrutto accusatorio – prosegue la difesa di Remorini – è la fondatezza dell’imputazione di sequestro di persona che si colloca in esso quale punto nodale del disegno criminoso del Remorini che avrebbe operato al fine di ridurre la Semeraro prima e la Carmazzi dopo (costei a partire dalla sistemazione presso il campo) in uno stato di assoluta impotenza. Le fondamenta di tale imputazione poggiano sulle dichiarazioni di vari testi fra cui la Carrai, la Veleno e il Gatti nonché sull’esaltazione di alcune circostanze fra le quali, ad esempio, il fatto che la porta della casetta di legno ove era alloggiata la Semeraro era apribile solo dall’esterno oppure che la Veleno ed il Gatti erano dovuti intervenire in suo soccorso scavalcando la recinzione che abbiamo poi capito essere un basso steccato. La Carrai riferisce di aver sentito in più di un’occasione la Semeraro che invocava aiuto, che aveva fame ma lei, pur avendo provato a entrare in casa, non v’era riuscita. La sua testimonianza sembra lineare e scorrevole ma fra esame e controesame si perde in mille contraddizioni e non ricordo. Innanzi tutto non si comprende quale coerenza vi possa essere fra una contestazione che muove da tali presupposti e poi trova il Gatti e la Veleno in casa con la Semeraro. E’ pur vero che la Veleno riferisce di un solo episodio ma è assai poco verosimile che, se quello era il disegno criminoso del Remorini, altre persone, e non poche, siano state messe in condizioni di comunicare con lei o comunque di rendersi conto di una situazione non chiara”.
Lo “zio”, che rischia l’ergastolo, ha ucciso? “Le operazioni di compravendita delle due case non paiono affatto connotate dalla sussistenza degli artifici e raggiri descritti nelle imputazioni né può ritenersi provata la condotta di circonvenzione d’incapace – afferma l’avvocato Massimo Landi -, né può giungersi a conclusioni opposte per quanto riguarda le più gravi ipotesi ulteriori perchè quel quadro suggestivo che in fase investigativa poteva certamente fondare l’applicazione di una misura cautelare peraltro sempre respinta dal Giudice ed anche dal Tribunale Distrettuale, in sede processuale non ha trovato quel conforto, soprattutto in punto di concordanza e quindi di coerenza e di univocità, che è necessario alla congettura per divenire prova di responsabilità”.
Il movente dell’omicidio? “E’ insussistente e non è dimostrato da alcun elemento fattuale o processualmente acquisito – questo il “succo” della difesa del maggiore imputato -: “Quel movente così costruito rappresenta una conclusione induttiva formulata dall’ accusa che interpreta a proprio vantaggio gli elementi acquisiti agli atti:  siccome A allora probabilmente B – aggiunge l’avvocato Massimo Landi -, Remorini aveva ottime ragioni per non perdere la disponibilità del conto corrente della Semeraro con il quale si manteneva e retribuiva in qualche misura anche il Paolini”.
Fosse un romanzo noir mancherebbe una delle “W”: la Why. “Perchè ucciderle, quindi?”
Anche la difesa degli altri tre imputati, Maria Casentini, Francesco Tureddi e Maurizio Pasquinuccci, affidata agli avvocati Eriberto Rosso e Aldo Lasagna (Donne scomparse, la Corte prende tempo: slitta la sentenza ) ha chiesto l’assoluzione.

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