Arte e Giornalismo, connubio possibile

di Edoardo Altamura – Musei e comunicazione. In che modo è possibile utilizzare la seconda per valorizzare la prima? In che modo il giornalismo, e chi lo fa, può essere strumento per la valorizzazione del nostro patrimonio culturale?

La posizione che il giornalismo culturale potrebbe, o dovrebbe, assumere è quella del trait d’union fra i due macro-poli di questa comunicazione: l’Arte ed il fruitore. Nel primo posto, il luogo di inizio della veicolazione, risiedono fondamentalmente due categorie di persone: “chi ha l’Arte” e “chi capisce d’Arte”; per forza di cose avremo certamente artisti – quando ancora in vita e con ancora voglia di raccontare – e direttori e curatori, perché in un certo senso, anche se non sono i possessori fisici delle opere, risultano i responsabili dell’idea che accomuna l’esperienza. Nel secondo gruppo ci saranno invece accademici, critici e giornalisti.

È proprio su questo secondo gruppo che il tema – Luci e ombre dell’incontro tra musei e nuove tecnologie. Buoni e cattivi esempi di come viene comunicato il nostro patrimonio culturale – del concorso della 5a edizione del Festival del giornalismo culturale mi ha portato a pensare. Lo storytelling potrebbe essere una metodologia efficace per riuscire a far entrare, metaforicamente e letteralmente parlando, le persone nei Musei e soprattutto, nell’ipotesi migliore, a creare una connessione nuova e duratura fra le persone e l’Arte. Una connessione complice di una nuova forma di dialogo, fatto di risposte attive da parte dei fruitori. Basti pensare all’utilizzo che su un social network come Instagram, popolato di influencers, è stato fatto dell’hashtag #emptymuseum: il risultato si traduce, attualmente, in circa 5mila bellissime fotografie, postate dagli utenti, di musei “a porte chiuse”.

Ma il giornalismo cosa potrebbe fare?

La questione si palesa con prepotenza: il gap si è originato nella Società, nell’idea stessa di fruizione di un qualsiasi prodotto culturale. Forse però proprio qui la forza, se non il potere, dell’arte deve giungere, riconquistare la coscienza di sé e riuscire a colmare il vuoto. L’utopia sarebbe di fermare la Società, se non di farla anche tornare un po’, un bel po’, forse, indietro fino ai tempi in cui la Cultura veniva percepita alla stregua di un dono, concesso da un artista, un committente, un’istituzione o un Dio. Ai tempi in cui il «grazie!» al medium, platonicamente parlando, era sincero o quando la Sindrome di Stendhal era una realtà non solo letteraria, ma vera e tangibile.

Ma questo, appunto, è chiedere troppo, se non tanto all’Arte, sicuramente alla Società. Allora la comunicazione deve affiancarsi al Patrimonio Culturale e farsi servo di un padrone dalle strabilianti capacità e opportunità, che però necessita di un sostegno per la veicolazione del messaggio, perché il noise di questi anni è incredibilmente alienante e lo svagarsi riesce ad agganciare sempre più adepti rispetto all’utilizzo consapevole e costruttivo del nostro tempo.

Il giornalista culturale quindi potrebbe porsi come tramite, un tramite però allo stesso livello del lettore. Un chroniqueur che, prefissatosi come punto di partenza l’audience development e traguardo l’audience engagement, attraverso la sua posizione riesca a cambiare la percezione dell’Arte in universalmente fruibile e totalmente necessaria.

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