“Il mestiere dell’attore è l’unico che ti permette di indagare davvero su te stesso”: l’attore Marco Brinzi si racconta

(di Bianca Leonardi) – Gentile, educato, bello e talentuoso: è Marco Brinzi, lucchese classe 1982, ma ormai famoso in tutto lo stivale per la sua carriere da attore.
Artista poliedrico ed eclettico, con un sorriso contagioso e una punta di timidezza che lo rendo autentico: così si presenta il Lucchese dell’Anno 2017 fuggito dalla piccola provincia alla tenera età di 20 anni per inseguire il suo vero sogno: la recitazione.
Brinzi approda al Piccolo, punto di partenza per i suoi innumerevoli successi, dove si diploma del 2005 a fianco del Maestro Luca Ronconi, per poi arrivare al debutto nel 2009 con Cavalleria Rusticana, primo piccolo grande mattoncino di un percorso importante.

Numerose le sue apparizioni anche nel cinema tra cui quella nel 2007 in “Peopling The Palace” diretto da Peter Greenaway, nel 2014 ha recitato in “Confusi e felici” di Massimiliano Bruno e nel 2016 nel cast di “Una questione privata” dei fratelli Taviani. Lo abbiamo visto anche sul grande schermo l’anno passato nel cast del film “Il testimone invisibile” diretto da Stefano Mordini a fianco di Riccardo Scamarcio, Miriam Leone e Fabrizio Bentivoglio.

Infine, indimenticabile l’apparizione in TV nel 2014 con la serie “1992” prodotta da Sky Cinema per la regia di Giuseppe Gagliardi.
Successi dopo successi, quelli del lucchese Marco Brinzi che però non ha mai abbandonato il suo primo amore: il teatro. E’ infatti tornato a Lucca nel 2018 con un progetto nuovo e totalmente personale che si intitola “Autobiografia di un picchiatore fascista” edito da Minimum Fax.

Adesso è in tournèè con uno spettacolo pulp, sullo stile tarantiniano e dal titolo “La Tragedia del Vendicatore” di Thomas Miller per la regia di Declan Donnellan. Inoltre imperdibile l’ultimo appuntamento con il monologo, di cui è anche autore, “Autobiografia di un picchiatore fascista” di Giulio Salierno domenica 27 gennaio 2019 al Teatro Quarticciolo a Roma in occasione della Giornata Mondiale della Memoria.

Ho avuto la possibilità e la fortuna di poterne parlare direttamente con lui che mi ha accompagnato in un viaggio bellissimo: dall’inizio del sogno di un adolescente confuso, ai primi timidi successi fino alla consapevolezza di che posto avere nel mondo.

Quando hai deciso di intraprendere la carriera di attore, facendo della tua passione la tua professione?
È successo quando ero un adolescente. Dopo le scuole superiori, a Lucca, decisi di iscrivermi a filosofia ma subito capii che per essere felice dovevo seguire la mia vera passione: la recitazione. Tentai così la strada del “Piccolo” al Milano dove fui preso e ne fui fin da subito molto felice visto che il teatro dava la possibilità agli allievi di partecipare alle produzioni. Mi trovai infatti immediatamente a lavorare a fianco di Luca Ronconi con il quale sono rimasto per altri due anni anche dopo gli studi.
Ho avuto, grazie al “Piccolo”, la fortuna di lavorare a fianco di grandi professionisti che mi hanno regalato molto tra cui Lev Dodin, Philippe Adrien, Massimo Castri, Federico Tiezzi, Serena Senigallia e molti altri.

Perché sei rimasto affascinato dal teatro?
Il teatro mi ha affascinato per il suo modo di comunicare e la sua grande forza evocativa facendomi vincere così il mio senso di inadeguatezza sociale. Il teatro è uno stile di vita, una vocazione che ti fortifica. Il teatro è il luogo dell’attore dove ogni sera è unica e diversa, dove si lavora con il presente e con il pubblico.

Quanto è difficile scegliere questo mestiere in una provincia come Lucca?
È difficilissimo, forse impossibile. Io infatti per inseguire il mio sogno ho dovuto abbandonare la mia città e vivere a Milano dal 2002 fino al 2009. Dopodiché mi sono trasferito in Emilia Romagna per due anni e infine sono tornato a Lucca ma solo quando avevo già avviato il mio lavoro. Ho scelto comunque la mia città come base.

La tua famiglia ha sempre appoggiato la tua scelta?
Inizialmente no, non è stato facile. La professione dell’attore, come in generale tutte quelle inerenti al mondo dell’arte, difficilmente vengono prese sul serio. I miei genitori, che erano totalmente allo scuro di questo mondo perché in famiglia mai nessuno prima si era affacciato alla recitazione, nutrivano molti dubbi inizialmente ma poi tutto è andato per il meglio. Quando hanno visto che facevo le cose sul serio e che mi impegnavo duramente per realizzare il mio sogno hanno creduto in me.
Ancora oggi per loro, molte volte, è difficile capire la mia vita, per esempio non concepiscono il fatto che non abbia una quotidianità fatta di regole ed orari ma nonostante questo sono fieri e orgogliosi di me, anzi, mio padre è diventato ormai il primo critico a cui mi affido dopo uno spettacolo!

Cosa provi ogni volta che sali sul palcoscenico?
Ogni volta sono emozionato a prescindere dalla situazione in cui sono, a prescindere dal teatro in cui mi trovo e dal numero di persone che mi sta osservando. Ogni volta provo nostalgia per quello che sto facendo, perché istantaneo, ogni parola e ogni gesto che compio sul palco non resterà dopo la fine dello spettacolo perché il teatro è un’arte effimera. In ogni caso cerco di pensarci il meno possibile e vivere il momento.

Cosa succede quando un attore, te nello specifico, sale sul palco? I personaggi che devi interpretare si impossessano di te o sei tu ad avere tutte quelle sfaccettature che ti permettono di rendere giustizia al personaggio?
Dentro di me c’è ogni cosa: c’è il male, c’è la violenza, c’è l’invidia, ma la cosa veramente bella di fare l’attore è proprio che ti permette di tirare fuori ogni cosa di te in modo sano. Io sul palco posso essere un paziente psichiatrico, come un assassino. Il mestiere dell’attore è interessante proprio perché è un lavoro che ti permette di indagare su te stesso. Proprio attraverso i personaggi più lontani da me riesco a conoscermi tirando fuori qualcosa che so c’è ma che nella vita vera non esce.

Hai mai avuto momenti di sconforto in cui hai pensato di mollare tutto?
In realtà ho sempre lavorato con continuità ma, inaspettatamente, quest’anno sono andato in crisi chiedendomi davvero che tipo di attore voglio essere. Ogni giorno sempre di più vorrei alzare l’asticella delle mie ambizioni avendo la consapevolezza di cosa voglio fare davvero.

Ti sei mai trovato in situazioni in cui ti veniva chiesto di scendere a compromessi?
In realtà no anche se una volta mi capitò di avere una buonissima offerta da un regista ma, nonostante mi potesse interessare parecchio, rifiutai immediatamente perché sapevo che avevo una persona davanti che non mi piaceva e che non rispecchiava i miei valori e con il quale quindi sarebbe stato difficile lavorare. È importante piacersi umanamente, per esempio nella compagnia del Piccolo di adesso c’è un clima idilliaco e questo vale tantissimo anche nella riuscita dello spettacolo.

Ti sei cimentato anche nelle vesti di autore teatrale con il tuo primo spettacolo “Autobiografia di un picchiatore fascista”:
In questo momento della mia vita ho sentito il bisogno di compiere un lavoro diverso, un lavoro autoriale appunto e di mettere in scena una cosa mia. Ho scelto di indagare e di provare a capire come mai c’è un ritorno dell’ideologia neofascista in Italia e sono partito da un testo di Giulio Salierno.
“Autobiografia di un picchiatore fascista”, edito da Minimum Fax, nasce infatti dalla spinta a riflettere sul neofascismo ed è quindi una scelta civile per me, in quanto il neofascismo è anticostituzionale.
Andrà in scena domenica 27 gennaio, per l’ultima volta, al Teatro Quarticciolo di Roma dove sarà presente anche la sorella del protagonista e questo mi rende davvero felice ed orgoglioso del lavoro che ho fatto.

La soddisfazione più grande che hai provato?
Mi è successo quando ero sul palco: lo spettacolo raccontava di un paziente psichiatrico del carcere di Volterra, Oreste Nannetti, e un infermiere che lo aveva conosciuto davvero ed era a vedere lo spettacolo, una volta finito, mi disse testuali parole: “hai restituito la vita e le emozioni di quella persona”. È stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita.
Allo stesso tempo il monologo (Autobiografia di un picchiatore fascista) mi ha dato la possibilità di mettermi alla prova davvero e mi ha dato tanta soddisfazione perché attraverso questo spettacolo sono riuscito a veicolare un contenuto, che non è tanto politico ma piuttosto umano, in quanto l’estremismo, che si tratti di politica o religione, fa sempre danni.

Progetti futuri e sogni nel cassetto:
Sto cercando di dedicarmi di più sul versante cinema, ho già fatto qualcosa ma in questo momento della mia vita mi sta prendendo di più in quanto mi metterei alla prova con uno stile di recitazione meno esplicito e più sottile rispetto al teatro.

Cosa consiglieresti a un giovane che si affaccia a questo mondo?
Consiglierei sicuramente di non farsi abbagliare da cose che sembrano subito facili. Ognuno ha il suo percorso ma nel momento che trovi qualcosa che ti arricchisce davvero lo senti. Non ci deve essere la fretta di arrivare subito perché oggi come oggi tutti possiamo essere tutto e questo genera una comune “ansia da prestazione” che ti fa perdere l’obiettivo. Questo mestiere va fatto per comunicare qualcosa, non per farsi vedere.

Un animo sensibile quello di Marco Brinzi che, attraverso le sue parole e la luce nei suoi occhi, ci contagia con la sua passione e la sua dedizione in un magico mondo fatto di verità e finzione, dove il confine è labile ma dove non perdi mai te stesso.