Vent’anni di Don Piero a Forte dei Marmi: “Parrocchiani, vi voglio tanto bene”

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FORTE DEI MARMI – ( di Matteo Baudone ) – Vent’anni di Don Piero a Forte dei Marmi: “Parrocchiani, vi voglio tanto bene”

Chi era Piero Malvaldi prima di diventare Don Piero?

Sono stato un giovane come tanti. Come te che mi stai intervistando. Poi le cose sono andate come sono andate per la mia vocazione. Ho conosciuto dei bravi sacerdoti, tra cui uno in particolare: Don Antonio.

Che cosa l’ha colpita di Don Antonio?

Era un uomo dal carattere forte. Un uomo rude. Però era un uomo che amava molto il Signore. Io frequentavo all’epoca la scuola del Seminario.

È stato grazie a Don Antonio che ha sentito la cosiddetta Chiamata?

Più o meno si. Lui mi ha aiutato a mettere a fuoco la questione. Forse ha fatto qualcosa in più, nel senso che io ero consapevole che il Signore aveva pensato a me. Però non ero molto sicuro. Ero molo impaurito. Fare il prete non è mai stato facile. Oggi meno che ieri. Don Antonio dette quella che si può chiamare la “spallata” decisiva. Fu da quel momento in poi che non sono più tornato indietro. Di lui mantengo un carissimo ricordo.

Di lei si dice essere un uomo di insegnamento. Come nasce questa peculiarità?

Noi sacerdoti siamo degli “specialisti”, se cosi si può dire, riguardo la dottrina cristiana. Io inizialmente ero giovanissimo. Ho cominciato a lavorare nelle scuole elementari in appoggio agli insegnanti titolari di religione. Poi sono passato ai gradi scolastici più alti di media e liceo. Dopo sono passato alla scuola teologica in qualità di insegnante di morale fondamentale.

E poi è arrivata la convocazione a Forte dei Marmi. Brevemente può raccontare come è andata?

All’epoca ero sacerdote poco lontano da casa mia. Io sono del Piano di Pisa. La mia casa di famiglia distava non più di un chilometro dalla chiesa dove officiavo. L’Arcivescovo mi chiamò e mi disse che ero destinato alla parrocchia di Sant’Ermete a Forte dei Marmi. Io gli feci presente che la cosa avrebbe creato dei problemi perché all’epoca al Seminario non ero soltanto insegnante ma ero addirittura nel consiglio di amministrazione dell’istituto, il Santa Caterina. Di solito a sostituire un insegnante si fa presto. Quando si tratta di un dirigente le cose sono diverse. Ma l’Arcivescovo disse che non ci sarebbero stati problemi perché ci sarebbe stato qualcun altro al mio posto. Io mi sono messo il cuore in pace e sono venuto qui al Forte.

Come è andato l’inizio della sua avventura qui a Forte dei Marmi?

Ho avuto un briciolo di sofferenza. Perché il Forte all’epoca aveva la fama di un ambiente un poco chic.

È questo quello che ha pensato quando le hanno detto Forte dei Marmi come luogo della sua missione di sacerdote?

Si. Ero un poco preoccupato. Devo dire la verità…

Per quale motivo?

Temevo di non farcela. All’epoca c’erano tre sacerdoti nella parrocchia.

Possiamo ricordare i loro nomi?

Don Sabucco, Don Krisma e Don Bernard.

Cosa l’ha spaventata?

Mi ha spaventato l’essere rimasto da solo, senza conoscere nessuno. Ho avuto qualche perplessità. Inoltre ero reduce da un periodo di grande stanchezza. Fisica e nervosa. Avevo un pochino di paura…

Quando cadono esattamente i vent’anni di officio a Forte dei Marmi?

Il giorno era un giovedì. Sono arrivato a Sant’Ermete il giovedì 28 novembre 1996. Pioveva quel giorno…

Qual’è stata la prima emozione quando ha messo piede a Sant’Ermete?

Avvertivo da una parte la sofferenza dei miei vecchi parrocchiani che non si rassegnavano di vedermi andare via. E dall’altra parte le aspettative della popolazione di Forte dei Marmi che vedeva in me chissà quale persona. Una specie di salvatore.

In questi venti anni ci sono stati buoni rapporti con tutti?

Si. Dal Comune fino alle altre parrocchie sempre dentro Forte come San Francesco. Per un certo verso, però, è come se avessi cambiato tre parrocchie in questi venti anni…

Si può spiegare meglio?

Dopo il mio inizio, il secondo cambio è stato nel 2002 con l’Euro,  perché il Forte ha subito una trasformazione. Molti hanno iniziato a vendere e sono iniziate a venire tante persone da fuori. Nel 2010, il terzo cambiamento quando hanno iniziato i russi a venire nel paese.

Lei come ha vissuto la realtà di veder venire persone da fuori il paese?

Non solo l’ho vissuta, ma la vivo con un poco di disagio, perché ad esempio noi abbiamo un crollo di presenze stabili. Fra i ragazzi del Catechismo molti se non la maggior parte provengono da fuori. Si tratta di figli o nipoti di fortemarmini che si sono trasferite fuori paese. Nelle zone limitrofe al di fuori dei confini. Beneinteso: continuano a frequentare la chiesa di Sant’Ermete, però non vi risiedono più. Questo comporta un poco di disagi. Che per il momento non si notano più di tanto,  ma nel futuro penso proprio di si. A tutti i livelli. Come comunità, come scuola e come tanto altro. Un particolare tra i tanti: tra le tre frazioni di Sant’Ermete, San Francesco e la Vaiana il paese non conta più di 7 mila persone.

E anno dopo anno siamo arrivati a Don Piero oggi. Chi è Don Piero oggi?

Oggi Don Piero è un poco più vecchietto. Ho 67 anni alle spalle. Ho qualche capello bianco. Forse più di qualcuno. Qualche capello l’ho anche perso per strada. Però sono molto sereno. Sperimento ogni giorno la bontà delle persone nei miei confronti. Anche nei confronti della Chiesa e dei poveri. Le persone che frequentano qui la parrocchia sono persone molto brave. Affabili, buone. Persone di grande fede. Di cui non posso assolutamente lamentarmi. Tra i nostri “ospiti”,  mi si permetta chiamarli cosi, ci sono persone veramente straordinarie. Anche tra i russi che frequentano ci sono persone di grande spessore, umano e cristiano. Anche se si tratta di ortodossi, ma la differenza se si guarda bene è minima, siamo tutti cristiani.

Se volesse dire qualcosa ai suoi parrocchiani che la stanno leggendo in questo momento cosa vorrebbe dire?

Quelli di oggi o quelli di ieri?

Quelli di sempre…

Gli vorrei dire che gli voglio tanto bene. Soltanto questo. Non so se sono capace di darlo a vedere. Non è facile. Perché alle volte si rischia di essere impacciosi o ficcanaso e questo io non lo vorrei. Però certamente gli voglio tanto bene. Sono le persone che il Signore mi ha affidato. Spero che loro me ne vogliano altrettanto. Anche se ho molti limiti e fragilità.

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