Instagram e i segreti per diventare un photoreporter, raccontati da Francesco Pistilli

(Di Beatrice Taccini) Giunge al termine l’edizione 2018 del Photolux e a chiuderla sarà Francesco Pistilli, uno dei giovani vincitori del world press photo, con la sua serie di fotografie “Live Limbo”, testimonianza fatta immagine di un’indagine che il photoreporter ha svolto e documentato con le sue fotografie, dopo aver visto e vissuto il drammatico Limbo in cui erano imprigionati migliaia di immigranti alle porte dell’Europa, dietro la gelida stazione di Belgrado.

Il lavoro di Francesco Pistilli oggi è incentrato sul reportage di storie sociali, politica, ambiente e viaggi e immigrazione, dopo aver vissuto e fotografato in tutto il mondo, i suoi lavori sono stati distribuiti e pubblicati sulle più importanti testate nazionali e internazionali come TIME, New York Times, the BBC, l’Espresso, Internazionale, Wired, Vanity Fair e moltissime altre.

Quest’edizione del Photolux si è chiusa con un workshop che Pistilli ha tenuto a Lucca per spiegare ai giovani aspiranti fotografi l’importanza del visual storytelling attraverso i social, in particolare Instagram.

Tu fai il fotografo nell’era in cui non si comunica più con la parola ma con l’immagine e racconti storie, attraverso la fotografia. Da dove si parte per intraprendere questa professione? Tu come hai iniziato?

Io ho iniziato all’università. Le foto le faccio da quando ho 11 anni. Le prime macchinette le ho comprate a quell’età, erano a pellicola. Poi ho fatto foto stupide per anni. All’università ho studiato cinema ma non è servita a molto. Ho lavorato nel mondo del Video, in team. Ma poi mi sono allontanato volevo lavorare da solo. Ho fatto due corsi in America Latina e poi è iniziato tutto. Ho cominciato a capire come funzionava il mercato. Ho passato anni a investire i miei soldi per fare storie da vendere dopo. Però ho venduto quasi tutto quello che ho prodotto. Ora faccio questo lavoro da quasi 10 anni e lo faccio in modo diverso, molti lavori sono commissionati, non mi lamento.

Adesso sei un photoreporter, come abbiamo detto racconti storie con le fotografie, i video, comunque attraverso l’immagine, dove le vai a cercare queste storie? Quali sono le storie che vale la pena raccontare oggi?

Dipende. Penso che uno debba specializzarsi su argomenti specifici. Scavarci dentro per un po’. Uno dei percorsi più classici è cercare una storia e scavare. Io ho iniziato dalle Primavere Arabe e sono arrivato all’ immigrazione. È necessario trovare un territorio di indagine e scavare lì. Io ho viaggiato un po’ dappertutto, l’immigrazione è uno dei temi per me più ricorrente. Ci sono moltissimi temi e ognuno deve capire per cosa è portato. Sei portato per braking news fai quello, io l’ho fatto ma è un sistema troppo veloce per me, le agenzie solitamente arrivano prima. La notizia più generica deve prendere un tono estetico diverso per farsi notare.

Sei stato tra i vincitori del world press photo, con la tua serie di fotografie intitolate “Live Limbo”. Sei stato a Belgrado, per capire cosa stava succedendo a un gruppo di immigrati in attesa. Eri sul posto, ad aspettare con loro, a vivere il Limbo. Come hai scelto cosa raccontare, di tutta quell’esperienza? Cosa hai voluto trasmettere con le foto che hai selezionato per “Live Limbo”? 

 Volevo che la gente sapesse cosa succedeva fuori dai confini Europei. C’era il gelo, erano -22° e c’erano 1200 persone dimenticate sia dall’Europa che dalla Serbia. Era un freddo estremo, io avevo lavorato in America del Sud quindi non avevo mai affrontato quel problema, semmai quello opposto, quello del troppo caldo. In Serbia c’era il ghiaccio e migliaia di persone che non avevano niente per difendersi. Io ho scoperto questa storia perché una mia collega ha twittato riguardo a questa situazione in Serbia, quasi nessuno sapeva che dietro la stazione di Belgrado c’erano 1200 persone in attesa. Erano stati dimenticati. Allora sono partito. Al mio ritorno inizialmente non sono riuscito a pubblicare la storia. I risultati l’ho raccolti un anno dopo, quando le persone se n’erano già andate. Io comunque avevo raccontato una storia in profondità e l’avevo fatto grazie a contenuti di vario genere, sui social network. Magari all’inizio non ho guadagnato a livello economico ma ho raccontato una storia con un’onestà diversa da quella televisiva, da quella dei giornali, con un punto di vista personale. Poi ci sono state le pubblicazioni e i premi.  Le foto sono uscite sull’Espresso e poi Time ne ha inserita una tra le 100 foto dell’anno. E ora World Press Photo.

Oggi i social network sono praticamente un portfolio essenziale per chi come te fa questo lavoro. Soprattutto instagram, cosa bisogna sapere per utilizzare questa piattaforma in modo professionale? Quale tipo di contenuti si deve realizzare?

 La risposta è davvero ampia. Bisogna saperli usare. Bisogna sapere come i competitor di alto livello lavorano nel proprio campo. Se lavori nel fotogiornalismo devi avere un riferimento chiaro dei migliori account del tuo settore, devi leggere, fare workshop. Tenerti continuamente aggiornato. E soprattutto devi proporre contenuti di alta qualità. A me personalmente interessa come lavorano le riviste, le ONG, i colleghi, è necessario guardare come si pongono sulla rete. C’è il mondo dentro a instagram ormai.

Cosa consiglieresti a chi sogna di fare la tua professione?

Mettere i soldi da parte prima di iniziare a provarci. Non esiste più una gavetta pagate. Se vuoi accumulare un portfolio di storie lo devi fare molto spesso a spese tue. Il percorso può essere lunghissimo o brevissimo. Dipende dalle storie che racconti e da come le racconti. C’è molta competizione. Seguire la storia giusta al momento giusto. Le variabili sono infinite. La cosa principale è avere una copertura economica per fare le cose bene. Contatti con il tuo mercato. Soldi e tempo. E spalle coperte a livello di cultura visiva. Devi avere un background interessante per proporre cose interessanti.