Il mistero dell’Isola Prima, capitolo IX: ” Il consiglio di Sindakè”

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CAPITOLO IX – Il consiglio di Sindakè –

– Giorno decimo quarto

Siamo rientrati al villaggio e secondo le tradizioni locali, Sindake è stata festeggiata per essere divenuta donna a tutti gli effetti. Quanta emozione. I parenti più stretti l’hanno vestita con splendidi abiti cerimoniali e l’hanno fatta mangiare e bere cibi e bevande in piatti o coppe finemente ornate con splendidi frutti. Si sono fatte danze, e banchetti, in onore all’amore ch’è stato. Che gioia sapere di avere una vita dinanzi per cogliere ogni espressione del suo volto, ogni movimento del suo corpo, ogni suo splendido sorriso. Ma il nostro destino è diverso. Mi rattrista pensare al futuro prossimo. Cosa ne sarà di noi? Io non posso rimanere, non oso chiedere al capitano quanti altri giorni ci rimangono prima della partenza. Per tutti i nembi del mare, che disdetta, me tapino! E se rimanessi… un’ipotesi alla quale ho pensato più volte, ma come faccio, così lontano dalla mia terra, dalla mia Firenze. Come potrei pensare di vivere senza mai più rivedere quelle splendide campagne, quegli adorabili anfratti di terra, quegli splendidi palazzi. Devo chiedere al padre di portarla con me… ma avevo parlato al mio amico Gabith di detta ipotesi, ed egli mi aveva risposto che nessun membro donna poteva abbandonare la terra in cui era nata. Solo gli uomini si possono allontanare per alcuni giorni per motivi di caccia o pesca. Cosa ne sarà di noi mi domando allora e del nostro straordinario amore. Destino infame. Adesso siamo in una capanna tutta nostra. Una costruzione di grande bellezza. Interamente costruita in legno, con un gran focolare al centro, rimane ad una trentina di passi dall’abitazione del capo villaggio, che poi sarebbe suo padre. Si compone di due piani, al piano terra, vi è un ambiente unico, che accoglie gli ospiti e nel quale si può mangiare. Ed un piano superiore, dove si dorme, coricati in bellissimi letti dalla struttura in scorza d’albero, riempiti di morbide foglie arrotolate. Domani devo trovare il coraggio di parlare con il capitano e sperare in buone notizie. Stella sta dormendo, dopo che i nostri corpi si sono di nuovo uniti come l’albatro e il cielo fanno dopo il temporale.

– Giorno decimo quinto –

Non ho avuto il coraggio di parlare con il capitano. Che vigliacco. Non trovo la forza. Se fosse domani la partenza, o dopodomani, o al più tardi fra un paio di giorni. Che cambierebbe. Oramai è tutto compromesso. Oggi Sindake ha notato la mia tristezza, l’ha colta in certe espressioni, in certi modi che ho di guardarla. Tento di mascherarla ma probabilmente non vi riesco fino in fondo, e traspare il mio stato d’animo. E’ solo una bambina ma è dotata di una grande intelligenza e di tanta cultura, tutta quella che un popolo così saggio è riuscito a trasmetterle. Non riesco a comunicare le mie preoccupazioni, che forse sono anche le sue, ma non ce la faccio. Attendo.

– Giorno decimo sesto –

Stamani mattina ho incontrato il Rigacci e il Bussano. Ero andato con Sindakè a fare una passeggiata nell’entroterra e li ho incontrati nell’intento di fare della legna per cucinare, da portare al villaggio. Mi ha mostrato le sette lacrime di Acriòn, il loro Dio maggiore. Esse sono sette magnifiche cascate d’acqua in sequenza, sempre più alte. La prima sarà non più di venti braccia, fino ad arrivare alla sesta e alla settima rispettivamente di almeno duecento e trecentocinquanta braccia. L’acqua al suolo delle ultime, si disgrega come vetro che si frantuma in un fragore impressionante. Tutto attorno i vari bacini di raccolta, vi è una coltre impenetrabile di vapore che lo sguardo da tanto ch’è densa non riesce ad attraversare. Una folta vegetazione ai loro lati, pare farne la guardia, come soldati sull ‘attenti. Una miriade di uccelli, si nutrono alle loro pendici. Una infinita varietà di colori caratterizza questo luogo incantato, arcobaleni in serie, che ve ne sono a decine fra gli spruzzi, i piumaggi variegati di pennuti da piccoli come il palmo di una mano e grandi quasi quanto un uomo coricato, le rocce sui pendii, a tratti marroni, a tratti rosse, nere o di un bianco splendente. Il tutto immerso in un fragore dirompente. Dinanzi al primo ufficiale e al marinaio scelto suo compagno, Sindake ci ha spiegato che secondo il suo popolo Acriòn, ha generato i salti d’acqua e tutti i laghi, gli stagni, i fiumi che abbiamo veduto, e ha permesso la separazione della terra al di sotto del suolo con strati composti dello stessa sostanza, per sottolineare la sua infinita importanza. L’acqua è l’elemento primo della vita. Ubriacato di sensazioni, di quei posti magnifici, ho perso la testa e non so come mi è uscita la domanda tanto odiata e temuta. Il Rigacci mi ha detto che probabilmente il giorno primo agosto, e quindi fra sette giorni, secondo quello che egli ha arguito dagli alti in grado dovremmo partire. Sette giorni. Non ho altro che sei notti da passare con Sindake. Questi giorni sono come le ultime monete pel mendicante che ha rinunziato d’improvviso ai propri averi.

– Giorno decimo settimo –

Ho confessato a Sindake il mio stato d’animo. Mi sento meglio. Nel primo pomeriggio siamo andati a fare un bagno in un bacino di rara bellezza. Un lago di piccole dimensioni popolato da uccelli magnifici e da piante d’insolito splendore. Assieme a noi, migliaia di pesci nuotavano in una danza ch’era tutta una curva sinuosa. Sotto di noi, lo strato d’acqua era permeabile e volendo saremmo potuti tornare nei giacigli sotterranei dai quali eravamo venuti. Abbiamo nutrito i nostri corpi di sensazioni irripetibili. Tutto il pomeriggio. Ci siamo sfamati di bacche e frutti di uno squisito sapore, simile alla nostra uva. E ci siamo amati, molte volte. Anche quando non lo facevamo. Sindake nel tardo pomeriggio, prima di rientrare al villaggio, mi ha suggerito un modo per mitigare il mio dolore, per avere un parere, un consiglio che potrebbe rendermi tutto più semplice. E’ usanza del suo popolo, chiedere aiuto al più saggio dei loro Dei, che abita nel ventre della montagna che abbiamo visitato con alcuni componenti della nave giorni addietro. Non abbiamo veduto il magnifico ingresso che rimane sul lato opposto, che invano abbiamo tentato di scalare. In esso, si cela lo spirito del saggio Ndembà, che mitiga le paure anche all’uomo più spaventato e suggerisce sempre la strada migliore da percorrere anche a colui che si é smarrito il complicato percorso della vita. M’illuminai di una luce chiamata speranza. Nell’istante esatto che provai detta sensazione, un grosso uccello dal becco adunco, con esili zampe, elegante postura, colorato di un giallo brillante, mi osservava come se avesse arguito la mia ritrovata ricchezza interiore.

– Giorno decimo settimo, notte. –

Non riesco a dormire… uno strazio. Nel petto ho un dolore indescrivibile, e così pure nel ventre, anzi, in esso è anche più forte. Come un serpente che mi divora le interiora. Ripenso ogni istante alle parole dei comandanti, e fra tutte, una parola mi frantuma il cuore, “partenza”. Cuore… se avrò ancora un cuore. È da un paio d’ore che sembra volermi fuggire dal petto! Non si placa, come un tamburo, e me lo sento in ogni dove nel corpo, sembra che si sia rotto in mille pezzi, ed ognuno di esso abbia preso a vibrare con forza smisurata. Nel collo, nello stomaco, nella testa… o Dio muoio! Non riesco a pensare ad altro. Oggi , non ho preso così male la notizia… ora che ci ripenso c’è una spiegazione razionale alla mia reazione. Eh si, oggi ho passato tutto il giorno con il mio angelo d’ebano, ed ubriaco dai vopori dell’amore più puro, incatenato alle sensazioni vissute, al piacere divino che ho pravato nel giacere con lei molte volte, il mio corpo non era in grado di percepire la realtà! L’amore fa di questi scherzi. Ed ora, a mente lucida penso… partire! Tornare a casa si, ma a che prezzo. Io voglio Sindakè al mio fianco in eterno, fino a che Dio lo vuole. Adesso, la osservo dormire, e non trovo posto nella mia mente ad altra cosa più bella del suo splendido corpo e più magnificente del suo essere. E se davvero il divino Ndembà, potesse aiutarmi? Nel momento esatto in cui Sindakè mi ha parlato di lui, mi sono illuminato interiormente di grande speranza. Ma ora, dopo che sono trascorse delle ore da quel momento, non nutro più la speranza che mi albergava nel petto. Come può una entità, anche se potente e saggia, trovare una soluzione ad una situazione tanto ingarbugliata? Lei che non può abbandonare il villaggio… io che non posso restare…. noi, che non ci possiamo amare. Eppure, se i saggi del villaggio mi hanno concesso l’amore di Sindakè, un motivo deve esserci. Potrei prima conferire con suo padre? No. Ora che rifletto, chi potrebbe avere tanto coraggio… con un suo consigliere…. beh, se Sindakè mi ha detto di chiedere opinione al divino Ndembà un motivo ci deve pur essere. Forse lui trova il modo di curare il male ad ogni essere umano. Che dolore insopportabile, alle membra intendo, mi duole ovunque, spasmi, come se mi afferrasse ogni parte del corpo uno spirito maligno. Dolce Sindakè, che dorme, nel nostro bel letto di foglie. Ho ancora il suo odore nel naso, ed il suo sapore nella bocca, no, non posso rinunciare a te, angelo mio, farò di tutto, di tutto per rimanerti a fianco, devo trovare una soluzione, come posso abbandonarti, fare a meno del suo sorriso, i suoi occhi, la sua bocca, dalla bellezza irreale. Il tuo cuore, che non si vede, ma che sento palpitare in preda a febbrili spostamenti prima e dopo l’amore. Non c’è parte del suo corpo che non mi faccia trasalire per prefezione e bellezza. Io t’amo sindakè, vorrei urlarlo nella tua lingua, qui, in questo istante, fino a spaccarmi i polmoni, ma per non nuocere al tuo sonno, lo scrivo su di una foglia e la appoggio accanto al tuo capo, un modo per dirti t’amo infinite volte mentre dormi. Non so come si scrive ma nella sua lingua si pronuncia: << Aibimbè schocotò >> e che non vuol dire ti amo, ma è un messaggio più intimo, è come se ci si rivolgesse all’anima della persona che si brama, significa all ‘incirca “Amo tutta te stessa”, o “Amo tutto di te”.

– Giorno decimo ottavo –
Eccomi, sveglio, di nuovo. E’ ancora notte fonda. Qui, non ci sono le campane ad avvisarti del giorno che sta per arrivare come nella mia Firenze. Dormire e sveglairsi al modo di questo popolo non è facile, occore farci l’abitudine. Sindakè sembra che abbia una campana dentro al corpo che la fa destare ogni volta alla prime luci dell’alba. Precisa, come la stagione delle piogge. Io se sono stranco, dormirei fino a chissà quando. Mentre dormiva, ho percorso con le mani e le labbra ogni anfratto del suo corpo, ogni lembo di pelle, ogni giaciglio di carne. Una emozione indescrivibile, forse maggiore di quando sulla nave a volte ho veduto per primo la terra ferma. Il suo respiro, il suo sesso dischiuso, il suo seno, che a seconda dei movimenti si affaccia timido al di fuori delle vesti. Ho deciso. Vado a chidere consiglio al divino Nnembà. E’ troppo il dolore, troppa la responsabilità di una decisione del genere. Stanotte mi è venuto in mente ogni genere di pensiero nefasto, irripetibile, indegno, come quello di scappare, nascondermi sulla nave qualche giorno nell’attesa di partire. Ma che… non mi do per vinto. Affronto la situazione da uomo. Ho i brividi a pensare cosa mi attende, dovrò sfidare da solo la montagna fumante. Orrore! Spero di non rimetterci le penne. E’ già stato incredibilmente complicato inerpicarsi sul versante che ritenevamo più semplice scalare, e sarò per giunta da solo. Ho riflettuto sulla possibilità di chiedere aiuto a qualcuno dei miei compagni, ma sarebbe nefasto, in fondo, nessuno di loro voglio che sappia dei miei affari, e dei problemi che vorrei risolvere rivolgendomi alla divinità. Devo avvisare Dante però, spero che non apra troppo la bocca a sproposito, ma devo avvisare qualcuno che mi assento per un paio di giorni, altrimenti rischio di provocare del sobbuglio. Almeno credo, non penso che nessuno non si accorga della mia assenza. Adesso, mi corico un poco, abbraccio un paio d’ore il mio amore, così trovo la forza per affrontare questa inpervia avventura.

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