Il mistero dell’Isola Prima, capitolo dodicesimo: “La danza della terra ”

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Capitolo dodicesimo
“ La danza della terra ”

– Giorno decimo nono, villaggio di Sindakè –

Alle prime luci dell’alba, Sindaké, si è svegliata. Ha trovato il messaggio di Duccio sul lato destro del suo cuscino fatto di foglie intrecciate, radici issiccate e barbe di tuberi, permeati, da un odore simile all’incenso. “Aibimbè schocotò”, << Amo tutto di te >>, le ha scritto Duccio, con un bastoncino intinto in una specie di catrame che i saggi dell’isola, utilizzano sovente per segnare i tronchi degli alberi pronti per essere denudati dei loro frutti. Lo ricavano pestando la corteccia resinosa di alberi magnifici, caratterizzati da chiome che si sviluppano in orizzontale, per braccia e braccia. Ancora intrecciata al sonno, mano nella mano con gli ultimi pensieri che l’avevano destata, Sindakè ha ruotato il corpo, poi ha appoggiato i piedi sul terreno ancora caldo, grazie al fuoco che nottetempo aveva riscaldato tutto quello che aveva a tiro. Appena sveglia non l’aveva notato, ma è bastato mezzo minuto per focalizzare fra le sue deliziosa dita dei piedi, minuscoli petali di fiori con il quale Duccio, nottetempo, si era divertito ad omaggiare la loro bellezza. Li ha tolti uno a uno, con infinita dedizione, e posati sul bordo del focolare. La giovane donna, si è scossa i capelli con vigore, e rimossi i sogni e i brutti pensieri, ha iniziato a pettinarsi. Quel rumore, che produce il pettine ricavato da ossa animali mentre sdradica nodi e separa capelli, è quanto di meglio le occorre per recuperare in pochi istanti la lucidità e la prontezza d ‘ intelletto. Si è vestita. Dopo essersi sistemata, ha preso una delle due ceste che tiene vicino alla scala per scendere a terra, dal piano rialzato della capanna. Si è recata al granaio. Il granaio del villaggio è una vera e propria opera di ingegneria. I componenti della ciurma, giorni addietro, quando i saggi del villaggio li avevano condotti a visitarlo, erano rimasti sbalorditi. Di forma ellittica, è custruito ai lati con pietre di enormi dimensioni, perfettamente squadrate. Alcuni degli anziani, con una discreta cultura nel costruire, avevano chiesto al capovillaggio, come avessero potuto estrarre, scolpire, e soprattutto posare pietre tanto gigantesche, lunghe anche 10 braccia, alte e larghe 4! La risposta di uno dei saggi fu, che “Non si erano serviti di nessuno strumento o metodo ingegnoso per lavorarle o trasportarle, ma solo della << Forza >> dell ‘ ingegno”. A tale risposta non ebbero coraggio di replicare, perchè nessuno di loro ne capì il senso. L’interno poi era un capolavoro ancor più magnifico dell ‘esterno. Vi erano disposte una serie di pietre, di altezza diversa, strette e larghe, collocate in verticale, che toccavano quasi il soffitto, alto circa una ventina di braccia. Ogni pollice quadrato della pietra che rivestiva l’interno era scolpito con frasi o disegni, parole o scene. La disposizione di ogni oggetto all’interno del granaio non era casuale. La pianta del granaio era la perfetta rappresentazione della mappa dei cieli. Ogni pietra rappresentava una diversa costellazione, pianeta, satellite ad esso correlato. Il soffitto era fatto anch ‘esso di pietre, piccole pietre quadrate della stessa dimensione, ma solo alcune erano perfettamente in linea con la volta, le altre uscivano verso il basso, per pochi o molti piedi. Il capitano, dopo aver parlato con il re Ibrai Iusu, aveva scoperto che quel popolo, senza mezzi per l’osservazione del cielo, astrolabi, cannocchiali, senza strumento alcuno, aveva per quel che ci stava capendo, rappresentato alla perfezione l’esatta collocazione delle varie stelle, e sostenevano, al contrario di quello che andava affermando il capitano, che fosse il sole ad essere immobile, e che la terra vi girasse attrorno compiendo una << Danza >> come la definì Ibrai, e la compiva ruotando su se stessa, “Avvolgendosi sul suo corpo di continuo”, per omaggiare la stella che alla terra regalava ogni giorno la vita. Gli fece vedere l’esatta collocazione di ognuno dei 12 pianeti di quello che definiva, la “Famiglia solare”. Il capitano di sottecchi, commentò con i suoi secondi che erano tutte follie! Ma non lo erano. Affatto.
A Sindakè, ci vollero circa 20 minuti per arrivare al deposito. Percorse una strada ai margini di alti e affusolati alberi dalle chiome scompigliate, poi attraversò un piccolo torrente, e camminò a fianco di un campo coltivato a tuberi. Un vento leggero, a tratti, si infilava sfrontato sotto le sue vesti, e le provocava piccoli brividi. Sciami di piccoli insetti la accompagnavano durante il tragitto, come nuvole nere, si facevano d ‘ improvviso più schiacciati e poi di nuovo in un batter di ciglio una macchia circolare, fino a sparire in tre, 4 direzioni, quando arrivava qualche predatore. Un uccello acquatico di rara bellezza, sembrava ammirasse Sindakè. La scrutava immobile, sotto un albero sottile, ai margini di un piccolo stagno. Aveva grandi ali bianche con la punta nera, un becco tinto di un rosso acceso, e occhi piccoli, gialli, uno sguardo inquietante. Appena la ragazza le passò vicino, il pennuto dispiegò le ali, emise un verso stridulo, attese che Sindakè lo avesse oltrepassato di una decina di braccia, e poi spiccò il volo. Arrivata al granaio, appoggiò la cesta sul lato destro dell’ingresso, prese alcuni oggetti al suo interno, e passò fra le pietre che la separavano dal suo centro. Il granaio era congeniato come un enorme mappa dei cieli. Occorreva saper leggere la disposizione dei vari monoliti a terra, e così pure, sapersi orientare sulle indicazioni delle pietre che dall’alto funzionavano a mo di “regoli”, che rappresentavano di volta in volta, il settore o spazio del cielo di questo o quel pianeta. La ragazza si inginocchiò dinanzi alla pietra che rappresentava la terra.

<< Con questi oggetti Dante, consacro il nostro amore, grazie a questi oggetti mio adorato, potremmo rimanere uniti in eterno, per merito loro, non potrai mai dimenticarmi, e non ti sentirai mai solo…. >>

Sindakè pregò per una decina di minuti, fino a che, gli oggetti che aveva sitemato alla base della pietra che rappresentava la terra…. sparirono, in un lampo di luce!

Una zona ai margini della città di Firenze,
prima campagna, 29 Luglio 1478.

Al centro del campo più inclinato, stava “appeso” al suo strumento di aratura un uomo sulla cinquantina. Corporatura media, calvo. Il sole nonostante fossero soltanto le sette e mezza di mattina, scaldava senza remore il contadino, che presosi un attimo di pausa, controllava la superficie che avrebbe dovuto dissodare durante la mattinata per essere in pari con i suoi programmi di lavoro. La luce, si rifletteva sulle aride zonne del campo, e moltiplicava la sua intensità. Si asciugò con la manica della camicia un piccolo rivolo di sudore sul retro del collo. Scacciò con la mano destra una mosca che da tempo gli volava attorno. Era già un’oretta che dissodava il terreno, e non era per niente piacevole sapere che non ci sarebbero state pause per almeno 5 ore. Fra i campi, volteggiavano nuvole di storni che si producevano in macchie ora circolari, ora appuntite, a tratti lineari. Poi rompevano le righe, e d ‘ improvviso formavano tre o quattro linee nel cielo che sembrava sottolineassero alcuni cirri. Ad est, un temporale. Nuvole dal colore cinereo, e a tratti nere come la pece, ogni tanto, si circondavano di luce, e pochi secondi dopo si sentiva in lontanza un boato. Un brontolio appena sussurrato, a volte più deciso. Intorno all’uomo il silenzio più assoluto, che a tratti veniva interrotto dallo stridere di qualche uccello di passaggio. Un corvo, stava impettito sul ramo più basso della quercia più antica e osservava l ‘ uomo. A tratti ruotava il collo nella direzione opposta, poi si ricomponeva. Quel giorno non si muoveva foglia, ma molto probabilmente, a breve, ci avrebbe pensato il temporale a rinfrescare, e sopratutto, ad ammorbidire la terra, fatta al momento di zolle dure da spezzare come tronchi di legno. Erano ormai trentaquattro giorni che non pioveva. Ogni tanto, qualche cipresso, dei tanti che stavano attorno ai campi a delimitare il confine con la strada per il paese, scuotevano un poco la testa, folate di vento in quota, che scompigliavano le loro chiome. Alcune papere, attraversarono la strada, poi con calma andarono ad abbeverarsi nel piccolo canale che la costeggiava. Una di loro, scendendo il piccolo declivio, cadde goffamente, rotolando per un paio di metri sull’erba. Don Gino, diede un rintocco secco di campana. Il suono fece scappare via il corvo, che planò adirato per alcuni istanti sul campo limitrofo, poi volò via. Mancava mezz’ora alle otto. Sebastiano, il nano che abitava con il prete e lo serviva, corse in fretta e in furia fuori dalla curia ed entrò in chiesa, forse era rimasto addormentato come al solito in sacrestia dalla notte prima. Sempre il solito motivo, un bell’assaggio al vino che regalavano a Don Gino. Lo diceva Sebastiano, “Inutile che lo nasconde, tanto piccolo come sono lo trovo ovunque”.
Una donna comparve sotto il porticato della sua abitazione. Era la moglie del contadino. Lui le fece un cenno, poi un altro, ma la compagna non lo vedeva. L’uomo si avvicinò di una decina di passi. Tentò di farla girare con un grido, ma era inutile perché ancora troppo lontana. Ella, prese a spazzare il selciato prospiciente l’abitazione con una scopa di saggina e con la stessa scopa cacciò via il cane che tentò di entrare in casa. Vide il marito che nel frattempo si era ulteriormente avvicinato e udì a malapena…
<< Dov’è quel fannullone, quel buono a nulla… >>
urlò l’uomo a sua moglie.
<< In camera, credo stia ancora dormendo… >>
<< Tiralo giù dal letto, per Dio…! >>
La donna lasciò la scopa sul margine destro dell’ ingresso, poi si pulì le mani sul fianco dall’ampia sottana di cotone grezzo ed entrò dopo aver battuto le scarpe sulla soglia in pietra forte. Il cane tentò invano di seguirla di nuovo. E di nuovo fu cacciato. Salì le scale in legno, lentamente, alcuni scalini non ammorzati a regola d’arte scricchiolarono sotto il suo peso. Aprì la seconda delle quattro porte che stavano sul ballatoio.
Ai margini della stanza, su di un letto in legno massello, stava coricato in posizione fetale un giovane di vent’ anni.
<< Sveglia fannullone… >> disse la giovane madre al figlio sorridendo.
<< Sono quasi le otto, se non vuoi sentir brontolare tutto il giorno tuo padre alzati e vai a dargli una mano… >>
Il giovane si coricò sul lato opposto e aprì leggermente la bocca. La donna accarezzò i margini del letto e sfiorò la spalla del ragazzo. Si sedette sul fianco del letto, scosse un poco il giovane che svegliatosi si voltò, e ancora assonnato guardò fuori della finestra. La madre si alzò e uscì lasciando socchiusa la porta.
<< Alzati… >> sussurrò di nuovo per metà fuori della stanza … << … Quante volte Duccio ti ho detto di non dormire con il cappello. Lascia in casa quello stupido berretto da marinaio e prendi quello di paglia altrimenti oggi morirai dal caldo! Hai capito Duccio… Duccio… >>

Nel mentre, tre sassi neri con una striscia bianca al centro, ai bordi dell’unico campo totalmente dissodato, ripetevano ad un pettirosso attonito, infinite volte “t’amo Sindakè…”.
“t’amo Sindakè…”
“t’amo Sindakè…”

“t’amo Sindakè…”

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