Il mistero dell’Isola Prima, capitolo V: “L’approdo”

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CAPITOLO V
– L’approdo –

– III luglio –

Ci siamo accampati in una radura di rara bellezza. Il clima è buono, in cielo vi sono solo un paio di nuvole che annoiate, sembrano inseguirsi l’un l’altra. La temperatura mite. Dinanzi a noi vi è un lago di piccole dimensioni, mentre alle nostre spalle vi sono bellissimi alberi con un corpo di grandi dimensioni che all’altezza di un uomo si ripartisce in tre o quattro parti, per salire poi verso al cielo e terminare con foglie appuntite di enorme dimensione. Mi hanno detto producano un frutto giallo-verde succoso e nutriente. L’isola non è molto grande e al massimo nella giornata di domani dovremmo poter passare alla successiva. Fra i miei compagni ho udito che i capitani sarebbero già sulla strada dei prodigiosi bulbi. Chissà che non siano solo voci incontrollate. In effetti, è strano che abbiano scelto proprio questo lembo di terra fra tutte quelle che abbiamo veduto al nostro arrivo. Praticamente le varie isole sono quasi tutte sulla stessa linea di navigazione. Io avrei scelto la più grande, anche perché attratto da quell’orme montagna che vorrei tanto esplorare. Nel lago vi sono piante di grande dimensione con fiori bianchi al centro di rara bellezza. Hanno foglie verde chiaro e radici che galleggiano. La sponda è caratterizzata da rocce lisce come la lama di una spada e le acque sono di un chiarore inimmaginabile. Sembra un grande occhio azzurro che osserva il cielo. Timidi, taluni uccelli disturbati dalla nostra presenza beccano un poco d’acqua e volano via veloci, a volte circospetti ci osservano. Hanno il corpo bianco e grigio, ali candide come la neve e becchi adunchi di un rosa tenue. Dietro di noi, alberi di un’altezza smisurata, caratterizzati da fusti esili, si spingono verso il cielo, ad altezze incredibili. Al di sotto delle loro chiome, si trovano noci di enormi dimensioni che mi dicono siano praticamente indistruttibili. Lorenzo, marinaio in prima, mi ha detto che dentro di esse, se rotte, si trova un liquido dolcissimo. Anche il loro guscio nell’interno è commestibile e per giunta squisito.

– IV luglio –

Le voci che circolavano ieri pomeriggio erano vere. I capitani, il comante, gli ufficiali e le alte gerarchie tutte, compresi i cinque anziani, sapevano a colpo sicuro dove dirigersi. In serata abbiamo raccolto un centinaio di radici da strane piante di forma circolare. Queste, non più alte di un paio di braccia, sono un insieme costipato di foglie verdissime. I tuberi, si estraggono da sotto lo strato primo del terreno. Questi si presentano come delle piccole verghe di color marrone nella parte superiore, che poi sfuma in un viola acceso. Hanno delle lunghe appendici, finissime, con le quali il dottore di bordo mi ha detto recuperano l’acqua negli strati più profondi della terra. Ogni pianta ne sviluppa due, una grande e una piccola. A noi hanno detto di cogliere le piccole. Ci hanno vietato di ingerirne anche la minima parte, nonostante al suo interno si trovi acqua in abbondanza e il suo sapore raccontano sia piacevole.

Nessuno può sapere cosa accada se mangiate senza che esse siano dapprima triturate e mesciate con altri componenti segreti. La sera arriva presto, prima che in mare aperto.
– V luglio –
Oggi non avevo voglia di stendere i miei pensieri ma devo sforzarmi perché forse sono le ultime parole che scrivo. Sono a dir poco schifato. Il capitano ci aveva promesso una settimana di riposo. Ognuno di noi in questo lasso di tempo, accompagnato da esperti marinai in età, poteva esplorare l’isola che desiderava. Io avevo già convinto i fratelli Cristiano e Federigo Rigacci, Fiorentini come me, rispettivamente ufficiale e marinaio di prima, a formare una squadra di dieci uomini per visitare la grande montagna dell’isola “prima”, che tanto mi incuriosisce e mi affascina. Quel vili mentitori dei capitani oggi si sono rimangiati le parole pronunciate giorni addietro e hanno detto che è meglio rientrare, così facendo eviteremo i venti e le burrasche che si verranno a formare fra una decina di giorni in mezzo del mare aperto. Che delusione! Non mi capiterà mai più di visitare questo luogo. Mi piacerebbe appendere quei due cretini per i baffi all’albero più alto dell’isola. Vorrei morire.
– VII luglio –

Nel mezzo del pomeriggio siamo rientrati a bordo. ORRORE! L’equipaggio che avevamo abbandonato di vedetta composto da ventidue uomini è decimato!!!! Notavamo al rientro, fin da riva una strana calma, non si sentivano voci, e a bordo non si notavano i movimenti che avevamo notato all’andata. Sono rimasti otto di ventidue marinai, gli altri quattordici spariti e i rimanenti come intontiti, non sanno dare spiegazione alcuna, fornire il benché minimo dettaglio, descriverci neanche sommariamente l’accaduto. Inebetiti, sembra abbiano dormito copiosamente e al loro risveglio, parte della ciurma era svanita. Sembra un incubo. A volte mi chiedo se sogno o son desto. Fra i dispersi, vi sono due personalità di spicco, l’ufficiale Emanuele Donadio di anni venticinque, e il secondo comante di navigazione Franco Barracci, classe ’55. Entrambi di buona famiglia e di alto grado. Tutti, me compreso, hanno pensato ad uno scherzo. Ad ora sono passate sei ore dal misfatto e nessuno può più pensare ad una burla. I capitani e gli alti ufficiali sembrano rincretiniti, non sanno che pesci prendere. Ci hanno riuniti tutti sul ponte di sentina, vicino all’ingresso del deposito delle derrate e ci hanno detto che domani all’alba avranno preso una decisione sul da farsi.

– VIII luglio –

Sono distrutto dalla fatica. E’ quasi il tramonto. Ho a malapena la forza di muovere la penna e intingerla nell’inchiostro. Gli uomini oggi hanno ripreso la favella. Spossati, stanchi, ma perlomeno ragionano. Non ricordano niente degli sconcertanti avvenimenti di ieri, ma possono almeno esserci d’aiuto fisicamente. Abbiamo avuto l’ordine di esplorare in modo sommario le rive e l’immediato entroterra delle varie isole. Ci siamo divisi in sette squadre composte da quattro uomini ciascuna. Inutile. Non siamo riusciti a trovare anima viva. La cosa che più mi pare inverosimile è che con le persone, è accertato, siano spariti anche gli oggetti a loro appartenuti e che si trovavano a bordo. Nelle brande non vi sono più i loro coltelli, corde, piatti, bicchieri, posate, ritratti, orpelli di varia forma e dimensione, vestiti, utensili da lavoro. Ho paura. Sono abituato a lottare e confrontarmi con il mare e con gli uomini, non con fatti inspiegabili. Temo che se continueremo le nostre ricerche ci ritroveremo faccia a faccia con il demonio!
– VIX luglio –
Avrei preferito non accadesse ma alla fine, merito questo epiteto sconcertante, i capitani hanno deciso che non possiamo abbandonare i nostri compagni come si farebbe con un animale ferito e quindi si faranno le squadre di esplorazione. Potrebbe significare rimanere una settimana o più e quindi di conseguenza essere costretti a far passare il maltempo sulla terra ferma. In tutto è probabile che questo sgradevole imprevisto ci trattenga in questi luoghi dimenticati da Dio un mese. Quando il capitano ha chiesto volontari per l’isola che lui chiama “Maggiore” e che io ho nominato “Prima”, mi sono quasi slogato un braccio da tanto che l’ho esteso. Saremo in cinque. Primo ufficiale Cristiano Rigacci, mio concittadino, Samuele Torelli, ufficiale in seconda, dei dintorni di Roma. Il marinaio scelto Paolo Bussano, Siena, classe ‘23, il più anziano e il più esperto. Il mio amico marinaio semplice Dante Pellegrini, di Lucca, anni 22. Abbiamo cinque giorni per esplorare la parte sud, la più contigua all’attracco e se Dio vorrà e ci darà le forze necessarie, potremmo spingerci nell’entroterra e tentare di carpire informazioni su quella misteriosa e affascinante montagna fumante.

– Giorno primo –

Che disdetta tremenda. All’alba il tempo si è messo a far capricci. Abbiamo raggiunto la costa dell’isola sotto un nubifragio. Fortunatamente l’acqua che cade impetuosa dal cielo, è calda, quasi piacevole. La piccola galera ha tenuto il mare, e non so come sia stato possibile. Raggiunta la terra ferma, abbiamo raccolto la pioggia in sacche di pelle e recipienti di tela. Potremmo averne bisogno nei giorni a venire. Non è stato un gran bel vedere, qui, nell’immediato entroterra, solita vegetazione, medesimi alberi da frutto. Uccelli dai magnifici colori variegati e sabbia cinerina. Il Bussano ci ha fatto notare tracce di animali selvatici. Debbono esserci bestie simili ai nostri cinghiali. Vi sono segni di zampe e molte buche, come se cercassero radici o simili. Abbiamo fatto dei piccoli e brevi muri a secco sulla sabbia con delle pietre in modo da non correre il rischio di perdere la bussola e girare come degli idioti in tondo per poi ritrovarsi al punto di partenza. Con le altre squadre siamo d’accordo che in caso si riuscisse a trovare quei disgraziati che sono spariti dalla nave, appicchiamo un fuoco visibile. Un segnale. Termine delle ricerche. Ma non credo sinceramente che nessuno si scalderà a quel segnale. Il tramonto è stato meraviglioso, dominavano le varie sfumature di arancione e in coda al cielo a nord, nuvole schiacciate del color dell’acciaio, si sovrapponevano e si scambiavano di continuo la posizione, come se danzassero. Il miracolo del vento in quota. Talune avevano una forma arrotondata, come le chiome dei pini, alberi caratteristici delle zone di costa. In serata, dopo aver camminato come cani da penna, ci siamo coricati esausti. Ognuno di noi ha raccontato dinanzi ad un bel fuoco, un fatto curioso capitatoci in mare. Purtroppo però non ho inteso neanche una storia. Domani me la farò raccontare da Dante. Ha partecipato anche Torelli, marinaio esperto, e soprattutto uomo di grande spessore umano, ma con un difetto; rende noioso anche un semplice saluto. Potete immaginare il racconto di una cosa capitatagli. Il Bussano si è addormentato nel mezzo della storia e l’ufficiale Rigacci per i due terzi del racconto ha tenuto le palpebre a mezz’asta. Io mi sono perduto la sua e tutte gli altri epiteti perché mi sono ricordato un attimo prima che iniziassero a parlare di aver portato con me solo degli inutili carboncini e di aver dimenticato i miei acquarelli sulla nave. Le parole mi entravano in un orecchio e mi uscivano dall’altro. Che rabbia. Dovrò ritrarre ciò che incontro solo sfumando del nero pastoso. Che idiota.

– Giorno secondo –

Stamani non riuscivo ad alzarmi, ero calato in un sonno profondo. Ho sognato moltissimo, e ricordo perfettamente cosa. Ero a casa mia a Firenze, e giocavo nel granaio che mio zio aveva appena costruito assieme a mio padre. Dopo, esausto, rincretinito da ore e ore di gioco con i miei cugini, mi assopivo su di un ulivo. Che ricordi meravigliosi. Semplici sprazzi di vita quotidiana che ogni tanto mi si ripropongono nella mente. I profumi di quei campi appena battuti e il dolore della cadute sull’erbe urticanti, sono talmente reali che destano meraviglia. Oggi abbiamo percorso l’entroterra. Una zona collinare che ci ha permesso dopo un paio d’ore di cammino di vedere tutto quello che ci circonda dall’alto. Uno spettacolo indimenticabile. A nord, la montagna fumante. Tace. Sembra sfidarci. Credo che per potersi inerpicare sulle sue pendici occorrano almeno un altro paio di giorni di cammino. La vegetazione si è fatta fittissima. Gli ufficiali ci aprono il sentiero con delle spade affilate, tagliano tutto ciò che può impedire a chi li segue di procedere. Il caldo è sopportabile. Abbiamo scorta di acqua, ma fortunatamente ogni tanto incappiamo in un nuovo torrente dove ne scorre sempre di fresca. Il Rigacci, in mattinata ha colto da un albero dei frutti deliziosi. Sono di un colore bianco giallo e hanno una buccia ruvida con molti pori al suo esterno. Dentro sono morbidissimi e contengono una polpa succosa e dolcissima. Ne ho mangiati un paio. Dante, esagerato come al solito, ne ha ingurgitati una decina. Ha dovuto bere per tutto il giorno. Dopo la sosta, che ci siamo presi a metà pomeriggio, ho mangiato della carne affumicata. Vi ho tritato sopra una parte di carruba simile ad una carota che cresce spontanea di fianco ad alberelli dai fiori sgargianti. Delizia. Essa, mi dice il Bussano, è commestibile, ma solo se utilizzata a mo di spezia. Mangiata in grandi quantità, è velenosa. E’ curioso di come tutto o quasi in natura sia benefico in piccoli dosi per l’organismo e come invece sia deleterio se assunto senza moderazioni. Anche pensare troppo fa male. Non crediate che non rifletta ogni tanto su quello che è capitato nei giorni scorsi. Credo sia opportuno in questi casi fare in modo di lanciare il pensiero oltre. Vi sono cose che non possiamo capire noi esseri umani e tentare di farlo temo sia solo una perdita di tempo. Esistono tre categorie di uomini a questo mondo, ne parlavo anche oggi con il Torelli e mi dava ragione in pieno. Coloro che con grande intelligenza riescono a risolvere i problemi loro e dell’umanità tutta. Altri, gli stolti, gli stupidi, che non conoscono sconfitta o dolore perché risiedono sempre sulle ali della demenza, e i più sfortunati, quelli come me, né pieno il mondo, che non sono ne geni per risolversi i problemi, né tanto stupidi per fregarsene. Nel mio caso quindi è meglio non pensare ed agire d’istinto. Quello dei nostri capi ci ha portato qui, su questi ignoti declivi. Ne varrà la pena? Ma dove saranno finiti quei poveracci? E se li seguissimo tutti all’inferno in un batter d’occhio?

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