“Prima di iniziare i piagnistei sulle botteghe che chiudono per lasciare lo spazio alle grandi griffe o che ci riempiate il cellulare di video e podcast dove frignate sulla tradizione perduta o da mantenere contro i cattivi imprenditori che vengono a depredarci, voi classe politica cosa avete fatto per aiutare le imprese commerciali, i pubblici esercizi e le botteghe, ad avere una tutela come impresa storica? Niente. Tant’è che l’albo non lo avete neanche istituito e avete avuto 9 mesi di tempo. Quindi questo slogan della tradizione, serve soltanto a carpire i voti degli elettori”.
Paola Dori torna a parlare ‘dell’affare tradizione’ a Forte dei Marmi e lo fa parlando partendo dalla delibera di giunta dello scorso 25 giugno quando sono stati introdotti nuovi criteri premiali per le gare della Bolkestein del 2027 a favore degli stabilimenti con almeno 50 anni di storia che si impegneranno a mantenere direttamente la gestione per l’intera durata della nuova concessione, senza cederla.
“Nella delibera – spiega Dori – si specifica che varrà come criterio premiale per le concessioni balneari che vanno a gara il valore identitario comprovato dalla presenza storica e gestionale di almeno 50 anni, in relazione ai requisiti previsti dal decreto legislativo numero 219 del 2024. Criteri che si considerano inerenti e conferenti alle finalità dell’ente comune indipendentemente dall’ammissibilità dell’iscrizione all’albo. Ma che albo è non è specificato”.
L’albo a cui si riferisce, spiega Dori “è l’albo nazionale delle attività commerciali, delle botteghe artigiane e degli esercizi pubblici tipizzati sotto il profilo storico-culturale e commerciale”.
“Non c’entra niente la Camera di Commercio, questo albo è stato istituito con un decreto legislativo di fine 2025, ma il decreto attuativo è di gennaio 2026, – precisa Dori – e questo decreto dice che i comuni hanno tempo fino al 7 ottobre 2026 per istituire il loro albo comunale delle attività commerciali, delle botteghe artigiane e degli esercizi pubblici che hanno 50 anni di attività. Il comune di Forte dei Marmi ci tiene talmente tanto alla tradizione e alla storicità del suo territorio che non ha un albo comunale delle botteghe storiche o delle attività commerciali storiche. Non ce l’ha”.
Molti comuni italiani non hanno un albo sulle attività commerciali storiche. Dori poi spiega che il comune fortemarmino avrebbe dovuto aderire con una delibera di giunta all’albo, convocare l’ufficio Suap e la commissione competente approntando un regolamento comunale dove si definivano le modalità con cui gli esercenti commerciali potevano presentare la domanda di riconoscimento e portare successivamente il regolamento in consiglio comunale per essere approvato. Quindi fare l’avviso sul portale del Comune per consentire alle attività di presentare domanda che sarebbero poi state inviate al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ente centrale responsabile dell’istituzione e della gestione dell’aggiornamento dell’albo nazionale delle attività storiche. Un fatto che le avrebbe “tutelate”.
“Il legislatore – osserva Dori – prevede la possibilità di tutelare queste imprese. E nonostante l’inerzia del comune, un’impresa che ritiene di avere questi requisiti, cioè di avere 50 anni di attività storica nello stesso genere merceologico, può fare richiesta. Per farlo deve inviare una richiesta alla loro Camera di Commercio per richiedere la visura camerale storica da cui viene attestata la continuità dell’attività per 50 anni. La continuità non viene interrotta da mutamenti nella forma giuridica, da impresa individuale a società di persone o di società di capitali. Non interrompono la continuità i cambi di titolarità all’interno dello stesso nucleo familiare. Il secondo passaggio è fare una relazione storica corredata con fotografie, vecchie licenze commerciali, atti notarili di subingresso che attestino per 50 anni il legame di quell’azienda con il territorio e che ne attesti la storicità. Poi relazione tecnica quindi inviare direttamente la visura storica camerale al Ministero che a sua volta manderà una pec al Comune indicando che l’azienda ha chiesto di essere iscritta d’ufficio al registro all’albo nazionale delle imprese storiche col comune che avrà un tempo per rispondere se ci sono cause ostative di origine urbanistico o di pubblica sicurezza o qualsiasi altra problematica legata a quei locali dal punto di vista comunale. Quindi, dopo aver incrociato i dati procede all’iscrizione diretta nell’albo”.
“Se portate a casa una iscrizione nell’albo delle imprese storiche – continua Dori – quel criterio di merito vi verrà insindacabilmente riconosciuto. Poi se il proprietario delle mura, dove si svolge un’attività commerciale storica, iscritta nell’albo nazionale delle imprese storiche, vuole vendere l’immobile, oppure al termine del 6+6 affittare ad un altro conduttore, innanzitutto deve notificare a voi, impresa commerciale storica, che intende cedere l’immobile, oppure che intende affittarlo. E lo può affittare solo a chi esercita la stessa attività nello stesso settore merceologico. In caso di vendita, deve offrirla prima al conduttore, la vendita, oppure chiedere al vecchio conduttore sempre se iscritto all’albo, se vuole rinnovare il contratto per altri 6+6 a determinati prezzi e condizioni nuove. Il diritto di prelazione e non è poco”.
Quindi Dori conclude attaccando la ‘questione tradizione’ e i politici che ne parlano. “È una propaganda vuota – sentenzia Dori – perché concretamente questa classe politica non ha fatto assolutamente niente. Invece di fare i video sulla spiaggia, sulla tradizione, contro i cattivi imprenditori o intervistare sempre il testimonial che piange sul latte versato, ma versato dagli altri, non da lui, sappiate che potete azionare questa iscrizione d’ufficio all’albo nazionale delle imprese storiche e nessuno ve lo dice”.



