La candidata al Premio Strega Teresa Ciabatti si racconta a Lettera22. La mia vita? Come le montagne russe

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VIAREGGIO – (di Stefania Bernacchia) Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni e non trovo pace. Voglio scoprire perché sono questo tipo di adulto, deve esserci un’origine, ricordo, collego. Deve essere successo qualcosa. E’ forse questo uno dei passi più esemplificativi de ‘La più amata’, il romanzo edito Mondadori candidato al Premio Strega 2017, che l’autrice definisce una vera e propria liberazione. Chi è dunque realmente Teresa Ciabatti? La incontriamo in un soleggiato pomeriggio di metà aprile a Lettera22, il caffè letterario di Viareggio che è solito proporre iniziative di questo genere e che per l’occasione è stracolmo di gente. A moderare dell’incontro la giornalista de Il Tirreno Cristina Bulgheri.

Ci avviciniamo alla scrittrice in punta dei piedi, in fondo è cosa ormai nota il suo definirsi scontrosa e poco simpatica, quindi siamo pronti a tutto. Con nostra grande sorpresa invece ci troviamo di fronte ad una ragazza solare ed eloquente, disposta ad ascoltare le nostre domande e per niente restia a darci delle risposte, peraltro esaustive, sul romanzo in questione e sulla sua vita. Ma la cosa che più ci sorprende, è la sua autoironia. Chi è autoironico, si sa, ha alla base una discreta dose di intelligenza, poiché ha già compiuto quel percorso circolare che parte dalla conoscenza e consapevolezza di sé, per passare poi alla sua accettazione e arrivare infine ad una cosciente auto-critica di quelli che sono i difetti e le mancanze della propria persona. Diciamo che per essere autoironici la conoscenza di sé è ad un livello talmente alto che non ha bisogno di niente e di nessuno per restare in piedi. Ecco, Teresa Ciabatti è un po’ così. Spiazzante nel raccontare una situazione familiare complicata, una vita che lei ha vissuto in prima persona e che fino a poco tempo fa la teneva prigioniera in un’età che non era la sua. D’un tratto però, proprio grazie alla stesura di questo libro, la catarsi. Teresa abbandona le vesti di bambina e in un breve lasso di tempo attraversa tutte le età che stanno in mezzo, per arrivare a quella attuale, all’età adulta, della consapevolezza e della maturità. Adesso parla come se fosse sempre stata grande, e anzi sembra aver fatto un percorso interiore che le persone comuni fanno in tarda età, quando si lasciano andare a considerazioni personali che dimostrano una piena conoscenza degli errori fatti, del perché e del come si siano comportate in un certo qual modo. La nostra scrittrice, con una calma e una pacatezza di chi ha davvero capito molte cose della propria vita, ci narra in terza persona di una bambina stronza e viziata, che ha fatto cose orribili e ha avuto atteggiamenti riprovevoli, e tutto questo perché ogni sua azione, bella o brutta che fosse, non aveva conseguenze. E se le azioni che facciamo non hanno mai conseguenze, nel bene o nel male, non impariamo a vivere, perché viene a mancare proprio l’esperienza della vita stessa.

Il romanzo narra le vicende realmente vissute dalla protagonista-autrice, che dopo un’infanzia felice e lussuosa vissuta in una mega villa con piscina, con un padre potente e autorevole, primario all’ospedale di Orbetello e una madre coraggiosa e anticonformista, deve suo malgrado affrontare il crollo di tutti i beni e di tutte le certezze, trasferirsi a Roma in un modesto appartamento, assistere alla separazione dei genitori ma soprattutto al passaggio dall’ essere la ‘figlia del Professore’ a diventare una ragazza qualunque. Tutte queste vicende più o meno dolorose e traumatiche, hanno un minimo comun denominatore, ossia la domanda ‘cosa è successo alla nostra famiglia? Chi era veramente mio padre?’ E a mano a mano che l’autrice si pone questi quesiti, indagando, chiedendo, osservando, verificando al punto da farli diventare una vera e propria ossessione, più gli stessi quesiti diventano privi di valore, insignificanti. Sì, perché Teresa ad un certo punto capisce che non le importa più conoscere i misteri del suo passato, che non ha più significato dare delle risposte a domande antiche, che riflettono un tempo che fu, un tempo in cui lei era una principessa e papà Lorenzo il suo Re. Che la sua infanzia è stata davvero una bella infanzia, che la felicità che provava era autentica. Sapere questo, oggi, le basta. E a chiusura del cerchio arriva proprio la piena consapevolezza di chi era, di chi è Teresa Ciabatti. Non è stato facile accettare un passato scomodo, non lo è ammetterlo, né tantomeno metterlo nero su bianco alla mercè di tutti. Ma lei lo ha fatto, come cura, come terapia per un male ossessivo che le impediva di crescere, di andare avanti. Un’ introspezione così profonda risulta essere davvero inusuale per una ragazza di quarantaquattro anni, non a caso il suo romanzo, definito un’autofiction, ben si pone sulla scena dell’editoria contemporanea: una storia originale che prende tutto, ma proprio tutto, dalla realtà vissuta.

 

Ascoltate il saluto di Teresa Ciabatti a TGregione.it:

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