Il Mistero dell’Isola Prima, capitolo VIII: “Al di là del fiume”

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CAPITOLO VIII
– Al di là del fiume –

– Giorno decimo primo –

Stanotte ho riposato. E fresco come una rosa sono andato a chiedere alla tutrice di Sindake, se potevo vederla. La donna mi ha accolto con affetto e mi ha dato una notizia che mi ha fatto sobbalzare il cuore. Avrei potuto accompagnare la mia amata fino al fiume, a patto di non oltrepassarlo! Per nessun motivo. Così abbiamo fatto e dopo aver portato un po’ di cibo con noi siamo andati a mangiarlo in riva ad un bellissimo corso d’acqua, circondato – meraviglia – da alberi esili e altissimi, che terminavano in foglie lunghissime e molto ampie. Dinanzi a noi, vi era una spiaggia di sabbia finissima. Soffiava un vento carico di vigoria, sembrava sussurrare frasi d’amore. Questo amore, che mi comprime il cuore. Profondo come il mare, sterminato come il cielo, timido e brillante come il firmamento all’imbrunire. Dolce Sindake, a volte mi parla e non riesco ad ascoltarla da tanto che sono rapito dai suo occhi. Da quel tenero sguardo. Ha solo quindici anni ma ha una cultura spropositata. Un’intelligenza straordinaria. Sono rimasto basito da ciò che mi ha raccontato. Sembra di vivere in una terra incantata. Vi sono pietre che chiamano Saturà, che hanno proprietà magiche. Esse, sono nere, con strisce bianche nel loro centro. Se vi si parla contro, hanno la sbalorditiva capacità, di ripetere ciò che si è detto loro, al prossimo che la coglie. E radici magiche che se masticate possono far arguire i pensieri di chi si ama veramente. Tali barbe purtroppo però, si trovano oltre il fiume e non posso sperimentarle al momento. E fiori, che se annusati fanno rivedere le immagini vissute da fanciullo, oppure i Calimeth, alberi dalla cui corteccia si estrae una poltiglia giallastra che se filtrata a dovere e masticata, fanno sentire suoni e rumori distanti miglia. Dio santo che luogo incantato.

– Giorno decimo primo, sera –

Nel pomeriggio ho baciato Sindake. Non è stato un bacio, un bacio è qualcosa di diverso, è una manifestazione d’affetto che si scambia con un altro essere umano. Il nostro è stato un volo. Interminabile volo. Come quello dell’uccello migratore. Ho toccato il suo corpo, compatto come la pietra, in scalfibile come la roccia più resistente. Un diamante nero, con un cuore immenso e un’anima altrettanto magnifica. Le sue mani, le sue piccole mani che pian piano si fanno strada sul mio corpo, che emozione indescrivibile! E le mie, e le sue, le nostre membra che si uniscono, le sue cosce vellutate, la sua pelle lucente che come una rete m’imprigiona. Una danza senza strumento alcuno, v’è musica nei gesti, son suoni gli sguardi e ancor più note attraversano i suoi occhi quando l’accarezzo. Non so se chiamarmi idiota o cos’altro, so soltanto che non l’ho amata. Potevo averla ma non l’ho fatto. Non in quel modo, non volevo. Deve essere perfetto, indimenticabile, sarà al chiaro di luna, sulla spiaggia al di la del fiume, quando timida col suo sguardo, illuminerà a giorno la candida sabbia di quell’incantato anfratto. Così mi sono promesso e così deve essere. L’ho presa per mano e portata al suo villaggio. Prima di rientrare ho sussurrato ti amo a tutti i sassi magici che incontravo, sarà bellissimo donarglieli al nostro ritorno e canteranno all’unisono “ti amo” alla donna che desidero più di ogni altra cosa al mondo.

– Giorno decimo secondo .

La notte è trascorsa in un minuto, merito delle foglie da masticare che mi ha consigliato Gabith. Ne ho masticate per qualche minuto in più e hanno avuto un effetto quasi immediato. Se avessi pensato a quello che mi è capitato ieri, non avrei dormito un istante. Non so come sia riuscito a trovare la forza per incamminarmi verso il villaggio pensando a Sindake che mi aspettava. E l’ho veduta, d’improvviso, e di nuovo mi ha rapito il cuore. Mi attendeva dinanzi ad un albero dal tronco enorme, con ampie e spesse radici fuori dalla terra, tutte attorno che sembrava facessero festa ad esso medesimo, come fanno gli animali domestici quando vedono i padroni con del cibo nelle mani. Sono rimasto folgorato! Teneva stretta qualcosa di familiare, ma gli oggetti erano avvolti in larghe foglie verdi e non riuscivo a distinguerli bene. Poi, ho riconosciuto i miei acquarelli e un coltello! Ho scoperto dal suo racconto, come tale miracolo sia potuto avvenire. Quando un uomo passa al di sotto dello strato d’acqua che conduce ai cunicoli sotterranei, mi ha spiegato Sindake, egli è come se tornasse di nuovo in vita, una condizione chiamata “Obimbè”, ovvero, “di nuovo al mondo”. Perché in una sola occasione l’uomo respira acqua senza morire, ovvero quando è nel ventre della madre. Ripetere tale processo, rende l’uomo vivo per una seconda volta, secondo questo saggio popolo, e tale evento fa si che gli oggetti o l’oggetto a lui più cari appaiono nel granaio del villaggio, che è la copia esatta – ho scoperto meravigliato – della mappa del cieli. Ecco perché tutti i componenti della ciurma erano spariti assieme ai loro oggetti più cari. Non potevo sperare in qualcosa di più meraviglioso. Ho ritrovato felice anche il mio adorato coltello, con il quale, incidevo tacche per segnare i giorni trascorsi su di una mensola nella cambusa. Ho dedicato quindi la prima parte del pomeriggio a ritrarre la mia dolcissima Sindake con un entusiasmo che credevo sopito. Non pensavo di ricevere tanti complimenti. Ho rapito il suo cuore. Un popolo tanto saggio, non ha una forma di restituzione grafica appropriata, e nel vedere il mio disegno Sindake, ha creduto in una magia.
Non sono purtroppo però riuscito a spingermi “oltre”, visto il risultato, e quando la mia perla adorata ha mostrato il lavoro al capo del villaggio Sinkè, egli mi ha praticamente “obbligato” nei giorni venturi, a ritrarre i membri importanti della popolazione. In compenso domani, riunitosi il consiglio dei grandi, con la motivazione che “sono persona dotata di grande personalità e intelligenza, e incredibilmente sensibile alla bellezza della loro adorata”, potrò oltrepassare il fiume con lei. Che sarà dei nostri corpi colmi di passione? Santi nubi, finiremo con il bruciare dall’ardore le nostre semplici vesti.
– Giorno decimo terzo –

La notte è corsa via come lepre fra le gambe di un cacciatore distratto. Non ho dormito il tempo di un respiro ma nemmeno ero e sono stanco. Mi sentivo come un cavaliere prima dello scontro nel campo di battaglia. Avevo il cuore che vibrava come la corda di una lira. Se mi fosse uscito dal petto non avrei potuto tenerlo fra le mani da tanto che si muoveva irruente. E scalpitava, e si rigirava con violenza. Credevo fossi io a condurre Sindake dove volessi, invece ella, arrivato al villaggio, mi ha preso per mano e prima ancora che riuscissi a proferire parola mi ha fatto cenno di tacere e di seguirla. Semplicemente. Ci siamo inerpicati un poco sul fianco nord-est dell’isola, al lato di un discreto promontorio con una cima spoglia che sembra l’artiglio di un felide. Da questa prima collina, si vedono i due terzi della terra sottostante. Magnifica visione, anche se difficilmente paragonabile alla bellezza della mia adorata. Alberi esili, dal profili filiformi, stanno raggruppati a centinaia sulle sponde, lambiscono le rive, i corsi d’acqua. Da qui, è possibile rendersi conto che la vegetazione, instancabile nei decenni, si è appropriata con forza di ogni palmo di terra. Sono talmente costipate che sarebbe impossibile far correre un uccello dall’alto al di sotto delle cime degli alberi, se esso non prendesse per bene le distanze. L’intensità dei colori delle innumerevoli piante è indescrivibile. Verdi accesi e poi chiari, taluni che sconfinano in marroni spenti che cangiano nei viola e nei rossi. Ciuffi di flora, e alberi e foglie che spuntano dal terreno fino a far mancare il respiro a chi come me adora ammirare tali capolavori della natura. Promontori, declivi morbide colline tutte attorno che sembrano attendere di sbalordire il viandante. Viali e fiori pensili fra le fronde e le frasche, ancora resi umide dalla notte, fili di fiori gialli e rosa e viola con bacche biancastre che penzolano dal cielo di tali camminamenti.
Specie di piante mai vedute o immaginate. Questo è il paradiso. Oggi me ne sono reso conto. Eppure vivo e son desto. E ancora più incredibile è avere a fianco una creatura di tale bellezza. Abbiamo raccolto delle radici che il suo popolo usa per verificare la sincerità dei sentimenti del compagno. Si chiamano Dacobè. Esse svelano i pensieri celati nella mente di chi si ama in modo sincero. E’ la prova dovuta per avere la propria amata, per gioire del suo amore e della sua fisicità. Pare, che se si tratti di sola passione non si percepisce un solo pensiero o sillaba nella mente di chi si brama. Abbiamo masticato tali barbe dall’aspro sapore e Sindake mi si è fatta stretta, poi mi ha baciato e mi ha detto che il mio più grande desiderio sarebbe stato di amarla con passione nella spiaggia di fronte al fiume che avevamo veduto il giorno prima. Prodigio! Ci amiamo allora! Ella ha svelato i miei pensieri. E mi ha condotto al fiume dove la volevo.

– Giorno decimo terzo, notte. –

Sindake dorme dinanzi al focolare che ha con grande bravura allestito. Dinanzi al nostro bivacco, c’è il fiume che tanto desideravo di rimirare. In questo corso d’acqua, dinanzi a meravigliose spiagge bianche, vi sono piante spugnose di dimensioni smisurate. Hanno un corpo che parte esile alla base, per poi ingrandirsi, fino a divenire largo anche due braccia. Potrebbe entrarvi dentro un uomo di piccole dimensioni. All’interno di dette piante acquatiche, vi nuotano centinaia di pesci di media grandezza, che con grandi occhi, osservano chi fuori dall’acqua curioso l’importuna. Sembra che trovino delle sostanze nutrienti all’interno di esse. Vi sono specie di una bellezza inimmaginabile. I più belli sono quelli dai colori accesi. Gialli, blu o rossi. Taluni hanno pinne dorsali e posteriori trasparenti. Che meraviglia. Si riesce con grande semplicità a toccarli.
Sulla prospiciente riva, osservo la mia amata riposare. Non credo vi sia cosa più bella al mondo che vedere la donna che si ama dormire. Tranquilla, serena, invasa da uno profondo stato di quiete. Dentro. Quei teneri tremori delle membra, quel tenue vibrar delle palpebre, e le incomprensibili parole pronunziate… Abbiamo fatto l’amore ed è stato magnifico. Siamo rimasti uniti per ore, senza pronunziare una parola. Come fanno il cielo e la terra, all’orizzonte. Ci siamo nutriti esclusivamente delle sensazioni che dall’interno si portavano timide al di fuori dei nostri corpi. Toccare il suo ventre, la sua schiena cosparsa di sudore è stata l’esperienza più eccitante della mia vita. Come avvistare terra dopo giorni e giorni di navigazione. Sindake era alla prima esperienza fisica, e non sapeva come comportarsi. Mi si è offerta da tergo, dicendomi che l’amore è cosa sacra, e che l’uomo deve imitare gli animali più forti, per poter trarre il maggior vigore dall’atto sessuale. Ma io l’ho convinta nel giacere supina e ci siamo uniti guardandoci negli occhi. Col tempo, nei minuti, che sono trascorsi come l’acqua sul letto del fiume dal fondo sassoso, abbiamo cambiato modo d’amarci molte volte, e ancora, e ancora, senza tregua alcuna. La sua via, è strettissima, e credo che abbia provato non poco dolore all’inizio, che con il tempo si è trasformato in un delicato e poi sempre più intenso piacere. I suoi sospiri, riecheggiano nella mia mente, come il suono dell’acqua fa, quando la prua della nave passa fra due scogliere taglienti. I suoi occhi, quante volte si sono dischiusi a testimonianza del piacere. E le mani sulla mia nuda schiena, e i suoi piedi sui miei fianchi, si sono uniti come i tronchi e le radici degli alberi più grandi lo sono all’inizio della terra. Quanto amore c’e nei gesti, quanta passione nei vari spostamenti, e quanto ardore fra di noi, su di noi e dentro i nostri corpi. Il suo costato, testimone dei suoi respiri, affannosi, sempre più febbrili, sembrava un piano, che ho toccato, sfiorato, premuto, e celestiale, la musica che ho prodotto. E il sangue, ha portato rapido messaggi d’amore dentro al petto, ed il cuore non ha smesso mai un istante di ricevere ambasciate, di palpitar veloce, intrigato come mai da quell’affanno e da quei tempestosi movimenti. I visi uniti, i respiri uniti, i ventri uniti. I suoi splendidi capelli sopra a me, che spostavo dai miei occhi per non perdere uno sguardo, di quello splendido volto. Il suo odore, come incenso benedetto, come profumo di cucina pel viandante che desidera da giorni ristoro e un po’ d’affetto. E tutto intorno a noi é stato stupendo, in questa magica foresta, in questo scorcio di paradiso, fra quell’erbe, era tutto un’agitar di petali, un grido di corolle, di steli, un frullar di colori e di profumi deliziosi. Di linguette di fiori, cinti fra delicate foglie colorate che ruotavano e vibravano, e si stendevano al vento. Era l’amore senza tempo, vasto come il cielo, profondo come il mare, timido e illuminato come il firmamento ch’ammirammo supini dopo l’amore.

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