La Libecciata in un “ricordo” di Carlo Questa

1

VIAEREGGIO – La Libecciata. Il noto compesso musicale legato al Carnevale. La storia è “antica”, e un nostro lettore, Carlo Questa, ci ha inviato una sua riflessione che pubbichiamo integralmente:

“E’ sera.
Una qualunque sera di svariati anni fa, non è importante la data precisa, col tempo anche i ricordi meno importanti diventano vaghi. Restano in mente, invece, quei fotogrammi di qualcosa che ci è sfuggito di mano, credendo di liberarsi di qualcosa di inutile, per poi pentirsi del perduto.
E di quella sera resta in mente ciò che riesce pure difficile descrivere, tale è l’emozione che scatena in me, perchè, quello, era il periodo in cui si realizzava qualcosa di veramente importante, qualcosa che giustificava le serate dedicate alle prove, allo studiare le partiture, insomma, da lì a poco sarebbe stato Carnevale, e stasera è l’ultima prova, quella immediatamente antecedente al primo corso mascherato, ed io, come molti altri, facciamo parte del complesso musicale più amato, più rappresentativo, più bello di Viareggio, Il complesso musicale caratteristico “La Libecciata”.
Io sono un imberbe ragazzino, inserito in questo gruppo eterogeneo di persone, che a guardarle con gli strumenti in mano, paion professionisti veri, ma che poi, nella vita reale, sono muratori, imbianchini, agricoltori, marinai, che, spinti da una irrefrenabile passione per la musica, sacrificano anche 4 serate al mese, da ottobre in poi, per provare tutti assieme i brani classici del carnevale, e le novità che un signore, un forestiero, come me, del resto, che aveva la pazienza di musicare, arrangiare e scrivere tutte le partiture per ogni singolo strumento di cui la Banda disponeva, e lo faceva senza mezzi meccanici, un foglio pentagrammato, una penna, un pianoforte. Questo signore era mio padre, Felice di nome e di fatto, che, assieme al gran signore qual’era il Cav. Rodolfo Puccetti, gestivano il complesso, l’uno gli stgrumentisti, l’altro i caratteristici.
E questa sera era la prova generale, un brivido leggero saliva lungo la schiena, quando facevo quel corridoio attaccato al Bar Arcobaleno, in via Mazzini, che portava alla fumosa sala prove, messa a disposizione dal magnanimo Spartaco Zappelli, quell’odore acre di “nazionali” e sigari toscani fumati senza ritegno prima che arrivassero tutti, per cui si manifestava iniqua la finestrina spalancata in alto per areare il locale. Qua e là si ode il borbottìo di un bombardino che si mischia al trillo di un ottavino, cascate di note di un clarinetto che fanno eco a due acuti di tromba, insomma, ci siamo. E quando il maestro fa cenno di iniziare, le vibrazioni che si liberano dagli strumenti, fanno tremare le panche dove siam seduti, l’armonia allegra che ne deriva è adrenalinica.
So con certezza che sarà ancora un successo, non possiamo fallire, il gruppo è bello, ben affiatato, e soprattutto amato da tutti. Ogni volta che, partendo dalla stazione, ci incamminiamo verso i viali a mare, la via Mazzini brulica di gente, e noi siamo i primi, in testa a tutti, il mazziere, fiero ed austero, lassù davanti a tutti, di cui scorgo a malapena il lungo bastone che tiene in mano, preceduto dalle guardie che fanno da spartiacque, tanta è la gente che si assiepa lungo la via. Subito dietro le majorettes, belle e brave, poi i tamburi, che accompagnano quando non si suona, ed ecco la prima parte della banda, i caratteristici, una settantina di elementi che suonano improbabili e variopinti strumenti creati dalle sapienti mani dei carristi, maestri si della cartapesta, ma anche ex calafati e ottimi falegnami, che, con la loro ritmica, accompagnano le melodie suonate, e son diretti dal Cavalier Puccetti. A ruota arriviamo noi, diretti da Felì, con l’incubo incombente delle “frenate”, causa frequente di labbra rotte . E proprio passando davanti alla nostra sede/sala prove, inizia una pioggia di rettangolini argentei ed oro dai palazzi, non solo i coriandoli (a secchiate), e questa è la prima gratifica a tanti sforzi, a tante serate rubate alle famiglie. Ancor più difficile l’avanzare nel corso, perchè dobbiamo fare almeno 2 giri, 2 giri e mezzo, e, per poterli fare, dobbiamo districarci tra la folla. Fatto il primo giro, ci fermiamo poco dopo piazza Mazzini, sotto il loggiato del bagno Tritone, gli assistenti han portato il ristoro, un sacco da farina pieno di panini con prosciutto, ed un aranciata. 10 minuti e veniamo richiamati all’ordine, bisogna finire il corso. E ci incamminiamo verso il secondo giro, se c’è la notturna è probabile che ne dobbiamo fare tre. E, alla fine, i tre colpi di cannone, si rompono le file, veniamo ricompensati, ognuno con 2000 lire, 5/6 litri di benzina, oppure 4 pacchetti di sigarette, ma non è questo il motivo per far tutto questo; il vero motore è quella passione che oggi non esiste più, ancor meno lo spirito di sacrificio, lo spirito di corpo e oserei ancor di più, attaccamento alla divisa. Si, proprio come un militare, perchè eravamo fieri di queste allegre e variopinte divise,sapientemente cucite dalle mani del Signor Fagioli, splendida persona e sarto ufficiale, che tanta allegria han portato in giro per l’Italia e per l’Europa, perchè la “libecciata” era la pubblicità del carnevale fuori da Viareggio, era in simbiosi indissolubile, l’uno integrava l’altro. Fino a che l’interesse economico non iniziò a farsi largo, i finanziatori, visto il vento (economico) iniziarono a ritirarsi, ed i campanili presero il sopravvento sulla razionalità. Cosicchè vennero mandati via i forestieri, perchè la Libecciata doveva esser composta solo da viareggini, cosicchè vennero epurati i forestieri (oggi si direbbe i “viareggesi”) , compreso mio padre, e l’incolpevole Pulga si mise alla direzione di ciò che restava, purtroppo ben poco. Un anno, il secondo, e poi la fine. forse una fine naturale, ma con strascichi ingloriosi. Passi pure l’episodio in cui un libeccino viareggino venne a prendere la divisa con cui mio padre diresse 35 anni il complesso in questione (che io non ho mai digerito), ma il peggio fu quando vidi le divise dei libeccini usate come costumi di carnevale ad un corso, brutalmente usate da ragazzi che anche oggi son stati visti con il bottiglione di vino, ubriachi persi, a sfilare in un carnevale spettrale, dove non esiste più neppure la cartapesta.
Forse è giusto così”

1 comment

  1. Massimiliano 3 febbraio, 2015 at 20:51 Rispondi

    Un racconto che proietta indietro tra le pareti di una sala prove di una banda, La Libecciata, una triste realtà che trova l’epilogo nella parte finale del racconto, questo, di un grande musicista Versiliese di un passato neanche tanto lontano.

Post a new comment

*