Il mistero dell’Isola Prima, capitolo X: “Verso l’ignoto”

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CAPITOLO X
– Verso L ‘ignoto –

– Giorno decimo nono –

Stamani non ho salutato Sindake prima di partire. Avrei perso “quella” sensazione intima propria del guerriero che s’incammina verso la battaglia, correndo il rischio di rovinare con quell’azione la mia infinita forza interiore. Le ho dato solo un bacio sulla fronte, delicato, per non svegliare quell’angelo che fino a pochi minuti prima stringevo fra le braccia. Sono uscito dal rifugio che non s’era ancora fatto giorno. Tutto intorno era scuro, regnava la tenebra, tremenda metafora del mio stato interiore, in quel tempo. Speravo che lo spirito del saggio profeta rendesse di nuovo la mia anima di un colore dai toni più brillanti. Mi serviranno circa due giorni per raggiungere la vetta, mettendo in conto ovviamente qualche debita sosta. Ho osservato la capanna per l’ultima volta, poi, oltrepassato uno spazio di circa trecento piedi, non l’ho più veduta, perché mi sono lasciato il villaggio sulla destra, protetto da una serie infinita di alberi e una vegetazione fittissima. Il sentiero per raggiungere il monte Sinnanka, – nuvola di fuoco – così si chiama, è battuta per i due terzi, mentre il restante percorso è caratterizzato da una serie pressoché infinita di piante addossate l’una all’altra che gli uomini dell’equipaggio hanno tentato di tagliare con delle spade e bastoni, lance e lame di bordo che vengono solitamente utilizzate per aprire il pesce issato durante la navigazione. Sono trascorsi pochi giorni da quando abbiamo battuto quella via nella boscaglia ma ero comunque terrorizzato dall’idea di perdermi, di non ricordare perfettamente la strada per l’ascesa. Non potevo contare sull’aiuto di nessuno dei miei compagni perché per ricevere i consigli del divino Ndemba occorre presentarsi soli al suo cospetto. Mi consolava il fatto di ricordare perlomeno alcuni tratti della via che abbiamo percorso, ed ero certo, che con il tempo, avrei ricordato taluni dettagli come era accaduto fino a quel momento. Dettagli, che mi avrebbero aiutato a non smarrire il giusto tragitto. Dopo un’ora di cammino fu l’alba. Dalla collina attigua alla scogliera principale, che si gettava a picco sul mare con un salto di almeno trecento braccia, si incominciava ad intravedere un chiarore divino, quell’aurea caratteristica; tinte di un giallo leggero, paglierino, con delicate sfumature arancio. Mi sono soffermato alcuni istanti, nel giro di cinque minuti, non di più, ho goduto appieno dello spettacolo che la natura, benevola, mi avrebbe regalato. Il cielo si è tinto di un celeste chiarissimo e poi in un attimo è stato giorno. Alcune nuvole scure, pareva che assonnate non avessero intenzione di cambiare posizione nel cielo e mantenevano inalterata la loro reciproca distanza. Altre sul versante opposto, sembravano rincorrersi, e nei minuti, si compenetravano, si sovrapponevano, montavano l’una in capo alla successiva. All’orizzonte. Il mare era di un verde smeraldo e le cose, talmente chiare e definite si potevano distinguere nei minimi dettagli anche a grande distanza. Sembrava che tutta l’isola fosse nelle mie mani e che fosse divenuta piccola, piccola come una pietra preziosa. La nostra nave, è ancorata a circa mille braccia dalla riva, e da li, sembrava un giocattolo per infanti, eppure, si distinguevano alla perfezione le corde di poppa e le scritte sulle casse di merce addossate all’albero maestro. Tutta l’isola sembrava ancora pervasa da quel senso di quiete interiore che caratterizza l’uomo assonnato, nel primo atto del risveglio. Non mi manca la navigazione. Questa terra mi ha donato sensazioni meravigliose, e non ho minima intenzione di andarmene. Vorrei tornare a Firenze, si, ma con Sindake. Potrei intraprendere un viaggio di altri quaranta, cinquanta giorni, solo per tornare a casa con la mia compagna. Non so cosa darei per veder le facce di mia madre e mio padre mentre le presento una “selvaggia” come le chiamano loro. Verrebbe un colpo a entrambi! Dopo quella breve pausa, ho ripreso la marcia. Avevo dinanzi a me ancora mezza giornata di cammino. I profumi si stavano acutizzando. Man mano che salivo l’aria si faceva più fresca e leggera. Col tempo, mi sono ritrovato dinanzi ad una ripida salita di un migliaio di piedi. Ricordavo perfettamente che al termine di tale tratto, si voltava in modo repentino arrivando su di un percorso angusto, strettissimo, al termine del quale, dopo una ventina di minuti, avrei iniziato a godere della base del monte di tutta la parte nord dell’isola, caratterizzata da scogliere di rara e indescrivibile bellezza. Ogni volta che ammiravo la natura da qualche giorno lo facevo con occhi diversi. E’ come se catturassi due immagini. Una per visualizzare il contesto nell’immediato, l’altra per conservarla nel cuore e descrivere ciò che avevo veduto a Sindakè. Le scogliere sono caratterizzate da rientranze e sporgenze, cavità di media profondità e recessi abissali, parti estroflesse e pronunciate porzioni di rocce che rendono le pareti a strapiombo sul mare delle vere sculture naturali. Un gioco di pieni e di vuoti degni della più bella opera architettonica. Quando una o più nuvole oscurano il sole, le ombre ne diminuiscono l’intensità ed è straordinario l’effetto che si crea quando la luce torna a colpirle, le ombre si espandono, e così varia il ritmo delle varie campate che danno l’impressione che la scogliera “respiri” contraendosi e dilatandosi. Mi ricordano il costato della mia amata, dopo l’amore.
Il sospiro della terra, toglie il fiato all’uomo che l’ammira respirare. Dinanzi a tale spettacolo, non ci si sente soli.
Gli alberi esili, altissimi, sui versanti e sui dirupi più pronunciati, sono gli oggetti con cui il vento preferisce giocare, li flette quasi fino a terra, e le loro chiome si arruffano in una confusa nuvola verde di foglie mentre risalgono dal basso. Sembrava di sentire il rumore delle fronde che sbattevano e strusciavano l’un l’altra. Gli uccelli, volano radenti alle rocce a picco sul mare. Quando arrivano al limite della terra che li separa dal vuoto, in alto, tendono ad essere spostati dall’aria che si fa molto più forte, spingendoli indietro. I volatili più esperti, non battevano l ‘ali, si fanno trasportare dal vento, semplicemente spostando il corpo in una qualche posizione. Tutta l’isola è un insieme di colline più o meno pronunciate. E vi sono anche rocce altissime rimaste appuntite per effetto dei venti che spuntano dal verde, logore dal tempo che paiono candele consumate dalla fiamma, in ogni forma. Che meraviglia. Mi sono incamminato di nuovo. Nei minuti, il sentiero, si è fatto sempre meno sassoso, le rocce in terra hanno lasciato il posto ad una sabbia pulverulenta, color della cenere. La vegetazione, man mano che mi avvicinavo alla vetta era sempre più rada e brulla. Incominciavo a sentire il mormorio della montagna, che non placava il suo tenebroso canto in nessun momento. Ho oltrepassato il precipizio che ci impedì giorni addietro di raggiungere la vetta con in miei compagni. Un tappeto di vegetazione altissima, era l’unico mezzo di soccorso in caso di scivolata. Dall’apice di quel promontorio, si vedeva in basso, a centinaia di braccia, un fiumiciattolo semi prosciugato con una piccola cascata di lato. Arrivare laggiù scivolando significava essere morti. Ho sorpassato con balzi degni di una lepre i vuoti che si ripartivano regolari sotto i miei piedi. Il brontolio della montagna portava a distrarmi. Sembrava che d’un tratto, in ogni momento possibile, quei fiotti di fuoco dall’alto potessero raggiungermi. Ho superato in scioltezza grazie ad un pizzico d’incoscienza quel tremendo prato scosceso, tanto temuto giorni addietro.
Poi, l ‘ignoto. Per accedere all’ingresso della grotta, dove dimora lo spirito di Nnemba, ho dovuto, secondo le indicazioni della mia adorata, percorrere un sentiero sconosciuto, passare sulla destra e non sulla sinistra del “campo dai fumi nefasti”, come lo abbiamo a suo tempo definito con la ciurma, una superficie irregolare di terra, sterminata, che pare essere una immensa pentola con del brodo in cottura, dove bolle gigantesche, si aprivano, esplodevano, schizzavano fango e terra acquosa. Il calore è insopportabile. A volte, taluni schizzi di fanghiglia incandescente, disegna un arco perfetto nel cielo, e pare che come per magia, a metà percorso, prima di cadere e unirsi di nuovo alla terra, rallenti la sua corsa. Dopo averne osservati parecchi, di quei rivoli volanti, ho capito il perchè, pare che frenino nel cielo. Perchè il getto si espande in aria, diventanto un poco più sottile e rossastro da marrone che pare nei primi istanti dopo la partenza. Dopo una mezz’ora di marcia, mi sono trovato in una vera e propria selva di verde, caratterizzata da esili piante simili a canne, di un verde che cangiava dal chiaro al più brillante, a scuro e a tratti tendente al giallo paglierino. E’ stato faticoso come non mi sarei mai aspettato oltrepassare quel luogo, ho dovuto rompere, spezzare, allargare, sdradicare, uno o più di quei bastoni, piantati a terra con una forza incredibile. Alla fine di quella macchia impenetrabile, a poco a poco la vegetazione ha cominciato a farsi sempre più rada, fino a scomparire, lasciando il posto a poche piante dal grande fusto e dalle immense chiome. Tutto attorno a me, immensi prati d’erba e deliziosi fiori dagli sgargianti colori, indaco, amaranto, viola, rosa, lilla, blu, gialli. Sempre della stessa specie, ma dai toni variegati. Un fiore, che se osservato da vicino, pare un “nodo da carico”, come lo chiamiamo noi, ovvero intrecciato in due direzioni, con un vuoto nel mezzo per far scorrere la corda in una carrucola nel suo interno, dove, vi sono 4 esili bastoncini con una pallina nera sulla sua sommità, paiono le corna di una lumaca. Il loro odore è dolciastro, gradevole. Ho notato che basta sfiorarli perchè tingano la pelle, lasciano un baffo nero sulla zona strusciata. Avrei voluto coglierne a Sindakè, per fargliene omaggio, ma da qui a domani di sicuro sarebbero appassiti, e poi, per affrontare questi pericolosi sentieri, devo avere le mani libere. Nel percorso, ho incontrato animali magnifici, alberi dalle forme più strane e stravaganti, alcuni carichi di frutti anche grandi come un braccio, altri con radici possenti, taluni con rami lunghissimi, sviluppati in direzione della terra o del cielo. Questo luogo pare incantato, permeato da un’aurea di mistero che da un lato spaventa, dall’altro, rende visitarlo ancora più eccitante. Ogni tanto mi soffermavo, e mi chiedevo se non fossi impazzito, a recarmi da solo, in un luogo sconosciuto, dove nessun esser umano mi avrebbe potuto trovare nel caso mi fosse capitato qualcosa. L’ho fatto fatto per amore di Sindakè, per averla, per dividere con lei tutta la mia vita. Senza aver fatto sosta alcuna, e aver attraversato prati e prati con i magnifici alberi e fiori ri rara bellezza, ho percorso a fianco di piccole ma deliziose cascate, poi sotto lunghissime piante intrecciate come mani e membra unite, dalle quali pendevano bacche di un rosso vivo, poi ancora è stata la volta di passare a fianco di innumerevoli precipizi a strapimobo sul mare, e ancora, a ridosso di pietre gigantesche, dalla forma regolare, che parevano a momenti volti umani o animali, il vento, deve aver scolpito quelle opere d’arte. Ad un tratto, in uno spazio adossato a rocce acuminate come lame giganti, ho notato il lato della montagna dove dovrebbe trovarsi l’accesso alla grotta. Credendo che manchi circa, sei, otto ore di cammino, mi sono fermato, ormai era il tramonto, e dopo essermi rifugiato sotto due pietre giganti che fungeranno da riparo, mi ristoro con un po’ di cibo, poi aspetto che faccia giorno e di nuovo mi incammino.

Giorno decimo nono – notte –

Che esperienza pazzesca! Non posso esimermi da trascrivere le mie sensazioni a riguardo. Come potevo aspettare domani sera per scrivere quello che mi è capitato poco dopo essermi coricato! Mi sono destato in piena notte con la sensazione che qualcuno mi fosse vicino. Le pietre sotto le quali ho allestito una specie di giaciglio sono talmente grandi che fra il luogo dove mi sono sdraiato e l’esterno, ci saranno almeno una quindicina di passi. Dentro al petto, conservavo una sensazione d’angoscia, strana, come se mi sentissi osservato. Eppure, a questa altezza l’isola è disabitata e animali su 4 zampe sull’isola Prima non ve ne sono, sicuro, perchè gli abitanti del villaggio, vanno a cacciare sulla terza e 4 isola ad est, solo là vi sono animali. Eppure, qualcosa mi ha destato, come… non proprio un rumore di passi, ma come…. se qualcuno, mi camminasse vicino scalzo, quel rumore, tentando di mitigarlo con movimenti rallentati, accorti. Sono uscito da sotto le rocce e che mi venga un colpo! Sindakè. Era lei, giuro l’ho vista! Come posso essermi sbagliato! Non posso, impossibile era lei! L’ho rincorsa e chiamata ma correva come una puledra, e non si fermava…. ogni tanto mi pareva di raggiungerla, ma niente, sempre mi sfuggiva, poi esausto ho desistito a rincorrerla. Adesso tento di dormire ma ho il cuore in sobbuglio… Sindakè, ma cosa è venuta a fare qui, come ci è arrivata… muoio d’angoscia!

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