Emanuele Salce ai microfoni di TGregione.it parla dei suoi due padri, i grandi Luciano Salce e Vittorio Gassman

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VIAREGGIO – (di Stefania Bernacchia) TGregione.it ha avuto il piacere di fare una chiacchierata con Emanuele Salce, che domani sera (venerdì 24 marzo) andrà in scena al Teatro Pacini di Pescia con lo spettacolo da lui scritto insieme a Andrea Pergolari: Mumble mumble – ovvero confessioni di un orfano d’arte. Salce, figlio del compianto Luciano, fin dall’età di due anni vive e cresce con Vittorio Gassman, che la madre di Emanuele, l’attrice Diletta D’Andrea, sposa nel 1970. Un doppio figlio d’arte dunque, e di conseguenza un doppio orfano, dato che entrambi i grandi artisti ci hanno lasciato (Luciano nel 1989, Vittorio nel 2000). Dai suoi padri Emanuele eredita sicuramente l’impostazione scenica, l’intelligenza e l’acume di chi ha a che fare con palcoscenico e pubblico, un’ironia (e un’autoironia) tipica del padre Luciano e un modo di parlare che ricorda il grande Vittorio.

Emanuele, grazie per questa intervista.

Che cosa vuol dire essere doppio figlio e quindi doppio orfano d’arte?

Intanto è sicuramente una grande responsabilità, ogni volta che vado in scena rischio di rovinare quanto di buono hanno fatto i miei padri nei teatr, nei cinema e più in generale nella storia del nostro paese. E’ altresì uno stimolo e un piacere mettersi in gioco per ricordarli e farli ricordare, rendendo loro omaggio e chiudere così un cerchio della propria vita, risanando certi percorsi che non sempre sono stati facili.

I funerali di cui si parla nella pièce sono stati definiti un po’ un ‘carnevale del sacro e del profano’. Possiamo dire che il pubblico vede volentieri lo spettacolo anche perché in un certo senso è aiutato a esorcizzare un tema così scomodo, trasmettendo il messaggio che un lutto può essere rielaborato e anzi, addirittura trattato con ironia?

Sicuramente vengono a vederlo perché fa molto ridere, provoca una risata intelligente e razionale poiché è di noi stessi che ridiamo e questo nonostante il tema trattato sia doloroso e scomodo. Nel caso di mio padre (Luciano Salce n.d.r.), il funerale avvenne nel periodo di Natale e fu una cerimonia molto piccola e intima, mentre quello di Vittorio Gassman avvenne in pompa magna, fra attori, politici, registi, presenzialisti e chi più ne ha più ne metta. Ma fondamentalmente l’opera parla di umanità, di quella che è la ‘procedura standard’ che si adotta quando, ahimè, si deve partecipare ad un funerale: si dicono sempre le stesse parole, si scrivono i medesimi necrologi, abbiamo paura di urtare la sensibilità dei familiari e finiamo per recitare tutti quanti una parte. Ed è così che invece una pacca sulla spalla, data all’improvviso, arriva come una cosa vera e sincera ed è il gesto che, in quel momento, avremmo realmente bisogno di sentire, più di tante parole e luoghi comuni.

Lo spettacolo è andato in scena per la prima volta a Roma nel 2010 e da allora avete fatto quasi 300 repliche. Ci sono spettatori che lo hanno visto quattro, cinque, sei volte. E’ indubbiamente un’opera che piace, al punto da vederla e rivederla.

Sì, il pubblico ha apprezzato l’intelligenza, l’ironia e la grande onestà e autenticità che abbiamo messo nel farla e realizzarla e di questo riconoscimento sono molto felice. E’ un piacere e un onore ogni volta salire su quel palco, che divido con lo spettatore-regista Paolo Giommarelli.

Accanto a tutti i lati positivi, è mai stato un peso per lei essere doppio figlio d’arte?

Certamente. Di lati negativi ce ne sono un’infinità anzi, forse principalmente quelli. Ho avuto due padri grandissimi, che oltre al fatto di essere padri appunto, erano uomini di spettacolo e dunque molto interessati alla carriera. I figli non erano una priorità per loro, quanto piuttosto un corollario. Io ho deciso di fare questo mestiere a distanza di anni, quando entrambi ci avevano lasciato. Ho fatto un mio percorso individuale che inizialmente non prevedeva affatto la recitazione e tutto ciò che ruotava attorno ad essa, avevo accuratamente scartato l’ipotesi di potermi inguaiare in un mestiere come questo, che ritenevo ‘poco sano’ per gli esseri umani (ride). La vecchiaia poi, che fa diventare o più saggi o più scellerati, mi ha fatto cambiare strada.

Lo spettacolo ‘Mumble Mumble’ nasce quasi per caso. Com’è andata?

Mi avevano offerto la chance di fare una serata in un teatro del nord Italia e mi chiesero di raccontare qualcosa di mio, di personale. E così, come in tutti i parti autoriali, è inevitabilmente uscito fuori quello che stava nascosto dentro e che spesso è un qualcosa di irrisolto; senti come il bisogno, l’urgenza di espellere quello che tieni dentro di te. Nasce così Mumble Mumble, ovvero confessioni personali molto intime e private.

Oltre alla tournée di Mumble Mumble, ha altri progetti futuri?

Riprenderò una brillante commedia francese che si chiama ‘Le nostre donne’ di Eric Assous, con Edoardo Siravo. E poi ho in cantiere altri progetti che per scaramanzia non voglio né posso ancora rivelare.

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