Ucciso a sangue freddo sotto casa, rinviato a giudizio il mandante

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CAMAIORE – ( di Letizia Tassinari ) – Udienza davanti al Gup, questa mattina al Tribunale di Lucca e rinvio a giudizio, come chiesto dal pm Fabio Origlio, per Roberto Romanini, difeso dall’avvocato Maurizio Tonnarelli, accusato dalla Procura di essere stato il mandante dell’omicidio del cugino Stefano la mattina dell’8 febbraio del 2011. Il processo inizierà il 12 maggio prossimo, in Corte d’Assise,  e la famiglia del defunto è stata ammessa come parte civile.

Fu un agguato in piena regola, una vera e propria esecuzione a sangue freddo con quindici colpi di pistola, un intero caricatore. Il killer, incappucciato e armato, lo aveva aspettato sotto casa e quando l’imprenditore era uscito per dirigersi alla sua auto, una Golf grigia parcheggiata di fronte, iniziò a sparare: per Stefano Romanini, all’epoca 46 anni, non ci fu niente da fare. Colpito dai numerosi proiettili esplosi a distanza ravvicinata dal suo assassino, l’uomo si era accasciato in terra in una pozza di sangue ed era morto poco dopo il suo arrivo all’Ospedale Unico “Versilia”. Alba di sangue quella dell’8 febbraio 2011 nella centralissima via Battisti a Camaiore, di fronte al noto ristorante Il Centro Storico. L’imprenditore, titolare di una ditta di escavazioni, la Serena Scavi, ex Escavazioni di Stefano Romanini, sposato con Giuliana Pellegrini, casalinga, e padre di due ragazze, Serena e Stella, era  uscito per andare a lavorare, come ogni mattina, ignaro che ad aspettarlo sulla strada ci fosse il suo carnefice: alto, magro, vestito di nero, cappuccio in testa e in pugno una pistola calibro 9. Mai trovato.  La prima persona a dare l’allarme fu la moglie di Romanini, che sentendo i colpi di pistola si era affacciata alla finestra e aveva visto il killer fuggire a piedi imboccando via Fonda per poi dileguarsi senza lasciare traccia. La donna, sotto choc, era scesa in strada dal marito che agonizzava a terra: “Mi sento affogare”, furono le uniche e ultime parole dell’uomo colpito a morte dai proiettili. Nonostante il tempestivo intervento di un’ambulanza del 118 che lo aveva trasportato immediatamente al Pronto Soccorso, Stefano Romanini morì poco dopo il suo arrivo al nosocomio versiliese. Sul posto le volanti del Commissariato di Polizia di Viareggio, a cui furono affidate le indagini, e i reparti della Scientifica che avevano eseguito i primi rilievi balistici. L’auto di Romanini, dietro alla quale la vittima aveva cercato di trovare riparo dalla furia omicida del suo assassimo, era stata completamente crivellata dagli spari. Furono esattamente quindici i colpi di pistola, una calibro 9, esplosi dal killer. Una storia agghiacciante, con una indagine lunga oltre 2 anni, approdata, il 9 maggio dello scorso anno, con la richiesta, formulata dal Pubblico Ministero Fabio Origlio, di rinvio a giudizio del cugino della vittima, Roberto Romanini, accusato dalla Procura di omicidio premeditato e porto abusivo di armi, approdata oggi al rinvio a giudizio al termine dell’udienza davanti al Gup lucchese. La svolta sull’omicidio di Stefano Romanini era avvenuta nel febbraio dell’anno successivo al delitto. Si era strinto il cerchio sul giallo. Unica cosa certa, all’epoca, che gli iscritti nel registro degli indagati erano quattro: Roberto Romanini, cugino ed ex socio della vittima, i suoi due figli Simone ed Emanuele, e Ioan Aurel Sociu, ex collaboratore, per ora irreperibile. Ma la richiesta di rinvio a giudizio riguarda solo quello che per l’accusa sarebbe stato il mandante. Il sicario, infatti, è rimasto ignoto.

 

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