Sono 364 le imprese di commercio al dettaglio scomparse dalla provincia di Grosseto in sei anni. Dal 2019 al 2025 la rete delle attività di vicinato è passata da 3.350 a 2.986 esercizi, con una riduzione del 10,9%. Un dato, elaborato da Confesercenti Grosseto, comunque migliore rispetto alla media toscana (-14,7%) e nazionale (-13,4 %), ma che mostra comunque una progressiva contrazione della rete commerciale.
Nel capoluogo la diminuzione è stata più contenuta: le imprese sono passate da 1.130 a 1.034, con 96 attività in meno e una riduzione dell’8,5%. Delle 364 attività perse complessivamente, 268 si trovavano fuori dal capoluogo, quasi tre quarti del totale. È soprattutto nei piccoli e medi comuni dell’entroterra quindi che la riduzione della rete commerciale assume quindi dimensioni più rilevanti. Confesercenti stima in circa 54,6 milioni di euro la spesa potenzialmente non più intercettata dalla rete economica locale e dirottata verso l’online. Nel solo Comune di Grosseto la stima è di circa 14,4 milioni, mentre circa 40,2 milioni considerando il resto della provincia.
Secondo lo studio, per ogni 100 euro spesi nella rete commerciale fisica circa 70 rimangono sul territorio attraverso occupazione, redditi d’impresa, affitti, servizi, manutenzioni e fiscalità. Quando la spesa si trasferisce invece verso i grandi marketplace internazionali, una quota analoga tende a uscire dall’economia locale.
“Questi numeri – commenta il presidente provinciale di Confesercenti Grosseto, Massimiliano Mei – ci dicono due cose. La prima è che il nostro territorio sta dimostrando una capacità di resistenza superiore rispetto a molte altre realtà, ma soprattutto nelle mete turistiche e nei confini urbani, non è altrettanto nei piccoli e medi comuni del nostro entroterra maremmano. La seconda, però, è che non possiamo considerarci al riparo dalla desertificazione commerciale: perdere 364 attività in sei anni significa vedere progressivamente ridursi quella rete diffusa di imprese che garantisce servizi, presidio e vitalità ai nostri centri urbani, ai paesi e alle frazioni”.
Un altro elemento emerge dai dati sull’occupazione. Gli addetti al commercio in provincia sono passati da 7.202 nel 2019 a 6.959 nel 2025, con una diminuzione complessiva del 3,4%. Se i lavoratori dipendenti sono infatti aumentati di 324 unità, da 3.614 a 3.938, gli indipendenti sono diminuiti di 567 unità, passando da 3.588 a 3.021.
Un andamento che, secondo Confesercenti, riflette anche il maggiore peso della grande distribuzione: crescono le strutture che assumono, mentre diminuiscono i piccoli esercizi a conduzione familiare. “Il problema non è soltanto quanti posti di lavoro rimangono nel settore – prosegue Mei – ma come cambia la struttura del commercio. Stiamo assistendo contemporaneamente a una rarefazione della rete e a una maggiore concentrazione: meno imprese e meno imprenditori indipendenti, mentre cresce il peso occupazionale delle attività che restano. Il rischio è perdere quella capillarità che rappresenta uno dei valori fondamentali del commercio di prossimità, inoltre la crescita dell’online non mette in crisi esclusivamente il piccolo commercio, ma tutto il commercio fisico, quindi con una potenziale futura riduzione dell’occupazione nel settore”.
Il valore della rete commerciale, sottolinea il rapporto, non si esaurisce infatti nel fatturato: “Nei piccoli centri la chiusura di un’attività può significare molto più della perdita di un negozio – conclude Mei –. Può voler dire perdere un servizio essenziale e un luogo di relazione. Per questo riteniamo che la rigenerazione urbana e commerciale debba diventare una vera politica pubblica”.
È in questo contesto che Confesercenti porta avanti la raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare ‘Misure per la rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di prossimità’ il cui obiettivo è introdurre strumenti per contrastare la desertificazione e favorire il ritorno di imprese e servizi nei centri urbani. La campagna nazionale ha raccolto quasi 40mila firme.



