Ucciso a sangue freddo sotto casa, oggi il 4° anniversario. La famiglia: “Chi sa parli”

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CAMAIORE – (di Letizia Tassinari ) – Quarto anniversario, da quel tragico giorno di sangue a Camaiore. Fu un agguato in piena regola, una vera e propria esecuzione a sangue freddo con quindici colpi di pistola, un intero caricatore. Il killer, incappucciato e armato, lo aveva aspettato sotto casa e quando l’imprenditore era uscito per dirigersi alla sua auto, una Golf grigia parcheggiata di fronte, iniziò a sparare: per Stefano Romanini, all’epoca 46 anni, non ci fu niente da fare. Colpito dai numerosi proiettili esplosi a distanza ravvicinata dal suo assassino, l’uomo si era accasciato in terra in una pozza di sangue ed era morto poco dopo il suo arrivo all’Ospedale Unico “Versilia”. Alba di sangue quella dell’8 febbraio 2011 nella centralissima via Battisti a Camaiore, di fronte al noto ristorante Il Centro Storico. L’imprenditore, titolare di una ditta di escavazioni, la Serena Scavi, ex Escavazioni di Stefano Romanini, sposato con Giuliana Pellegrini, casalinga, e padre di due ragazze, Serena e Stella, era  uscito per andare a lavorare, come ogni mattina, ignaro che ad aspettarlo sulla strada ci fosse il suo carnefice: alto, magro, vestito di nero, cappuccio in testa e in pugno una pistola calibro 9. Mai trovato.  La prima persona a dare l’allarme fu la moglie di Romanini, che sentendo i colpi di pistola si era affacciata alla finestra e aveva visto il killer fuggire a piedi imboccando via Fonda per poi dileguarsi senza lasciare traccia. La donna, sotto choc, era scesa in strada dal marito che agonizzava a terra: “Mi sento affogare”, furono le uniche e ultime parole dell’uomo colpito a morte dai proiettili. Nonostante il tempestivo intervento di un’ambulanza del 118 che lo aveva trasportato immediatamente al Pronto Soccorso, Stefano Romanini morì poco dopo il suo arrivo al nosocomio versiliese. Sul posto le volanti del Commissariato di Polizia di Viareggio, a cui furono affidate le indagini, e i reparti della Scientifica che avevano eseguito i primi rilievi balistici. L’auto di Romanini, dietro alla quale la vittima aveva cercato di trovare riparo dalla furia omicida del suo assassimo, era stata completamente crivellata dagli spari. Furono esattamente quindici i colpi di pistola, una calibro 9, esplosi dal killer. Una storia agghiacciante, con una indagine lunga oltre 2 anni, approdata, il 9 maggio dello scorso anno, con la richiesta, formulata dal Pubblico Ministero Fabio Origlio, di rinvio a giudizio del cugino della vittima, Roberto Romanini, accusato dalla Procura di omicidio premeditato e porto abusivo di armi. La svolta sull’omicidio di Stefano Romanin era avvenuta nel febbraio dell’anno successivo. Si era strinto il cerchio sul giallo. Unica cosa certa, all’epoca, che gli iscritti nel registro degli indagati erano quattro: Roberto Romanini, cugino ed ex socio della vittima, i suoi due figli Simone ed Emanuele, e Ioan Aurel Sociu, ex collaboratore, per ora irreperibile. Ma la richiesta di rinvio a giudizio, l’udienza è fissata per marzo,  riguarda solo quello che per l’accusa sarebbe stato il mandantei .Il sicario, infatti, è rimasto ignoto. E la famiglia ancora una volta lancia un appello: “Chi sa parli”.

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