Cristoforo Colombo: il nostro primo cervello in fuga

PISA – (di Chiara Basile Fasolo) – In quanti sentiamo dire questa frase? Noi italiani siamo stati delle eccellenze in quasi tutto, molto di quello che abbiamo oggi, lo dobbiamo a chi ci ha preceduto. Grandi navigatori, esploratori, artisti, architetti, compositori, scienziati e la lista sarebbe ancora lunga. Tutt’ora continuiamo ad esserlo eppure moltissimi giovani continuano a cercare fortuna all’estero o una vita un’altezza loro loro studi. L’Italia è cambiata? Sembrerebbe di no.

Cristoforo Colombo, uno degli italiani più famosi al mondo, veniva da una famiglia umile, aveva imparato dai frati a leggere, scrivere e far di calcolo, ma non solo si dedicava anche al disegno e alla cartografia. Un uomo con un grande cervello, che iniziò a pensare che la terra fosse tonda e dunque che circumnavigandola avrebbe raggiunto le Indie.

Era il 1492, viveva a Genova, aveva un obiettivo, e chiese che la sua spedizione fosse finanziata ma nessuno lo ascoltò. Così anche lui se ne andò dall’Italia, e in Spagna la regina Isabella di Castiglia, una donna forte e intelligente lo appoggiò e lo finanziò per realizzare il suo sogno e grande viaggio. All’epoca si trattava di un viaggio difficile, probabilmente con poche speranze di successo e magari rischioso da finanziare eppure credendo in lui, la Spagna fece la sua fortuna.

Gli furono date tre caravelle, la Nina, la Pinta e la Santa Maria, e i galeotti e criminali che affollavano le carceri diventarono il suo equipaggio. Una volta partito per le Indie, dopo un viaggio durato circa settanta giorni però come tutti ben sappiamo si trovò di fronte una terra sconosciuta, quella che noi tutti oggi conosciamo come l’America, e che allora era abitata soltanto dai nativi e non era ancora conosciuta al mondo occidentale. Una scoperta che rivoluzionò il mondo, il futuro di quelle terre e dell’Europa stessa. A volte mi domando che sensazione deve aver avuto Cristoforo, considerato probabilmente un visionario senza speranza, quando si rese conto dell’importanza della sua scoperta. Tutt’oggi in America ogni anno ad ottobre si celebra la scoperta del Nuovo Mondo con il famoso “Columbus Day” di New York. Insomma Cristoforo è stato un cervello in fuga, un uomo semplice che però aveva studiato e non voleva limitarsi a ciò che sapeva, voleva scoprire e conoscere. Essendo una ragazza giovane e ancora sotto i 30 anni, mi capita spesso di confrontarmi con ragazzi tra i 20 e i 35 anni su questo tema così delicato. Al giorno d’oggi le nuove generazioni sono proprio come la nave in mezzo al mare di Cristoforo, i punti di riferimento che c’erano una volta sembrano non essere più gli stessi. Si studia a lungo, ci si laurea, spesso si fanno molti master specializzati per poi magari finire a fare panini in un qualche fast-food. Sicuramente un lavoro di tutto rispetto, ma non proprio l’obiettivo di chi ha sacrificato gli anni più belli, impegnandosi nello studio. Ricordiamo che moltissimi degli studenti universitari, sono giovani che vengono da altre città, spesso lontane, che finite le scuole superiori lasciano la loro famiglia, gli amici e tutto il loro mondo per un sogno, un progetto di vita. Io lo so bene cosa significa, a diciotto anni mi sono trasferita a Roma per realizzare il mio sogno di attrice, lasciando tutto il mio mondo e le persone che amavo. Tutto questo è sacrificio, ci sono momenti di sconforto, di solitudine, soprattutto quando all’inizio non conosci nessuno. Moltissimi di questi giovani credendo nel loro sogno, studiando ed impegnandosi ogni giorno raggiungono brillanti traguardi, anche con veri risultati d’eccellenza. E poi?

Sono molto rammaricata da questa situazione, gli italiani sono creativi, hanno delle menti brillanti e sono spesso a capo di ricerche internazionali. Spero con tutto il cuore che la situazione possa migliorare, che nessun giovane debba lasciare la sua terra, che il nostro paese possa credere davvero nelle nostre super menti guardando al futuro con concreto ottimismo. E scusaci Cristoforo se non ti abbiamo capito, ma in fondo siamo ancora tutti sulla stessa barca dal 1492.