Ucciso con 15 colpi di pistola, in aula un “segreto” di un vecchio caso rimasto irrisolto

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CAMAIORE – ( di Letizia Tassinari ) – “Sul suo diario, un mese prima che venisse ucciso sotto casa, mio marito aveva scritto di aver paura per sè e per la sua famiglia”. E’ la moglie di Stefano Romanini, freddato con 15 colpi di pistola la mattina all’alba del 8 febbraio del 2012 a Camaiore, ad affermarlo dal banco dei testimoni. Un diario, il suo, subito acquisito dalla Polizia a poche ore dal delitto per il quale è finito alla sbarra, accusato di esserne il mandante, il cugino Roberto Romanini. “Mio marito – ha aggiunto la vedova questa mattina in aula difronte al giudice Billet in tribunale a Lucca – anni prima, ubbidendo al cugino, aveva commesso un reato”. Una rivelazione choc, quella di oggi: mentre si cerca la verità sull’omicidio di Stefano Romanini, ecco emergere un “segreto” di una vecchia storia rimasta senza soluzione. “Fu Stefano a incendiare la villa della famiglia di Chiara Berie di Argentine, su incarico di Roberto – ha spiegato la donna -, all’epoca considerava il cugino un dio, ed era suo succube. Quando me lo raccontò stentai a crederci, pensai che scherzasse”. Un fatto, questo, noto alle cronache. Era il maggio del 1996 quando la villa a Camaiore di proprietà della giornalsita Chiara Beria d’Argentine fu distrutta da un incendio doloso.  Gli inquirenti dell’epoca, Squadra Mobile di Lucca e Criminalpol di Firenze, coordinati dal procuratore lucchese Quattrocchi e dal pm Augusto Lama, ipotizzarono che il seminterrato della villafosse stato saturato di liquido infiammabile, con altra benzina attorno all’edificio che poi aveva fatto da miccia. Chiara Beria d’Argentine, vicedirettore e capo della redazione milanese de L’ Espresso, era figlia del noto magistrato milanese, Adolfo, Procuratore capo della Repubblica di Milano, impegnato nella lotta contro le Brigate Rosse. e del marito Giuseppe Farneti, vicedirettore del mensile “Gulliver”. I due giornalisti passavano sulle colline di Camaiore tutti i fine settimana, ma in quel caso la villa era vuota. Fatti simili, tra l’89 e il ’92, avevano tinto di giallo la Versilia: circa una ventina le ville andate a fuoco. Ma in questo caso si era pensato ad un avvertimento mafioso diretto a Chiara Beria, che in quel perioddo aveva scritto  numerosi servizi sulle dichiarazioni di Stefania Ariosto che avevano coinvolto l’ avvocato Cesare Previti e un gruppo di magistrati. E l’ipotesi fu una sorta di “punizione” della giornalista. Quattrocchi, per fare luce sull’esplosivo utlizzato, aveva incaricato, tra i periti, anche gli incursori della Marina, e nel pool  c’era anche l’ingegner Franco Silvestri dei Vigili del Fuoco di Viareggio.

Sul banco dei testimoni si sono poi avvicendati due carabinieri, Ennio Iardella, ex militare dell’Arma in pensione, finito in manette nel giugno del 2011 assieme al comandante di Camaiore e a un brigadierie, anche lui accusato di favoreggiamento e poi prosciolto, e un altro carabiniere di Viareggio. Il primo ha riferito di essere stato amico di Roberto Romanini, e di aver avuto dallo stesso uno spazio in un suo terreno per fare dei lavoretti, il secondo, invece, di averlo conosciuto assieme a Loreno Della Valle, l’imprenditore italo finlandese a cui Romani, arrestato dalla Squadra Mobile diretta da Virgilio Russo il 9 febbraio 2013, voleva “strappare” un accordo per avere l’esclusiva della raccolta dei funghi nei paesi scandinavi, al fine di rilanciare la sua società, azienda leader del settore dei funghi, e poi l’aveva ricattato con un filmato a luci rosse. Poi è stata la volta del vigile urbano di Viareggio, oggi in pensione, Riccardo Cinquini, che il giorno dell’esecuzione di Stefano Romanini era a Torino col cugino Roberto. “Gli avevo proposto di prestargli 15mila euro – ha raccontato durante l’udienza, specificando di avere avuto con l’imputato un’amicizia longeva, legata ai funghi -, Roberto Romanini non aveva liquidi e doveva ritirare in Comune alcune concessioni edilizie. Soldi che non avevo, ma che mi avrebbe anticipato un’amica sottoscrivendo la cessione del quinti del mio stipendio, con a garanzia un assegno dello stesso Romanini per pari cifra”. Un fatto “strano”, questo, visto che secondo il Pm Fabio Origlio, titolare del fascicolo di indagine, in quel periodo Romanini non avrebbe avuto alcuna concessione edilizia da ritirare nè a Camaiore nè nei dintorni. Oltre al fatto che i suoi conti erano stati tutti bloccati dalla Procura.

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