Enzo e la sua avventura:”Quella volta che marcai Maradona”

Giorgio Enzo, aggregato di sudore e fatica, un gladiatore nella vita e sul campo. Dopo aver subito un trapianto e vinto la partita più importante della sua vita, all’età di 57 anni l’ex-calciatore e nonno modello, vive a Lamporecchio, sulle colline del San Baronto, con la sua splendida famiglia.

Per me è una sorta di rifugio, una bella comunità, tranquilla e socialmente aperta. E’ il luogo dove mia moglie è cresciuta e dove mi sono innamorato di lei.”

 

Com’è nata la passione per questo folgorante sport? 

“È iniziato tutto come qualsiasi bambino che si cimenta nel calcio. Giocavo nel cortile di casa. Abitavo a Maccarese, un borghetto romano, un luogo semplice come del resto lo era la mia vita da ragazzo. Ricordo ancora il mio primo pallone, in questi anni esistevano ancora i venditori ambulanti e comprai con le poche lire che avevo in tasca questo pallone di cuoio: ad ora potrebbe sembrare uno scherzo, all’epoca era tutto. Non sono mai stato un bravo scolaro, andavo a scuola solo per poter giocare con i miei amici durante le pause e dopo la fine delle lezioni. La mia vita è cambiata di punto in bianco quando avevo circa 14 anni. Da lì in poi ho giocato a calcio fino all’età di 33 anni. Ho smesso di giocare a causa del deterioramento della cartilagine di un ginocchio. Era sempre gonfio e non mi consentiva di allenarmi regolarmente”.

Che ruolo avevi e soprattutto cosa pensi del mutamento del calcio italiano negli ultimi anni? Pensi che sia ancora possibile giocare di sola passione o tutto sta diventando un business? 

Ero un mediano con le caratteristiche di Ringhio Gattuso, mi definisco un centrocampista ignorante e fisico. Posso sembrare timido e introverso, ma il campo mi ha sempre acceso. Sono sempre stato un giocatore modello di quelli che rigano dritti e vedono in questo lavoro un vero e proprio mestiere, senza troppe distrazioni. Sono stato fortunato nel mio piccolo. Ho vissuto il calcio vero  di sentimento, quando ancora non era stato inghiottito dal mondo del denaro senza freni. Era all’inizio del deterioramento  ma sono riuscivo a vivere una realtà pura, dove le cose si risolvevano sul campo. Era un calcio diverso, più fisico magari di meno spettacolo, in cui ti facevano marcare i numeri 10. Ho avuto la fortuna e l’onore di poter marcare gente del calibro di Maradona, Platini, Rumenigge, Van Basten.”

Quali sono state le tue sensazioni quando hai scoperto di dover marcare il Pipe de Oro?

Ricordo ancora quel giorno come fosse ieri. Quando l’allenatore mi guardó e mi disse “Enzo oggi marchi Maradona”,con una naturalezza disarmante, guardai gli occhi al cielo e mi accorsi di avere già la maglietta tutta sudata. L’emozione è indescrivibile, quanto è indelebile il ricordo di quella partita. Quando ti comunicano che dovrai entrare in campo al fianco del Dio del cacio non puoi che sentirti in capo al mondo.”

Ho tanta nostalgia di quel calcio, non è solo un modo di dire che il calcio di una volta era più bello. Era più naturale, più vero. Oggi noto che conta più l’immagine, il nostro era un calcio più genuino senza ombra di dubbio.

Ripercorriamo un po’ la tua carriera, prima di arrivare al campionato di serie A quali sono state le tappe fondamentali del tuo percorso? 

Diciamo che ho fatto salti di categoria quasi ogni anno tra serie B e A, tra cui Lecce, Atalanta, Torino, Ascoli e Taranto, ma il mio cuore rimarrà sempre a Lecce. All’inizio non volevo nemmeno andarci; quando metti radici e pensi al futuro e ti comunicano che dovrai andare a vivere a km di distanza da ciò che ti tiene legato  non è una scelta semplice. Lì ho trovato la passione vera del cacio, la voglia di vincere e di giocare. Non fraintendetemi, sono stato bene in tutte le piazze, ma Lecce mi è rimasta nel cuore. Eravamo venerati dalla popolazione. I tifosi ci seguivano e ci facevano sentire a casa, e tutt’oggi mi accolgono come non fossero ancora quei giorni. Lì ho giocato sei anni, 4 di Serie b e due di Serie A. Ho vinto due campionati di B. Erano gli anni in cui in squadra non avevamo stranieri, poi nel 1985 arrivano Barbas e Pasculli”.

La tua storia però ha avuto uno scorcio alquanto complesso e oscuro dal quale però ne sei uscito più forte di prima. Il trapianto al fegato ha segnato la tua carriera e la tua vita, come hai scoperto la malattia?

Verso fine carriera ho iniziato ad avere dei problemi al fegato ma non mi sono fermato. Con il tempo, però la situazione è peggiorata e a quel punto i medici, presso cui ero in cura, mi hanno consigliato l’ospedale di Pisa per una valutazione. Qui mi hanno detto che, prima o poi, avrei dovuto subire un trapianto di fegato. Ricordo che quel giorno, di ritorno da lavoro, il 30 ottobre del 2012, era halloween e pensai fosse un dolcetto scherzetto. Ero in entrato da poco in lista d’attesa quando arrivó la telefonata del chirurgo. C’era un fegato compatibile per me e mi invitò a recarmi a Pisa entro un paio di ore. Arrivato in ospedale, il personale medico e infermieristico mi accolse con la solita gentilezza, mi preparano per l’intervento durato 15 ore. Dopo 16 giorni, trascorsi tra rianimazione e degenza, faccio rientro a casa. Ero molto preoccupato perché temevo che mi sarebbe cambiata la vita. Io sono una persona attiva, vivo in campagna, curo la terra, gli ulivi, faccio tutto da solo e pensavo che non avrei più condotto una vita normale”.

 

Dopo aver superato diverse difficoltà, Giorgio Enzo riprende lentamente a condurre una vita normale e con il tempo riprende addirittura le scarpette che aveva appeso al chiodo e scende nuovamente in campo: “Tre mesi dopo il trapianto, ricevo un messaggio dalla Nazionale di calcio trapiantati. Succede mentre ero all’Ospedale di Pisa. Un ragazzo trapiantato, che ora non c’è più, girava per le stanze per darci morale, faceva un po’ da animatore. Mi disse dell’esistenza di questa nazionale e dopo sei mesi dal trapianto faccio l’esordio come giocatore. Ho deciso di smettere per colpa del solito ginocchio all’alba dei 56 anni. Ora fungo da allenatore, il nostro compito è andare in giro a sensibilizzare, facciamo vedere che nonostante abbiamo subito un trapianto possiamo vivere una vita normale. Cerchiamo di essere da modelli per quelli che devono ancora affrontare questo cammino”.

Oggi Giorgio Enzo conduce una vita serena, nella tranquillità della campagna toscana, e ci assicura che non gli manca il calcio di oggi: “Faccio il nonno, curo l’orto, il giardino, gli ulivi, ho moglie, due figli, due nipoti,tra poco il terzo e il mio amatissimo cane. Faccio quello che mi piace. Non ho mai ambito a fare l’allenatore, anche se mio figlio me l’ha sempre rimproverato. Ho fatto l’osservatore, lavorato per il calcio ma mai come allenatore. Sono stato un buon giocatore, ma non riuscirei a trasmetterlo. Per fare l’allenatore bisogna essere portati, ci vuole un’applicazione continua, un allenatore deve combattere con tante teste diverse, con caratteri diversi, la società, i giornalisti e poi avrei trascurato gli affetti. Ci vuole più passione che stare in campo. È più facile dare che insegnare a dare. Adesso per me la famiglia viene prima del calcio e sono felice così.”

di Laura Maccioni