Donne scomparse: “Prigioniere e maltrattate”. Depositate le motivazioni, si avvicina l’appello

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VIAREGGIO – ( di Letizia Tassinari ) – A distanza di due mesi dall’ultima udienza del processo sul giallo delle donne scomaparse, che ha visto la Corte d’Assise condannare Massimo Remorini a 30 anni per la morte di Velia Carmazzi e sua madre Maddalena Semeraro, le due donne scomparse nell’agosto del 2010 dal campo degli orrrori di Torre del Lago, oltre alla pena di 8 anni per i reati finanziari, e a 16 la sua complice Maria Casentini ( leggi anche l’articolo della diretta processuale Donne scomparse: Remorini condannato a 30 anni), oggi, in tribunale a Lucca sono state depositate le motivazioni della sentenza e la difesa dei due imputati, avvocato Massimo Landi e Eriberto Rosso, si appresta a presentare ricorso in Appello, con la collaborazione del professor Sergio Novani, docente di filosofia del diritto processuale all’università svizzera di Chiasso e redattore della rivista internazionale di teoria dell’argomentazione.

Il Collegio, si legge nell’atto, che a stralci riportiamo, ha ritenuto che il dibattimento abbia provato la penale responsabilità degli imputati, sia per i maltrattamenti che, delitto assai più grave, l’omicidio e per la truffa: Il 22 settembre 2010,  Eleonora Biagini – assistente sociale in Viareggio – riceveva una telefonata dal parroco di Torre del Lago, il quale la invitava a mettersi in contatto con Rita Carrai per avere informazioni in ordine alle due donne, fino ad alcuni mesi prima assistite dalla Misericordia di Viareggio e non più comparse. La Biagini, così facendo, veniva a sapere che le due – rispettivamente madre e figlia – vivevano da qualche tempo in una roulotte a Torre del Lago. Stupita della circostanza, la stessa svolgeva allora ulteriori indagini e, in particolare, contattava i medici di base dì queste donne (Lenzi e Simonini), i quali le riferivano di non vederle almeno dal febbraio 2010 e di aver rilasciato le varie prescrizioni. nel corso dei mesi, ad una terza persona non meglio identificata. Sempre più insospettita, la Biagini sporgeva quindi denuncia ai Carabinieri. Le indagini subito avviate permettevano innanzitutto di accertare che la circostanza inizialmente riferita dalla Carrai rispondeva al vero, atteso che la Semeraro e la Carmazzi avevano in effetti vissuto, fino a poco tempo prima, in un campo situato a Torre del Lago in via dei Lecci, all’interno dei quale non vi erano costruzioni, ma soltanto roulottes e baracche, oltre a svariati rifiuti. Le stesse, però, ormai non abitavano più lì, ed era sconosciuto ogni nuovo recapito. Di particolare rilievo risultavano poi le parole del figlio della Carmazzi (e nipote della Semeraro), Paolini David, anch’egli stabilmente dimorante in una delle strutture precarie site nel campo. Proprio lui riferiva genericamente che mamma e nonna erano state di recente ricoverate, e che ciò lo aveva appreso da Massimo Remorini Massimo, detto “lo zio”, che gestiva l’attività del campo medesimo e si occupava dell’intera famiglia del ragazzo. Diversa, invece, risultava la versione fornita da quest’uomo – e poi sempre ribadita -, in forza della quale la Carmazzi si era volontariamente allontanata dal campo verso la metà di agosto 2010 e, circa un mese più tardi, era tornata a prendere la madre, senza più dare – le due – notizie di sé. Ogni ricerca delle donne risulterà vana, né i loro corpi saranno mai ritrovati. Ciononostante,  la Corte ha ritenuto che l’ampia istruttoria dibattimentale abbia consentito di ricostruire quanto accaduto nel campo di via dei Lecci nell’estate 2010 e, a monte, per quali ragioni le due donne – unitamente al Paolini – fossero finite a vivere in penose condizioni. Maddalena  Maddalena era una anziana vedova, ipertesa, gravata da un serio scompenso cardiaco e già sottoposta ad intervento di bypass, così l’ha descritta il medico di base, dottor Simonini. La figlia Velia era casalinga, anch’essa vedova, poi unitasi in seconde nozze con Francesco Marchetti, soggetto litigioso e violento dal quale si era separata (con addebito) nel 2004 ed aveva poi divorziato nel 2009. La donna godeva nel complesso di buona salute (moderata ipertensione ed occasionale assunzione di ansiolitici, come da deposizione del medico Lenzi), ma risultava sentimentalmente “immatura*’, nel senso che era solita innamorarsi con molta facilità («Come un’adolescente», testimonio’ la figlia Sabrina). Da ultimo, il figlio David, classe 1988, già definito a nove anni come portatore di handicap per ritardo cognitivo di modesto grado, che iscritto nell’elenco degli invalidi civili dal 21 febbraio 2012, è assistito da un amministratore di sostegno dal gennaio 2013, come da provvedimento del Giudice tutelare . Questa, dunque, è la famiglia Semeraro/Carmazzi: una donna anziana e malata; un’altra più giovane ma sola, reduce da incontri infelici e desiderosa – troppo desiderosa – di incontrare un nuovo amore; un giovane del tutto incapace di provvedere a sé stesso e facile preda di truffatori. Una famiglia, però, proprietaria di due appartamenti, oltre che titolare (la Semeraro) di un trattamento pensionistico (prima nell’ordine di circa 500 euro mensili, poi – marzo 2007 – aumentata a 900-1.000 euro) e di risparmi investiti in titoli di Stato, per circa 40 mila euro. Orbene, in questo nucleo, negli anni 2003-2004, si era inserita la figura di Remorini Massimo, cugino del primo marito della Carmazzi (da qui, lo “zio”), il quale aveva ben presto preso nelle proprie mani l’intera gestione familiare, a muover dagli aspetti economici. In particolare, l’istruttoria ha pacificamente provato che l’imputato – titolare soltanto di un conto corrente postale – nel marzo 2006 aveva ricevuto dalla Semeraro una delega ad operare sul conto della stessa presso la Cassa di Risparmio di Firenze, agenzia di Viareggio,  delega che il Remorini aveva ampiamente utilizzato, fino alla revoca nel novembre 2007, con un elevatissimo numero di operazioni sottrattive. Ancora, chiuso questo ed accesone un altro, sempre a nome della Semeraro, presso l’Unicredit di Viareggio (n. 41358522), Remorini aveva avuto l’immediata disponibilità della relativa carta bancomat, servendosene per eseguire moltissimi prelievi e pagamenti.  Remorini aveva abitualmente operato anche su un conto corrente Unicredit intestato a Paolini David (n. 40956641), così come – previa nuova delega – su un altro, acceso presso la stessa banca ed intestato alla Edil Ma.Re. di Paolini David, società fatta aprire da Remorini nel 2006, dallo stesso interamente gestita (“Ma. Re.” come Massimo Remorini) ed alla quale era intestato il contratto di locazione del campo di via dei Lecci; anche in questo caso le movimentazioni erano state assai numerose  e, per la quasi totalità, effettuate dal Remorini. “Zio” che aveva preso il Paolini a lavorare con sé, prima presso un campeggio, poi al campo, quindi alla Edil Ma.Re. infine al chiosco di bevande gestito dalla “Da bosco e da riviera s.n.c.” di Spazzaforno Donatella (moglie dell’imputato) e Remorini Silvia (figlia); lavoretti di semplice manovalanza, per lo più di pulizia, traslochi e piccola muratura, gli unici alla portata del ragazzo, che Remorini compensava con poche decine di euro alla settimana. E con buona pace dell’affermazione, resa dallo stesso, per cui il vero dominusis della Edil Ma.Re. era, in realtà, proprio il Paolini, addirittura da lui definito come un «imprenditore» La Carmazzi si era presto invaghita – anzi, innamorata – di Remorini, e lo andava ripetendo spesso. Una donna innamorata e, quindi, ancor più indifesa. E in un contesto di rapporti siffatti, con l’imputato che aveva assunto l’intero controllo della famiglia Semeraro/Carmazzi, a partire dal 2006 l’anziana, la figlia ed i nipoti avevano venduto tutti gli appartamenti di loro proprietà. Per la Corte è stata pienamente provata la condotta di maltrattamenti a danno di entrambe le donne; lasciate sole per ore ogni giorno, prive di acqua (o quantomeno, con acqua carente), prive di servizi igienici, in condizioni ambientali che – eufemisticamente – si possono definire degradate. Il campo di via dei Lecci era chiuso da un cancello, a sua volta serrato con un lucchetto; di questo, una chiave l’aveva Remorini, l’altra Tureddi, una terza Paolini. Il cancello, su ordine di Remorini, doveva esser sempre chiuso, quando qualcuno andava via, e nessuno poteva accedere al campo senza autorizzazione dell’imputato medesimo. Di fatto, una prigione per le due donne. Nessun testimone ha mai dichiarato di aver visto la Carmazzi uscire e rientrare al campo, magari con pacchi di alimentari; nessuno l’ha mai vista prendere da sola una macchina, o salirvi, oppure un motorino od una bicicletta; nessuno l’ha mai vista fare una passeggiata a piedi all’esterno del recinto. Men che meno, ovviamente, la madre. Da qui, i cancelli chiusi, i lucchetti, i teli oscuranti, l’ordine di non far entrare nessuno. Le due donne, quindi, erano segregate, prigioniere in un campo dal quale non potevano uscire. Poi Maddalena Semeraro e la figlia Velia Claudia sono morte nel campo di via dei Lecci, a Viareggio, tra l’agosto ed il settembre 2010; prima l’una, poi l’altra. In merito al racconto di David che ha sempre raccontato di aver visto la mamma come morta, scrive la Corte che non è affatto sorprendente che il ragazzo, trovata la donna in quelle condizioni, non avesse chiamato un’ambulanza, o il 113, ma soltanto – e subito – il Remorini; questi costituiva l’unico punto di riferimento per David, al quale egli si era affidato per qualsiasi aspetto della propria vita, fosse questo economico, lavorativo o pratico. Per qualsiasi cosa, «ci pensava lui»; al punto che, rassicurato, il ragazzo aveva subito lasciato il campo, e lì la madre, convinto che, comunque, Massimo sarebbe arrivato dopo poco a risolvere la questione. Ma che fine hanno fatto Velia e Maddalena? A questo punto della vicenda irrompono le dichiarazioni del coimputato Tureddi Francesco. Questi è un uomo nato nel 1954, pluripregiudicato (come il Remorini), più volte detenuto, già con problemi psichici, privo di stabile lavoro, privo di stabile dimora, privo di famiglia; in sintesi, uno sbandato. Un altro soggetto, peraltro, che orbitava interamente nell’ entourage del Remorini, il quale gli affidava lavoretti di varia manovalanza (muratura, pulizie, traslochi, sgomberi), remunerandolo con qualche decina di euro; un altro soggetto, ancora, la cui vita ruotava del tutto intorno al coimputato, con il quale – unitamente alla Casentini – si incontrava già di buon mattino per fare colazione, per poi passare insieme la gran parte della giornata. Un altro soggetto, infine, di cui si serviva il Remorini per i suoi interessi, ad esempio intestandogli il contratto di locazione relativo ad un terreno sito in Pian di Mommio, dove verranno portati molti mobili provenienti dalle case oggetto delle vendite per cui è processo, e soprattutto quelli della Villa di cui si dirà oltre.Tureddi si recava al campo quotidianamente, vedeva sempre la Semeraro, la Camiazzi e David, con il quale svolgeva anche qualche lavoretto. Secondo la Corte l’imputato ha reso dichiarazioni di primaria importanza in ordine alla sorte delle due donne; parole che, debitamente riscontrate, confermano l’ipotesi accusatoria a carico del Remorini e della Casentini. In particolare, lo stesso ha riferito che un pomeriggio, al campo, aveva visto il Remorini mestare all’interno di un bidone di ferro rosso, dal quale uscivano fiamme alte; «ricordo che il signor Remorini mi disse: “Lo sai chi c’è qua dentro?”, ed io sinceramente, così, non so nemmeno io il perché, però così dissi: “La mamma di David”, e lui mi fece: “Sì” Cecchino Tureddi, per la Corte, è  emerso come soggetto attendibile. E creduto. E la Corte, al riguardo, ritiene che l’istruttoria abbia consegnato un compendio indiziario dei tutto chiaro, preciso e concordante, che consente di superare con ragionevole sicurezza anche il mancato ritrovamento dei corpi delle due donne. Morte le due donne, Remorini ne ha quindi sottratto e distrutto i cadaveri, baciandoli in quel fusto rosso più volte citato in dibattimento; di seguito, ne ha disperso i poveri resti, verosimilmente gettandoli in cassonetti o luoghi simili.

Il legale di Massimo Remorini, l’avvocato Massimo Landi, contattato telefonicamente dalla redazione di www.tgregione.it, si è riservato ogni commento all’esito della lettura della sentenza.

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