Liberazione di Viareggio, Giorgio Del Ghingaro: “Chi perde la memoria perde la sua identità”

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VIAREGGIO – Liberazione di Viareggio, l’intervento del sindaco Giorgio Del Ghingaro in sala consiliare:

“Il 16 settembre 1944 Viareggio fu liberata dall’occupazione nazifascista. 73 anni fa, i partigiani e le truppe alleate entrarono in città con il loro carico di sogni di un mondo pacificato, di una vita che, finalmente, poteva tornare ‘normale’.

I militari, gli sfollati che rientravano alla spicciolata, i cittadini che a poco a poco si riappropriavano delle case, delle vie e delle piazze, si trovarono di fronte un paesaggio di desolazione: edifici ridotti in briciole, una spiaggia completamente minata.

Ma Viareggio non mollò.

Viareggio era la casa di Didala Ghilarducci, di Chittò, di Manfredo Bertini, di Vera Vassalle e di tanti altri ragazzi e patrioti che avevano dato la vita per un sogno di Libertà.

La nostra città, insieme al resto della Versilia, ha donato in venti mesi di aspra Resistenza, il sacrificio di 2.500 partigiani e patrioti, 200 feriti e invalidi, la vita di 118 caduti in armi, l’olocausto di 850 trucidati.

Questa città, fiera, venuta su a forza di braccia lottando con le acque che qui, dal lago, confluivano nel mare – una città che in quegli anni era già famosa per le sue spinte a volte al limite dell’anarchia – non si era arresa davanti agli avvenimenti duri della guerra e non lo fece dopo, di fronte ai cumuli di macerie.

Gli anni che seguirono furono quelli della rinascita.

Dal 44 al 46 Viareggio, che usciva dalla guerra sconvolta e misera, con dignità e forza civile lavorò duramente per la sua ricostruzione.

Sono passati, si diceva, 73 anni.

Il mondo è cambiato, in questo stralcio di secolo, come mai aveva fatto prima. La velocità che ci ha investito in tutti i campi, distorce la percezione, complica la comunicazione pur moltiplicandone le possibilità.

Paradossalmente allunga i tempi della storia: fatti avvenuti ieri, sono già passato remoto.

E allora le ricorrenze come questa che oggi celebriamo, non devono essere solo vuota retorica, ma veri e propri monumenti ai piedi dei quali è importante deporre simbolicamente un fiore.

Operazione che sembra facile ma che è sempre più complicata. Per l’inevitabile sovrapporsi delle immagini, per l’empatia che con il tempo scompare, per le celebrazioni che si trasformano troppo spesso in ritualismo sterile e chiuso in sé stesso.

Noi tutti, ancora di più perché rappresentanti delle istituzioni, abbiamo sulle spalle una pesante responsabilità: siamo chiamati all’impegno civico di custodi della Memoria, senza confinarla nel lato buio del fanatismo.

Perché un popolo che perde la memoria perde anche la sua identità.

Lo dobbiamo a quei ragazzi di 73 anni fa, che ormai ragazzi non sono più. Per quelle speranze, per quella passione, per tutti quegli occhi che hanno attraversato anni difficili.

Per il rispetto che si deve alla vita. Disperata o facile che sia.

Lo dobbiamo ai nostri giovani, in questo primo giorno di scuola: perché capiscano da dove vengono e sappiano dove andare.

A questo proposito, permettetemi di approfittare dell’occasione per augurare a tutti gli studenti e agli insegnanti, buon lavoro: spero che insieme all’anno scolastico appena iniziato, nascano anche nuovi sogni, nuove ambizioni.

Oggi come oggi, dicevamo, è impossibile trovare un senso alle persecuzioni del nazi fascismo, è dura immaginare gli orrori della guerra. Così come è facile commuoversi davanti al racconto di un anziano, davanti a certe mani che tremano per gli anni.

Meno semplice sedersi ad ascoltare storie di guerra e di violenze raccontate in lingue sconosciute, guardare oltre i numeri scritti su un foglio, vedere in quelle cifre persone di carne e di sangue: di sentimenti.

Davvero difficile investire del tempo e trovare la sensibilità necessaria per sottolineare e valorizzare le differenze.

E allora va bene organizzare e partecipare con consapevolezza ad una celebrazione, come questa di oggi, che ci rende orgogliosi del nostro passato e parte di una Comunità.

Ma credetemi, non basta.

La Storia è fatta di persone. Uomini e donne veri. La Storia si fa ogni giorno con le nostre scelte, con il nostro cammino.

Noi tutti stiamo scrivendo una nuova pagina della storia di Viareggio. Facciamolo con tutta la forza di cui siamo capaci: con quell’amore per la Libertà e per i diritti che ci hanno lasciato quei giovani sui monti e anche quelli che ricostruirono.

Impariamo a dare un nome alle nostre paure, fondate o infondate che siano: cerchiamo di non cadere nel trabocchetto del qualunquismo, nella trita retorica, di destra o di sinistra che sia.

Perché non può esserci retorica quando si parla di vite umane.

Facciamolo per una parte di quel sangue, di quella volontà, che ancora scorre dentro di noi.

16 settembre 1944, Viareggio liberata, 73 anni dopo: da ogni razzismo, per tutte le differenze”.

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