“Quello che non vorrei vedere” di Massimo Breschi

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“Quello che non vorrei vedere” Era un giorno d’estate del 2013 quando mi recai a visitare la mostra pittorica che Arnaldo Galli aveva allestito nel giardino di casa sua. Tra le varie opere esposte, un piccolo dipinto catturò la mia attenzione. Il soggetto principale era una figura scura e minacciosa che si avventava su un’esile bambina talmente terrorizzata, che sembrava tremasse dallo spavento. Fui colpito da quell’immagine pittorica perché, nella sua semplicità, esprimeva un profondo significato, tant’è che dissi, rivolgendomi al maestro “Oh Arnaldo, quel quadro è stupendo, ma non ti è mai venuto in mente di realizzarci un carro?”. “Si qualche volta ci ho pensato – rispose Arnaldo – ma il tempo non è mai abbastanza”. “Se ti chiedessi un titolo per quell’opera – domandai – che titolo daresti?”. Il maestro, dopo un attimo di riflessione, mi rispose: “Quello che non vorrei vedere”. Ecco come è nata l’idea di realizzare una costruzione allegorica per denunciare la devastante piaga sociale che avevo letto in quel dipinto: gli abusi sui minori. Una violenza raccapricciante che costringe bambini di ogni età e classe sociale a subire molestie psicologiche, maltrattamenti fisici ed abusi sessuali che, con allarmante frequenza, si manifestano in ogni angolo della Terra. La vita dei bambini è quadro di mille colori e all’interno di quell’opera d’arte, gli adulti sono un grande burattino che li protegge e ne rallegra la spensierata adolescenza. Ma spesso, quel giullare burattino nasconde una doppia personalità, la sua crudele identità appare all’improvviso e trasformandosi in un mostro violento dall’aspetto terrificante, sconvolgerà per sempre l’indifesa esistenza di vittime innocenti.

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