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Espulsioni accelerate, ma in Toscana mancano i CPR

La nuova circolare del Ministero dell’Interno accelera i rimpatri dei migranti violenti e rafforza il ruolo dei CPR. In Toscana però i centri non esistono: una scelta politica che divide e rende la direttiva difficile da applicare.

La linea del Viminale è tracciata e non ammette ambiguità: espulsioni più rapide per i migranti irregolari responsabili di comportamenti violenti e permanenza obbligata nei Centri di permanenza per il rimpatrio fino al rientro nel Paese d’origine. La circolare del 20 gennaio 2026, indirizzata a prefetti e questori, punta a rafforzare la sicurezza pubblica e a impedire che soggetti ritenuti pericolosi possano tornare in libertà.
Ma c’è una regione dove questa strategia rischia di restare sulla carta: la Toscana. Qui, infatti, non esiste alcun CPR. Un vuoto strutturale che riaccende uno scontro politico mai sopito e che oggi assume un peso ancora maggiore alla luce delle nuove direttive ministeriali.

Una scelta politica che dura da anni
La Toscana è l’unica grande regione italiana priva di un Centro di permanenza per il rimpatrio. Non per mancanza di aree o immobili idonei, ma per una decisione politica precisa. La giunta regionale guidata da Eugenio Giani, sostenuta dal Partito Democratico e dalle forze di centrosinistra, ha sempre respinto l’ipotesi di ospitare un CPR sul territorio.
La posizione è coerente e rivendicata: il modello di riferimento è quello dell’accoglienza diffusa, con piccoli numeri e inserimento nel tessuto sociale, in contrapposizione a strutture considerate di tipo detentivo. I CPR, secondo questa visione, sarebbero luoghi che comprimono i diritti delle persone e producono risultati limitati in termini di rimpatri, a fronte di costi sociali elevati.
Negli anni, ogni proposta avanzata dal Governo – da aree industriali dismesse a ex caserme – si è scontrata con il muro della Regione, che ha sempre ribadito il proprio “no”.

Le accuse dell’opposizione di centro-destra: “Territorio scoperto”
Di segno opposto la lettura del centrodestra. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia parlano di una scelta ideologica che avrebbe effetti concreti sulla sicurezza. Secondo l’opposizione, l’assenza di un CPR in Toscana rende più difficile il lavoro delle forze dell’ordine e rallenta, se non blocca, le procedure di espulsione.
Il problema è pratico: quando un migrante irregolare e violento viene fermato a Firenze, Prato o Pisa, la polizia è costretta a trasferirlo in strutture di altre regioni, spesso a centinaia di chilometri di distanza. Un impiego di uomini e mezzi che sottrae risorse al controllo del territorio.
Non solo. I CPR fuori regione sono frequentemente saturi e, in mancanza di posti disponibili, la procedura può arenarsi. In questi casi, denunciano le opposizioni, al fermato viene consegnato un semplice ordine di allontanamento, con il rischio concreto che resti libero di circolare.

Il paradosso toscano alla prova della stretta
Con la nuova circolare del Viminale, il “caso Toscana” appare ancora più evidente. La procedura prevista dalla legge si inceppa proprio nel passaggio centrale: il trattenimento. Senza un CPR regionale, ogni espulsione diventa una corsa contro il tempo per trovare un posto letto altrove. Se questo non avviene entro le scadenze previste, l’intero impianto cade.
Il risultato è un corto circuito tra indirizzo nazionale e realtà territoriale, che rischia di vanificare l’obiettivo dichiarato di garantire maggiore sicurezza.

Uno scontro destinato a riaprirsi
Mentre il Governo insiste sulla necessità di rendere effettivi i rimpatri e rafforzare il sistema dei CPR, la Toscana resta l’ultimo fronte di una resistenza politica che considera questi centri una risposta sbagliata. Ma l’aumento della pressione migratoria e i recenti episodi di cronaca riportano il tema al centro del dibattito.
La sicurezza, soprattutto nelle aree urbane, si candida a diventare uno dei terreni di scontro principali in vista delle prossime scadenze elettorali. Per ora, però, la stretta del Viminale si scontra con una realtà regionale dove il meccanismo dei rimpatri resta, di fatto, incompleto.


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