Favoreggiamento e omissione di atti di ufficio, appello per i due carabinieri condannati

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CAMAIORE – ( di Letizia Tassinari ) – Appello per Ciro Ionta e Gianluca Martignetti, i due carabinieri condannati in primo grado lo scorso 10 luglio in Tribunale a Lucca ( leggi anche: Favoreggiamento e omissione di atti di ufficio: condannati … ). Ciro Ionta, all’epoca comadante della Stazione di Camaiore, era stato condannato alla pena di tre anni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per cinque, oltre al risarcimento del danno in favore delle parti civile costituite, la famiglia di Stefano Romanini, l’imprenditore camaiorese ucciso a colpi di pistola, ben 15, nel febbraio del 2011 nonché alla rifusione delle spese di costituzione e difesa dalle stesse sostenute, oltre alle spese processuali. Gianluca Martignetti, invece, fu condannato a due e tre mesi Nel ricorso in appello il legale di Ionta, avvocato Giacomo Ciardelli, ha eccepito la nullità della sentenza de quo in quanto, in punto di motivazione ha più volte fatto riferimento ai contenuti delle intercettazioni telefoniche che, viceversa, dovevano essere ritenute totalmente inutilizzabili e perchè le dichiarazioni dell’imputato Ionta, nel momento in cui venne sentito dal pm, era stato preso a verbale senza l’assistenza di un difensore. Lo stesso Tribunale del Riesame, con pronuncia del luglio 2011, aveva ritenuto fondata l’eccezione di inutilizzazione nel processo in esame delle intercettazioni disposte, sostiene la difesa. Stessa motivazione per l’altro ricorrente, il brigadiere Gianluca Martignetti, difeso dall’avvocato Eros Baldini e dall’avvocato Marino Capone del Foro di Avellino. “Nel momento in cui sono stati ascoltati dal pubblico ministero, sia Ionta che Martignetti erano indagati, e dovevano quindi essere assistiti da un difensore”, afferma la difesa di Ionta. Una violazione, quindi, delle norme del codice di rito che, secondo la difesa, renderebbere nulla la sentenza di condanna. Il maresciallo Ionta, unitamente al brigadiere Martignetti, dopo l’omicidio diStefano Romanini, secondo l’accusa, avrebbe taciuto alle autorità giudiziarie, in particolare l’attentato alla vettura e le attività di usura di cui sarebbe stato vittima il defunto, in tal modo andando a commettere i delitti di favoreggiamento ed omessa denuncia. “Mancanza elementi essenziali del reato, assoluzione perché il fatto non sussiste – questa la difesa di Martignetti, considarato dai suoi legali “vittima di un convincimento del Giudice”. I militari, come noto, finirono nel mirino delle indagini sulla morte dell’imprenditore Stefano Romanini, ucciso in un agguato  davanti alla sua abitazione in via Battisti Camaiore l’8 febbraio del 2011. Arresti choc, e tzunami nell’Arma dei Carabinieri, quando il 24 giugno dello stesso anno era stati arrestati i due sottufficiali, il maresciallo comandante della stazione di Camaiore Ciro Ionta e il brigadiere Gianulca Marignetti. Per gli inquirenti i due,  che finirono agli arresti domiciliari, avevano omesso di fornire elementi utili alle indagini condotte dal Commissariato di Polizia di Viareggio e dalla Squadra Mobile di Lucca. Elementi, secondo quanto emerso, di cui i due carabinieri sarebbero stati a conoscenza. Ennio Iardella, ex militare dell’Arma in congendo, era invece finito in carcere a San Giorgio anche lui accusato di favoreggiamento. I provvedimenti restrittivi erano stati disposti dal Giudice per le Indagini Preliminari Giuseppe Pezzuti, su richiesta della Pubblico Ministero Fabio Origlio. Per gli inquirenti, i due militari in servizio, e quello in congedo, avrebbero taciuto “circostanze rilevanti ai fini delle indagini, prima alla polizia giudiziaria e poi al Pm, aiutando l’autore del delitto ad eludere investigazioni dell’autorità per l’identificazione”. In particolare, si leggeva nell’ordinanza di custodia cautelare, era stato taciuto che “Stefano Romanini era vittima degli usurai e che nel 2010 la sua vettura era stata raggiunta da colpi d’arma da fuoco e che il cugino sarebbe stato in possesso di foto che attestavano tale fatto”. Dalla famosa agenda di Stefano Romanini una sorta di diario posto sotto sequestro dall’Anticrimine, erano emerse alcune annotazioni: “la vittima temeva di poter essere uccisa dal cugino, o da altri che agisse per suo conto”. E, si leggeva nell’ordinanza, “si faceva anche riferimento al fatto che alcuni militari dei Carabinieri di Camaiore, tra cui Martignetti, nell’agenda indicato come Gianluca, e Iardella, nell’agenda indicato come Ennio, avevano rapporti stretti con Roberto Romanini”. I telefoni del comandante della Stazione di Camaiore, come quelli di Martignetti e Iardella erano così finiti sotto controllo. L’agguato a sangue freddo dell’imprenditore ucciso sotto casa avvenne poco prima delle 7 di mattina dell’8 febbraio 2011 Una vera e propria esecuzione con quindici colpi di pistola. Un intero caricatore. Il killer, incappucciato e armato, lo aveva aspettato e quando l’imprenditore era uscito per dirigersi alla sua auto, una Golf grigia parcheggiata di fronte, aveva iniziato a sparare e per Stefano Romanini, imprenditore 46enne del settore delle escavazioni, non c’era stato niente da fare. Un fatto tra i più gravi, negli ultimi anni. Tutte le persone vicine, e le stesse forze di polizia, dal primo momento avevano sospettato che il mandate fosse il cugino Roberto e che, come scriveva il Gip nella sua ordinanza, “il movente consistesse in un desiderio di vendetta perchè tra i due c’erano stati forti contrasti, oltre a minacce per ragioni connesse alla gestione finanziaria dell”azienda di escavazioni di cui i due erano soci”. E il sospetto fu ritrovato dalla Polizia in alcune frasi scritte nel diario della vittima. “Il Luogotenente Ionta – spiega l’avvocato Ciardelli –  era in servizio presso la stazione di Camaiore soltanto da pochi mesi, ed in effetti, si può dire, che non conosceva ancora la realtà cittadina , e come risulta in atti non conosceva assolutamente Romanini Roberto, ergo non vi era alcun logico motivo che doveva o poteva spingere l’imputato a porre in essere la condotta contestata che, non va dimenticato comunque, che nel caso di specie trattasi di reato di natura dolosa, per cui a maggior ragione non trova fondamento l’accusa mossa all’imputato, che, come detto, non aveva certamente motivo alcuno per tenere le condotte contestate”. Tanto più, come spiega la difesa, che Roberto Romanini avrebbe riferito di essersi rivolto, portandogli anche le foto dell’auto “attentata”, al suo legale di fiducia, l’avvocato Storelli di Lucca, incaricandolo di predisporre una denuncia, osservando quanto accade di sovente: un cittadino si presenta negli uffici della Polizia Giudiziaria per esporre dei fatti censurabili penalmente e spesso viene invitato a predisporre tutti i documenti necessari per ritornare successivamente negli uffici, ovvero se preferisce, a rivolgersi ad un avvocato che predisponga la denuncia querela del caso sottoposto, per poi presentarla agli organi competenti. Quanto alle intercettazioni, “nocciolo” della vicenda processuale, gli avvocati di Martignetti aggiungono: “Le intercettazioni confluite nel processo a carico dell’imputato Martignetti sono state disposte per altro procedimento, quello per l’omicidio di Romanini Stefano. Tale verità è assoluta e incontrovertibile e fa si che le intercettazioni, cui fa riferimento il primo Giudicante in sentenza, siano assolutamente inutilizzabili”. La data dell’appello a Firenze deve ancora essere fissata.

 

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