“Ero più innamorato dell’America che del sogno di fare il regista”

NEW YORK – ( di Eleonora Pieroni ) – È una splendida giornata di primavera a New York, e per la prima volta nella mia terrazza fiorita tra una tazza di tè e un momento di break, l’ospite d’onore per la mia rubrica è Antonio Monda, Direttore Artistico della Festa Internazionale del Cinema di Roma.
Tra i tulipani e i gelsomini ci sembra per un attimo di essere in una terrazza tutta italiana, non siamo né a Roma né a Capri dove Antonio conduce “Le conversazioni”, ma in cambio abbiamo gli scorci dei grattacieli e i clacson della grande mela che fanno da cornice ai nostri racconti di vita.
Antonio Monda insegna cinema alla New York University, scrive su Repubblica, ha prodotto documentari, organizza festival letterari e di cinema sia in Italia che a New York, ha pubblicato saggi e romanzi e per ultimo “L’Indegno” (Mondadori) che ha riscosso grande successo.
Ho avuto il piacere di incontrare Antonio a Roma alla Festa internazionale del cinema, come spettatrice durante la sua intervista a Jude Law, poi ad un paio di incontri a New York. Di recente è diventato famoso in Italia anche per i famosi pranzi della domenica a casa sua, frequentatati da “giganti” americani come Philip Roth, Martin Scorsese, Meryl Streep, il rapper Jovanotti, e oggi in pieno pomeriggio tra un meeting di lavoro e le lezioni all’università, Antonio si rilassa al sole e mi racconta la sua avventura in America.
I suoi occhi trasmettono gioia, la sua voce rivela commozione, nell’aria respiro la gratitudine di Antonio per questo paese, e in me tanta ispirazione e speranza da conservare.

Da cosa nasce il sogno americano?
Tutto ebbe inizio quando mia madre nel 1979 mi regalò per la maturità un viaggio in California a San Matteo vicino San Francisco, che però deluse le mie aspettative, e poi gli ultimi giorni del viaggio a New York per la prima volta.
Arrivai a New York in un pomeriggio di ottobre verso le 18.00, il momento della giornata chiamata dagli americani ‘the magic hour’, e nella tratta dall’aereoporto al centro della città, il tassista vedendo il mio stupore mi disse “welcome to the heart of the world!” e proprio in quel momento concretizzai che ero arrivato nella città più meravigliosa del mondo, che da lì non me ne sarei più andato!
Mi trasferii qui definitivamente a 32 anni dopo lunghi andirivieni tra Italia e America.

Cosa devono avere i giovani per fare un passo importante come quello di trasferirsi in un’altra nazione?
Devi avere quello che gli ebrei chiamano “chuptzaah”, cioè la “cazzimma” detto in napoletano, ossia la forza, la guida, il “drive”!
Come sai, l’America non ti permette di rallentare, se ti fermi gli altri vanno avanti, quindi non puoi neanche rallentare, ma se hai questa forza è il posto più bello del mondo, ogni giorno è un’ispirazione continua.

Qual è stato il tuo primo obiettivo per venire in America?
Arrivai con l’obiettivo di diventare regista, ma in realtà ero più innamorato di questa città che dell’idea di fare il regista! Ho fatto tante altre cose, ed ho percorso una strada in salita, vado a Los Angeles due volte l’anno per i miei impegni, ho scritto romanzi, devo dire che mi sento molto realizzato e felice!

Ha influito la tua parte creativa, quella qualità di italiano intellettuale per condurti dove sei arrivato ora?
Certamente questa è una città stimolante, e se una persona ha delle qualità, è possibile che la città aiuti a far crescere i tuoi frutti. Non si può generalizzare dicendo che l’italiano ce la fa perché è creativo, è artista, ma non è un caso che molti degli italiani venuti qui hanno ottenuto successo…. significa che qui il terreno è più fertile!

Vedi Antonio, durante le brevi occasioni nelle quali ci siamo incontrati, ho notato in te una forte verve, carisma, umiltà e tanta ambizione. E qui arrivo alla mia domanda… I personaggi dei tuoi libri sono caratterizzati da una forte ambizione, possiamo quindi ritrovare parte della tua vera ambizione in loro?
Antonio mi ringrazia, sorride e dopo un attimo di pausa risponde.
I miei personaggi riflettono la mia ambizione ma non solo, c’è anche illusione e disillusione in cui mi riconosco il fatto che non sempre si riesce a fare quello che si vuole, ma certamente quasi tutti i personaggi hanno un “drive”, cioè quella forza di guidare la propria vita, di cui parlavo prima.

E qui giungo alla domanda per me più interessante.
Antonio, dal momento che per te la famiglia è molto importante così come il Credo cristiano, come si riesce a combinare l’ambizione personale con i valori della cristianità?
Non si può servire Dio e allo stesso tempo Mammona (il Dio del potere, del denaro) e certamente non è questa la mia ambizione.
Si riesce a combinare sbagliando tante volte! Il mio motto è quello di Samuel Beckett che diceva “prova di nuovo, sbaglia di nuovo, sbaglia meglio”!
Per me la famiglia e il ‘Credo’ sono la mia linfa, e ritengo che avere ambizione ed essere ancorati ai valori comporta delle scelte morali, può essere un po’ più sacrificante ma poi alla fine si ottengono le cose con più soddisfazione.
Le scorciatoie e il successo facile alla lunga si sgretolano.

Sono d’accordo con te che l’ambizione tenga conto di una forte considerazione di se stessi, di un forte ego, e l’America è un paese che mette in risalto più che mai la competizione e quindi l’ambizione, per ciò per chi come noi possiede questi solidi valori cristiani è ancora più difficile combinare i due poli.
Veniamo al tuo ultimo libro ‘L’Indegno’.

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