Il Tribunale civile di Firenze ha respinto la richiesta di risarcimento avanzata dagli eredi di un uomo di Montelupo Fiorentino deportato dai nazisti nel 1944 nel campo di concentramento di Mauthausen e successivamente trasferito in alcuni sottocampi di lavoro forzato in Austria. Una vicenda segnata dalle conseguenze della deportazione, che portarono l’uomo, una volta rientrato in Italia, a trascorrere oltre vent’anni ricoverato nell’ospedale psichiatrico di San Salvi, dove morì nel 1976.
La decisione del Tribunale, riportata dal quotidiano Il Tirreno, non mette in discussione la ricostruzione dei fatti storici né la deportazione subita dalla vittima. Nella sentenza si riconosce infatti che, sulla base della documentazione prodotta dagli eredi, risultano accertati l’arresto, la deportazione e l’internamento nei campi di concentramento nazisti.
Il nodo della vicenda riguarda invece la qualificazione giuridica dei fatti e i termini di prescrizione del diritto al risarcimento. Secondo il Tribunale, il caso può essere ricondotto, sotto il profilo penale, al reato di riduzione in schiavitù, in relazione al lavoro coatto imposto durante la prigionia. Per questa fattispecie, però, il diritto al risarcimento sarebbe ormai prescritto.
Nella sentenza si evidenzia che il termine di prescrizione è decorso nel marzo 2019, calcolato a partire dalla pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione del marzo 2004, che aveva riconosciuto la possibilità per i giudici italiani di pronunciarsi sulle richieste di risarcimento nei confronti della Germania per i crimini commessi durante il periodo nazista. Gli eredi hanno invece presentato il ricorso nel 2024, quando, secondo il Tribunale, il termine era ormai scaduto.
L’uomo era stato arrestato nella notte tra il 7 e l’8 marzo 1944 durante un rastrellamento nazifascista nella sua abitazione di Montelupo Fiorentino, dove viveva con la moglie e i quattro figli. Deportato prima a Mauthausen e poi nei campi di lavoro in Austria, riuscì a fare ritorno in Italia al termine della guerra.
Le conseguenze psicologiche della prigionia segnarono profondamente il resto della sua vita. Dopo aver perso il precedente impiego come rappresentante, trovò lavoro in una vetreria della zona, ma il trauma vissuto durante la deportazione portò, nel 1953, al ricovero nell’ospedale psichiatrico di San Salvi a Firenze. Vi rimase fino alla morte, avvenuta il 17 maggio 1976.



